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Pace, lavoro e libertà

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Marie, operaia migrante, fra intolleranza e mobilità

Delegata all'attivo dei metalmeccanici di Milano, racconta: «Ho capito in fabbrica che gli italiani non sono tutti buoni»

(12 Novembre 2005)

Lobe Gando Marie quando viveva nel suo paese, la Costa d'Avorio, faceva la maestra. Era anche tanto altro. Una donna impegnata nella difesa dei diritti civili e una madre che ha sempre raccomandato ai propri figli (cinque) di tenere la testa alta e di provare a capire «gli errori degli altri».

Mai Marie avrebbe pensato che seguendo la scia dei migranti, appresso al marito, sarebbe approdata a Treviso dove la gente, «ma non tutti», sembra mangiare pane e intolleranza. Intolleranza verso i diversi, nella vita e nel lavoro. Marie ieri è intervenuta al Palalido guardando dritti negli occhi i tre segretari generali e ricordando loro che nelle rappresentanze sindacali unitarie ci sono ancora troppo pochi migranti e troppo poche donne. Gliel'ha detto con il suo italiano chiarissimo e lento.

Quando sei arrivata in Italia, e hai conosciuto un luogo come Treviso, cosa hai pensato?

Sono venuta qui pensando che gli italiani sono tutti come il papa, buoni e comprensivi. E invece non è così. E l'ho capito in fabbrica, alla De Longhi, con i capi che quando hanno realizzato che non ero una facile mi hanno sbattuta in un reparto senza futuro, un reparto che sarebbe stato soppresso di lì a poco. Ho preferito la mobilità. La delocalizzazione ci è capitata addosso. Perché siamo stati un po' superficiali.

Qual'è oggi la tua condizione?

Faccio la mediatrice culturale, ma mio marito ha dovuto inventarsi una migrazione nella migrazione.

Che vuoi dire?

Che è dovuto andar via da Treviso, perché la sua azienda lo ha cacciato senza un motivo apparente, e accettare un lavoro a Varese. Questo vuol dire che vede i figli due volte al mese. Ti sembra normale?

Come vivi il clima di intolleranza a Treviso?

L'integrazione è difficile, molto difficile. Dobbiamo però cercare di superare le difficoltà. Ho sempre detto ai miei figli che non devono smettere di lottare, che devono applicarsi, dimostrare che sanno fare bene quel che gli chiedono i loro datori di lavoro. La verità è che non per tutti i migranti è così. Le fabbriche nel Veneto continuano a chiudere. E poi è dura continuare a fare il proprio dovere quando, come è successo a due dei miei figli, vieni allontanato dalla squadra di calcio in cui hai sempre fatto gli allenamenti e dato il massimo.

Fabio Sebastiani - Liberazione 12 novembre 2005

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