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Note sul congresso di Anticapitalistas

(7 Gennaio 2022)

congreso anticapitalistas

Pubblichiamo alcune note sul congresso di Anticapitalistas di Lorena Cabrerizo, una delle portavoci di Anticapitalistas, l’organizzazione degli Stati spagno, che ha tenuto il suo III Congresso sotto lo slogan “Rendere possibile la rivoluzione: organizzarsi per andare avanti”. Il congresso si è svolto in presenza, dopo una lunga e partecipata discussione, tenendo conto dei limiti imposti dalla crisi sanitaria.

Anticapitalistas ha cercato di coniugare la profondità delle sue diagnosi con la necessità di mettere sul tavolo un ampio progetto anticapitalista inserito nelle lotte quotidiane che la classe operaia sta promuovendo in modi e in ambiti diversi, come il movimento femminista, il movimento ambientalista, la lotta del movimento lgtbi e il movimento operaio. La lotta contro l’estrema destra in ascesa è stato uno dei punti più importanti, così come il dibattito sull’autoderminazione.

Ovviamente si è trattato di un congresso particolare, avvenuto dopo l’esperienza di Podemos, in piena crisi economica e pandemica che ha posto al centro anche una forte critica alla concertazione sociale e la necessità di avviare una strategia capace di uscire da sinistra attraverso una strategia capace di resistere ai processi in atto. E’ un dibattito importante che parla direttamente anche a noi e che può aiutarci ad affrontare le sfide future in una prospettiva internazionalista ed ecosocialista (ndr).

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Riorganizzare l’anticapitalismo per andare avanti

Lorena Cabrerizo

Affinché le forze pratiche scatenate in un dato momento storico siano efficaci ed espansive, è necessario costruire sulla base di una data pratica una teoria che, coincidendo e identificandosi con gli elementi decisivi di quella stessa pratica, acceleri il processo storico nell’atto stesso, rendendo quella pratica più omogenea, coerente ed efficace in tutti i suoi aspetti” (A. Gramsci).

Con lo slogan “Rendere la rivoluzione possibile: organizzarsi per avanzare”, l’11 e 12 dicembre si è tenuto il III Congresso di Anticapitalistas, previsto per il 2020 e rinviato a causa della pandemia. Un Congresso che, a differenza del precedente, si inquadra in un cambiamento di fase politica e sociale, di temporalità incerta, e che richiede un profondo ripensamento della nostra strategia e dei compiti rivoluzionari associati alla costruzione di un nuovo soggetto politico anticapitalista con la capacità di assumere le enormi sfide che abbiamo di fronte.
Caratterizzare questa nuova fase non è facile. Ciononostante, si stanno verificando movimenti su scala mondiale, europea e dello Stato spagnolo che ci permettono di delineare, senza il rischio di sbagliarci, i contorni di un sistema mondiale caratterizzato da disuguaglianze e conflitti crescenti, sia all’interno delle società che tra i paesi, come risultato di un maggiore sfruttamento da parte del capitale.
La situazione globale nell’era del covid è segnata da una nuova fase di crisi economica che accentua le tendenze depressive dei tassi di profitto che hanno accompagnato il capitalismo per decenni, un fatto che accelererà il processo di riordinamento delle potenze e degli attori mondiali in una lotta feroce per ridefinire l’hegemon della nuova globalizzazione. Per questo crediamo che la crisi del covid, anche se contingente, abbia radici strutturali direttamente associate all’attuale sistema economico. Si tratta di una nuova corsa alle risorse, con l’emergere di nuove forme di saccheggio dei paesi impoveriti, strettamente legata alla crisi eco-sociale dovuta alla limitatezza delle risorse, al sovrasfruttamento distruttivo della natura e al blocco delle possibilità di sviluppo del capitalismo, che dividerà il mondo in zone di influenza concorrenti e condizionerà nuovi sviluppi politici.
Il capitale non ha dove muoversi e ha bisogno di riavviare i suoi cicli di recupero. A livello di accumulazione interna, ci sono tre fattori chiave che si notavano già nella crisi precedente: la mercificazione dei servizi pubblici, l’attacco ai salari e l’espulsione dal terreno dei diritti di tutto ciò che riguarda la riproduzione sociale. Lungi dall’aver generato meno Stato, il neoliberalismo lo ha rafforzato e trasformato in uno strumento chiave per finanziare il capitale e legiferare a favore dei suoi interessi, mentre ritira il vero intervento statale per ridurre le disuguaglianze e la povertà. Anche se sulla scia della crisi alcuni governi stanno attuando piani di espansione della spesa pubblica per rilanciare i consumi e alleviare il collasso sociale di ampi settori della popolazione attraverso meccanismi monetari (allentamento delle regole ordoliberali sul deficit, rilancio del debito sovrano, etc.), questi si stanno rivelando più che altro strumenti per stimolare la ripresa dei profitti del capitale.
Per quanto riguarda l’UE, il suo indiscutibile declino si riflette nella crisi economica, nelle crescenti disuguaglianze centro-periferia e nella paralisi della sua costruzione politica, mentre allo stesso tempo aumenta il numero di stati governati dall’estrema destra che sfidano questa architettura istituzionale e dimostrano una grande capacità di definire l’agenda europea. Da parte sua, la sinistra è estremamente indebolita, a partire dalla Grecia e dalla sconfitta delle speranze popolari suscitate dall’oxy come punto di svolta indiscutibile. Anche se uno smembramento della UE sotto forma di un ripiegamento nazionale-statale guidato dall’estrema destra accelererebbe la ricomposizione reazionaria, qualsiasi governo di sinistra degno di questo nome dovrebbe affrontare i limiti imposti dall’UE attraverso la disobbedienza ai Trattati, lavorando per una rottura in chiave popolare mentre cerca alleanze internazionali ed estende la lotta e genera contraddizioni all’interno degli altri paesi. Per quanto riguarda la costruzione di un soggetto politico, la nostra proposta cerca una grande alleanza dei lavoratori e delle lavoratrici europee contro le rispettive borghesie; cioè, partendo dalla lotta di classe in ogni Stato, dobbiamo creare forme di collaborazione sovranazionale, cercando soluzioni su scala europea e cercando di costruire movimenti sociali e politici globali ma con solide radici nella realtà locale.

Tendenze e contraddizioni nella crisi del neoliberismo
Le principali espressioni politiche che sono scaturite da questa riconfigurazione dello scenario mondiale sono, principalmente, l’ascesa dell’estrema destra, delle crisi organiche e delle rivolte. È importante caratterizzare bene i nuovi autoritarismi, definendone le differenze con i fascismi classici ma anche le loro linee di continuità, per combattere le frivolezze e le strumentalizzazioni che giustificano le alleanze con le élite intorno a una difesa astratta dei regimi costituzionali, in cui i diritti democratici sono sempre più degradati. La nostra proposta antifascista non è quindi la riproposizione del fronte popolare (che rinuncia alla rottura socialista legando la difesa della democrazia alla rinuncia alla lotta di classe, attraverso un patto con la borghesia e le sue rappresentazioni politiche), né l’antifascismo difensivo e identitario. Al contrario, proponiamo la ricomposizione dell’unità della classe operaia in senso ampio, in primo luogo comprendendo che la classe operaia attuale è diversificata e, quindi, che la classe operaia migrante fa parte del movimento operaio, e in secondo luogo, che non si tratta solo di migliorare le sue condizioni ma anche di realizzare riforme che favoriscano la sua posizione strutturale nella società e la sua capacità di lotta. Per ricostruire un movimento di classe emancipatore dobbiamo contare su tutti i movimenti (sindacale, ambientalista, femminista, lgtbiq, antirazzista, ecc.) perché sono consustanziali al conflitto lavoro-capitale ed essenziali per porre fine a tutte le forme di oppressione e alle istituzioni come il patriarcato, ed evitare così il collasso ecologico. È quindi importante dirigere tutti gli sforzi verso la costruzione di un’alleanza di movimenti emancipatori e sviluppare formule organizzative che identifichino dove si trovino i nuclei del potere strutturale della classe operaia in grado di attaccare il capitale sul terreno della produzione (che scioperi e in quali settori sono più efficaci oggi?) e della riproduzione (sciopero femminista).
L’altra faccia dell’ascesa dell’estrema destra e delle debolezze della sinistra sono le crisi organiche e la loro forma in quanto rivolta -come il processo cileno dimostra- che esprimono un alto grado di malessere e che, tuttavia, mancano al loro inizio di un progetto e un quadro politico. In termini di efficacia politica, il successo di queste esplosioni sociali spontanee dipenderà dal tessuto vitale che esiste nelle società in cui si verificano, e dalla loro capacità di fornire supporto organizzativo e direzione politica al movimento. È urgente, quindi, prepararsi a sinistra rispetto a questi avvenimenti, anche per poterci difendere dai processi di ristabilimento del consenso, avanzando così verso la riorganizzazione politica. Non abbiamo dubbi che, con l’approfondirsi della spaccatura della disuguaglianza, questi episodi diventeranno più frequenti e intensi, e non possiamo permettere che vengano ricuciti a forza dalla repressione.
Queste tendenze che abbiamo provato a descrivere hanno anche un corrispettivo nello Stato spagnolo. Dopo un intenso ciclo politico di ascesa della sinistra iniziato con la crisi del 2008 e che ha dato luogo all’emergere di espressioni politiche partitiche e sociali (15M -più conosciuto in Italia come movimento degli indignados, N.d.T.-, Podemos, il referendum catalano, ecc.), più di un decennio dopo, queste sono finite in un secca, facendo precipitare ampi settori della società nella disaffezione politica e, cosa più preoccupante, accelerando una smobilitazione ormai generalizzata. Un ripiegamento che si estende anche ai movimenti sociali e sindacali, che hanno adottato una logica di sostegno e negoziazione con il governo e stanno progressivamente perdendo spazio e potere nella società, capacità di lotta e autonomia.
Considerando che l’attuale crisi sta colpendo duramente la nostra classe (specialmente le donne, i giovani e i migranti), a causa della condizione semiperiferica dell’economia spagnola all’interno della divisione internazionale del lavoro (turismo, industria smantellata a basso valore aggiunto, ecc.), l’attuale governo di coalizione è un governo incapace di realizzare riforme forti per invertire la situazione precaria di strati della società sempre più numerosi. Sebbene stia riuscendo a passivizzare momentaneamente le possibilità di protesta, non sta ottenendo i risultati programmatici minimi che costituivano le sue già modeste promesse elettorali, dimostrando la sua incapacità di affrontare il grande business, come le compagnie energetiche o i fondi speculativi, né sta intervenendo favorevolmente verso la popolazione sul terreno delle libertà civili e dei diritti. Sta succedendo piuttosto il contrario, come stiamo vedendo a Cadice con la feroce repressione contro chi esercita legittimamente il diritto di sciopero o la selvaggia sentenza contro i sei giovani di Saragozza.
Si va così verso il perpetuarsi di un modello di declino (precarietà, bassi salari, indebolimento strutturale e saccheggio dei servizi pubblici) che, paradossalmente, coesiste con una debole tendenza alla ripresa macroeconomica in corso. Un rapporto dialettico tra disuguaglianze sociali molto profonde e deterioramento ecologico a medio e lungo termine, e una parziale ripresa a breve termine, basata sul doping dell’industria, sugli aiuti alle imprese con denaro pubblico che prima o poi si convertirà in più debiti e tagli, o su misure cosmetiche come il Reddito Minimo Vitale (IMV). Un rapporto dialettico che genererà forme di lotta sul terreno dell’antagonismo di classe, ma anche con ripercussioni interne sulla conformazione dello Stato e della sua struttura territoriale nazionale (“la Spagna svuotata”), con l’emergere di nuovi malesseri sociali e tensioni territoriali che possono assumere forme diverse, non necessariamente di sinistra.

I nuovi compiti di fronte a sfide difficili
Considerando questo nuovo scenario in cui ci troviamo, assai diverso dal precedente, statico e pantanoso -anche se con possibili irruzioni impreviste- è necessario riadattare il senso dell’organizzazione, approfondendo la costruzione di un partito attivo e militante, radicalmente democratico verso la società e nella sua organizzazione interna e indipendente dai poteri economici e statali. Un partito che metta in moto nuove idee e un progetto per una società ecosocialista come alternativa al capitalismo, basata sulla partecipazione plurale e attiva della cittadinanza nei processi decisionali attraverso la pianificazione democratica. Questo implica anche, pur continuando a intervenire nelle situazioni concrete e nella costruzione leale dei movimenti, la promozione di attività di tipo propagandistico in difesa dell’indipendenza di classe, delle alternative programmatiche, così come la ricerca intransigente di una maggiore coesione e coerenza nelle proposte che vengono formulate. E affrontare un compito ineludibile: fissare le tappe di una strategia che renda possibile questo cambiamento sociale radicale.
Se nella fase del 15M abbiamo cercato di tradurre tutta l’offensiva e l’indignazione in organizzazione, ora dobbiamo tradurla in parole d’ordine, in idee e proposte forti che aumentino la coscienza delle maggioranze operaie e popolari sulla necessità di fermare questa deriva e proporre l’antagonismo di classe come asse centrale di questa nuova fase. Contribuire all’interno dei movimenti sociali al consolidamento della loro autonomia dallo Stato da un punto di vista della rottura e di classe, così come convincerli della necessità di mettere in pratica l’unità d’azione e le alleanze programmatiche come unico modo per resistere, per ricomporre il movimento popolare e per ottenere lo slancio necessario per affrontare il neoliberismo autoritario che governa il mondo.
Si tratta anche di pensare a una proposta costituente che, come è risultato chiaro più di una volta nella storia dello Stato spagnolo, dovrà basarsi su un’alleanza tra i movimenti emancipatori e le nazioni senza Stato, difendendo il diritto all’autodeterminazione in modo coerente, per pensare a nuovi modelli confederali e repubblicani basati sulla libertà dei popoli. Ciò non è possibile in questo regime; né è possibile sotto la guida delle élite che guidano i movimenti nazional-popolari delle nazioni senza Stato. In questo senso, non rinunciamo ai progetti politico-elettorali che lottano per mantenere aperto questo discorso di rottura, come nel caso di Adelante Andalucía.
Ricordando Daniel Bensaïd, siamo consapevoli che non dobbiamo cadere in una sorta di astratto movimentismo. La ricomposizione e il rafforzamento della sfera sociale è fondamentale ed è una precondizione per la costruzione di un progetto socialista, ecologista e femminista che unisca la realtà di massa alla radicalità. Sappiamo che ciò ha i suoi ritmi, e che la storia è un pendolo in cui bisogna sapersi muovere con le opportunità aperte e con le opportunità chiuse. Per questo siamo chiaramente impegnati nella costruzione di una forza politica capace di impiantarsi nel movimento reale, ma che aspira a creare una leadership strategica che disputi a lungo termine la questione del potere: cioè, che classe governa. Lontano da ogni velleità settaria (il grande rischio dei progetti rivoluzionari in tempi di riflusso, più preoccupati di marcare il loro minuscolo territorio e rubare qualche militante a quelli vicini) e da ogni impazienza politicista, ci facciamo carico del fatto che il ritmo non lo determina semplicemente il desiderio, anche se ci sforzeremo di generare una volontà collettiva.

Lorena Cabrerizo è una delle portavoce di Anticapitalistas.

anticapitalista.org

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