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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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La questione del potere

(9 Ottobre 2021)

(dal n.4/2021 de “il programma comunista”)

manifesto del partito comunista bongiovanni

E' ancora troppo presto per dire se effettivamente l’autunno porterà con sé una reale ripresa delle lotte proletarie che non siano il grido disperato dell'impotenza e della solitudine politica.
La crisi economica, che precede la crisi pandemica e sanitaria e semmai ne è stata acuita e aggravata, continua a colpire duro: chiusure di fabbriche, delocalizzazioni, licenziamenti, violenta aggressività padronale e statale... D’altra parte, in giro per il mondo, non mancano episodi d’insofferenza e perfino d’insubordinazione rispetto alle istituzioni e alle repressive norme anti-proletarie di varia natura e vario indirizzo, alcune delle quali introdotte con il pretesto della pandemia.
Abbiamo trattato più volte questo tema e segnalato gli episodi, italiani ma non solo, che a noi paiono più significativi, e non staremo qui a ripeterci.
Quello che ci importa sottolineare è altro.
Siamo (e saremo ancora per molto) di fronte a scoppi a intermittenza, seguiti da pause e riflussi: chiunque s’illuda e illuda che ci possa essere una ripresa progressiva, un lento ma continuo ritorno sulla scena di un radicale antagonismo economico e sociale, fa opera nel migliore dei casi di confusione, nel peggiore di disarmo e boicottaggio della ripresa di una lotta politica vera e propria.
Le ragioni di questa dinamica a singhiozzo sono molte: ma quella principale è che continua a gravare sul proletariato di tutto il mondo il tallone di ferro di ormai quasi un secolo di controrivoluzione, cioè del dominio incontrastato della borghesia, nelle intrecciate e intercambiabili forme democratiche, nazifasciste e staliniane – controrivoluzione che, ben al di là della presenza organizzata sulla scena mondiale di questi o quegli “attori”, ha disseminato e coltivato nel movimento operaio disgregazione teorica, politica e organizzativa.
Di conseguenza, di fronte alla crisi sistemica che si trascina dalla metà degli anni ’70 del ‘900, il proletariato internazionale annaspa ancora diffidente e sconcertato, alla ricerca di punti di riferimento che non siano quelli che, in tutto questo periodo, l’hanno illuso, tradito, abbandonato.
In secondo luogo, risalta drammaticamente dai movimenti di rivolta di massa che pure ci sono stati in tutto questo periodo (pensiamo soprattutto alle cosiddette “primavere arabe”, nate chiaramente proletarie e poi incanalate nei vicoli ciechi della politica democratico-borghese da chiassose mezze classi più o meno proletarizzate, da sempre terrorizzate dalla possibilità che la nostra classe ritrovi la strada per “emanciparsi da se stessa” ), risalta che la lotta economica di difesa dall’attacco padronale e statale e di rivendicazione di migliori condizioni di vita e di lavoro non riesce di per sé a maturare in lotta politica rivoluzionaria.
E’ allora necessario che i contenuti e le forme della lotta evitino di scivolare, negli alti e bassi della dinamica sociale, in un ottuso massimalismo demagogico, in un pietoso riformismo radicaleggiante destinato a sfiancare e deludere la generosità di lotta dei proletari.
In una lettera del 1852 al compagno Joseph Weydemeyer (da noi riportata nel numero scorso di questo giornale), Marx dichiarava: “Per quanto mi riguarda, non a me compete il merito di aver scoperto l’esistenza delle classi nella società moderna e la loro lotta reciproca. Molto tempo prima di me, storiografi borghesi hanno descritto lo sviluppo storico di questa lotta delle classi ed economisti borghesi la loro anatomia economica. Ciò che io ho fatto di nuovo è stato: 1. dimostrare che l’esistenza delle classi è legata puramente a determinate fasi storiche di sviluppo della produzione; 2. che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; 3. che questa dittatura medesima non costituisce se non il passaggio all’abolizione di tutte le classi e a una società senza classi”.
La lotta di classe conduce necessariamente alla dittatura del proletariato, non perché l’abbia scritto il red terror doctor, ma perché, quando esplode, anche solo localmente e per obiettivi circoscritti e parziali, e si scontra con l’ottusa conservazione e i limiti delle istituzioni del dominio borghese, impone alle classi che ne sono protagoniste la questione del potere.
Per il nostro nemico e per le mezze classi che vivono della ricchezza prodotta dallo sfruttamento del lavoro salariato, il potere è ben saldo e radicato nelle istituzioni consolidate di governi dalle mille forme, nel monopolio del potere giudiziario con le mille sfumature del diritto e soprattutto nel monopolio della violenza esercitato dal loro Stato... Di conseguenza, per la nostra classe è più difficile e indubbiamente più doloroso comprendere che, senza una prospettiva di ribaltamento totale dei rapporti di forza, si continuerà a rimanere un insieme di poveracci divisi e in concorrenza fra loro stessi pur di ottenere l’elemosina di un salario che permetta di sopravvivere.
E’ difficile se non impossibile comprendere che la classe operaia è rivoluzionaria o non è niente. Eppure, per condurre fino in fondo la lotta bisogna contrastare il dominio della borghesia, combattere le sue istituzioni, organizzarsi e lottare per nuove istituzioni con le quali esercitare il nostro potere di classe.
Bisogna organizzarsi in un partito: ma non in un banale partito operaio, capace solo di recitare la parte del servo nelle istituzioni borghesi, bensì nel partito comunista, il partito di coloro che si distinguono “dagli altri partiti proletari solo per il fatto che da una parte mettono in rilievo e fanno valere gli interessi comuni, indipendenti dalla nazionalità, dell'intero proletariato, nelle varie lotte nazionali dei proletari; e dall'altra per il fatto che sostengono costantemente l'interesse del movimento complessivo, attraverso i vari stadi di sviluppo percorsi dalla lotta fra proletariato e borghesia” (Manifesto del Partito Comunista). Dunque, il partito che ha saputo mantenere, nelle prove di una lotta costante contro tutte le forme della controrivoluzione, determinazione rivoluzionaria e odio per ogni manifestazione del dominio borghese; il partito che, con unità di teoria, principi, programma, tattica e organizzazione, non si sostituisce all’insieme dei proletari, ma costituisce il loro organo di lotta.
Un obiettivo, quello della conquista e dell’esercizio del potere, che certo non è immediato (sarebbe follia utopistica e demagogica crederlo e farlo credere!), ma che deve tradursi anche a partire da oggi in uno spirito di lotta che impedisca di cacciarsi nei vicoli ciechi di una visione e di una pratica di puro e imbelle riformismo, mostrando alla nostra classe come qualunque stadio intermedio che non si orienti a quella finalità, ma che al contrario si adagi in richieste più o meno belanti (o più o meno tracotanti e demagogiche) al padronato e allo Stato borghese, non è altro che bieco riformismo anti-proletario, anche se si ammanta di un frasario e di una posa da truci combattenti.
Il proletariato in lotta deve sentire che la conquista di obiettivi sia pur minimi (ma necessari, per la sopravvivenza) può solo essere la conseguenza di rapporti di forza favorevoli da istituire e difendere nel corso delle lotte quotidiane che (fuori e contro gli organi di mediazione dello Stato borghese) lo vedono opporsi al mondo del capitale; e che il “potere” che ne deriva (provvisorio, limitato, circoscritto) può portare a un più drastico e definitivo cambiamento sociale solo se è ispirato dalla e indirizzato alla necessaria conquista di un potere reale da far sentire a tutta la società – a quella dittatura del proletariato di cui scrive Marx, necessario punto di arrivo dell’autentica e dispiegata lotta di classe.
In mancanza di ciò, i proletari continueranno a pagare sanguinosamente per la generosità che dimostrano ogni giorno, nelle piccole e grandi lotte che conducono per sopravvivere.

Partito comunista internazionale
(il programma comunista – kommunistiscehs programm – the internationalist – cahiers internationalistes)

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