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(21 Agosto 2012) Enzo Apicella

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La multinazionale belga Etex vuole chiudere la Edilit di Vigodarzere

(3 Ottobre 2005)

La multinazionale belga Etex chiede 32 licenziamenti alla Edilit di Vigodarzere minacciando la chiusura dello stabilimento.
Su questa crisi abbiamo intervistato Paolo Martellotti, RSU Edilit.


Cos’è l’Edilit?

È un’azienda che produce coperture per capannoni con cemento. Fino a 10 anni fa costruiva lo stesso materiale ma con l’amianto, poi la legge ha obbligato l’azienda a convertire la produzione con nuovi prodotti in fibra.

Adesso siete a norma?

Dentro lo stabilimento l’amianto c’è ancora, sotterrato e nella copertura come tanti altri capannoni.

Chi è il padrone della Edilit?

Non c’è un padrone vero e proprio, perché l’azienda è stata rilevata alcuni anni fa da una multinazionale belga: il gruppo Etex Spa.
Quali sono vostri volumi di produzione? La potenzialità degli impianti è utilizzata del tutto o solo in parte? Come è organizzato il lavoro?

Giornalmente produciamo 120, 130 metri quadri di prodotto finito. La potenzialità ci sarebbe, c’è margine per accelerare la produzione.
Lavoriamo 5 giorni su sette a ciclo continuo, a turni, iniziamo lunedì mattina alle 6 e finiamo venerdì alle 14. I turni sono necessari in questo tipo di lavorazione perché per riavviare le macchine dopo una fermata sono necessarie otto ore di pulizia.

Quanti addetti siete e come sono i salari?

Siamo 55 compresi i dirigenti e impiegati. In produzione siamo 36 cartellini, solo uomini, gli impiegati sono 10, il nostro salario a turni è di 1.100, 1.150 euro, se hai la sfiga di lavorare a giornata o su due turni, vai intorno ai mille euro. In produzione siamo al 50% di operai autoctoni e 50% di migranti nigeriani, marocchini e slavi.

Il sindacato è presente?

Sì, prevalentemente siamo Fillea-Cgil, 5 o 6 sono iscritti alla Cisl.
Il 90% è iscritto compresi alcuni impiegati.
Ultimamente è subentrata anche la Uil. Io sono iscritto, sono componente della Rsu e faccio parte del direttivo provinciale Fillea Cgil.

Da quanto tempo lavori in Edilit?

Ho iniziato con un contratto a tempo determinato per quattro mesi che poi mi è stato prorogato dopo di che sono stato licenziato.
Naturalmente mi sono incazzato e mi sono preso la briga di raccogliere le firme dei miei compagni di lavoro e di promuovere un’assemblea che rivendicava la mia assunzione, alla fine sono stato riassunto dal 2001.

Da quant’è che l’azienda ha comunicato lo stato di crisi?

In dicembre 2004 si sono presentate delle problematiche in azienda perché una produzione andava a rilento. C’è stato un primo approccio con la direzione, vedevamo che il piazzale invece che scendere si rimpinguava sempre di più.
La direzione ci convoca da Unindustria e ci comunica che partono 10 settimane di cassa integrazione ordinaria per carenza di mercato.

Già nel 2003 avevamo fatto un periodo di cassa integrazione e da un rapporto di forza eravamo riusciti ad ottenere che l’azienda coprisse l’integrazione fino al 100% del salario, integrando quello che la cassa integrazione non ci dava. Ma periodi cosi lunghi di cassa integrazione non li avevamo mai subiti.
Allora abbiamo chiesto un ulteriore incontro per sapere cosa intendevano fare. C’è stato risposto che il gruppo non avrebbe più investito nello stabilimento di Vigodarzere.

Ci sono stati ulteriori sviluppi nella vicenda da febbraio 2005 ad adesso?

Gli sviluppi ci sono stati in negativo. In quella sede noi non abbiamo firmato la cassa integrazione perché non accettavamo questa situazione se non ci fossero stati dei chiarimenti da parte dell’azienda.
Una settimana lavoriamo, mentre la seconda siamo in cassa integrazione.
Il direttore generale alla terza settimana ha comunicato al direttore del personale: “da adesso in poi mandiamo a casa tutti quanti a zero ore. Non lavora più nessuno perché dobbiamo risparmiare su tutto”.

Siete a conoscenza del bilancio della multinazionale Etex e del suo andamento produttivo? Quanti addetti ha la Etex? Avete contatti con gli altri operai in giro per il mondo?

Attualmente abbiamo solo i bilanci della Edilit italiana, non siamo stati mai in grado di avere i bilanci delle Etex anche se su questo, per quanto riguarda il bilancio consolidato della Etex, abbiamo chiesto al funzionario di prendere contatti con il sindacalista della Cgil che segue i rapporti internazionali.

Questo gruppo ha un’azienda in ogni nazione ed è presente in tutta Europa, e in Indonesia. Purtroppo non conosciamo le dimensioni di queste aziende, noi lavoriamo tanto per l’Italia che per la Francia, lì c’è molta più richiesta di questo prodotto.

Per quanto riguarda il numero dei dipendenti della Etex onestamente lo ignoro.

Quali proposte aziendali sono state avanzate per superare la crisi?

Tagli del personale, esuberi impiegatizi e operai. In totale 10/12 unità. Il gruppo investe perché l’Edilit rimanga in italia, però dal momento che un pezzo di produzione la porta in Francia, loro dicono che non è più conveniente produrre nella maniera in cui noi produciamo.

Il direttore nuovo da inizio 2004, è una personalità che viene da un’impresa concorrente. Sembrava che inizialmente il gruppo facesse investimenti poi hanno detto: “il costo è troppo per quello che producete voi. Portiamo tutto in Francia”. Hanno chiuso un reparto, ma allo stesso tempo ci hanno dato il contentino dell’alluminio e hanno comprato due macchine che lo piegano.

Qual è il clima tra operai e impiegati?

All’inizio si è scatenato il putiferio nei reparti: “Prima che vada via io bisogna che vada via il marocchino”. Scatta una lotta tra miserabili, ma non è questo il modo di affrontare il problema perché altrimenti siamo a carità tutti quanti.
Tra gli operai si è riusciti abbastanza a ricucire, con gli impiegati un po’ meno. A parte due di loro che hanno preso coscienza della situazione.
L’azienda non ci dà indicazioni precise sul domani.
Abbiamo pensato di fare scioperi a sorpresa perché non è che possiamo andare all’assalto della direzione. Hanno fatto l’articolo sul giornale. Avevamo anche preparato un blitz nell’occasione della venuta di uno da Bruxelles. Ma poi c’è stata una tirata di freni da parte dei lavoratori e non sei unito in una situazione come questa allora è meglio non fare niente.

Quando sei entrato in cassa integrazione come è cambiata la tua situazione?

Rispetto alla sicurezza sociale la mia situazione è già precaria perché io che ho una moglie e una figlia che va a scuola perciò vi lascio immaginare la situazione economica della famiglia. Io vengo a casa con 750 euro invece che 1.150 che percepivo prima. Per dare la dimensione da 7 euro circa in cassa integrazione percepisco 3,2 euro all’ora. Se ci sentivamo prima insicuri adesso l’acqua tocca la gola.

Di fronte alla crisi generale, come vi sentite? Il sindacato ha proposte da fare nei confronti dei licenziamenti nei vari settori metalmeccanico, tessile, ecc.? Oppure siete isolati?

Ma noi non siamo un caso a parte, né peggio di molti altri. Per il prodotto che ha, l’Edilit non ha futuro, potrà tirare avanti qualche anno, ma va ad estinzione. Non credo che l’azienda che si possa convertire.
A quanto mi risulta, il sindacato non fa nessuna proposta per le aziende in crisi, ne propone una strategia.
La cgil dovrebbe sentire di più i problemi dei lavoratori. La sensazione che ho io è che se l’azienda comunica 7 esuberi e poi si riesce ad arrivare a 4, il sindacato dice che ne abbiamo salvati tre!

Cosa ne pensi rispetto alla ricetta “tecnologia, ricerca e innovazione”?

Per me questa roba qui non ci cambia la vita. Io penso che sia una ricetta per chiederti qualcosa in cambio.

Rispetto ai licenziamenti nella tua categoria pensi ci sia una proposta in cui i lavoratori possano riconoscersi?

Qualche anno fa non c’era ricerca, ma c’era qualche tecnologia che è stata svenduta alle multinazionali, c’era un certo riconoscimento al lavoro che è andato decadendo sempre di più.
Pur militando all’interno del sindacato e nel Partito della Rifondazione Comunista, mi sembra che ormai nel PRC non c’è più la volontà di rifondare alcunché. La sensibilità c’è, ma non vedo proposte per uscire da questa situazione.
L’esigenza che sento, non solo da parte dei lavoratori della Edilit, ma di tutte le lavoratrici e lavoratori di tutti i settori, è quella di riprenderci il protagonismo, di riemergere da questa situazione, perché è un dato di fatto che nessuno dei soggetti in campo oggi ci dà una prospettiva.

C’era un dibattito sul lavoro alla festa di liberazione a Padova a cui ho partecipato e dove ho espresso il mio pensiero. Credo che sia necessario un coordinamento dei lavoratori delle aziende in crisi un coordinamento costruito dal basso. Credo che sia il momento che qualcuno si faccia carico di questa proposta.

Questa proposta è proponibile secondo te all’interno dei vari sindacati?

Non penso sia probabile, anche se si sente l’esigenza, perché se guardiamo la situazione dei metalmeccanici che vengono costantemente lasciati soli, si capisce che manca la volontà.
Chi meglio del sindacato ha in mano la situazione di quello che è successo, che sta succedendo e che, purtroppo, succederà dentro le fabbriche.
Se un coordinamento non viene proposto, evidentemente non c’è la volontà politica di farlo, altrimenti sarebbe già in piedi.

Ci sono analisti che danno una lettura di questa crisi economica come una ristrutturazione capitalistica e riorganizzazione del capitale. Produzioni obsolete, mentre il terziario avanzato sia il futuro con prodotti di nicchia. Cosa ne pensi?

Se queste sono le prospettive della riorganizzazione del capitalismo le mie condizioni generali di famiglia, e più in generale di tutti i lavoratori, già stiamo sul piatto del peggioramento. Anche se fosse vero che si svilupperà il terziario avanzato, intanto tutta una serie di lavoratori e lavoratrici sarebbero comunque fuori mercato, tagliati fuori.
Anche per questo non si può aspettare che il capitalismo si riorganizzi.

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