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Memoria e progetto:: Altre notizie

PRIMO MAGGIO 2023

(1 Maggio 2023)

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Quante volte ci sentiamo e ci sentiremo dire che ricordare, celebrare, organizzare la giornata del Primo Maggio, farne un’occasione di riunione, di manifestazione di coscienza di classe e di lavoro politico (per noi, per la nostra storia, non è mai stata una generica e banale occasione di festa), non ha più senso. Ce lo siamo sentititi dire a più non posso negli anni di trionfo del libero mercato, negli anni in cui spadroneggiava il dogma secondo cui la fine del falso socialismo, falsamente realizzato in Unione Sovietica e in altri sedicenti Paesi comunisti, avrebbe sancito il passaggio definitivo ad un mondo di benessere crescente e generalizzato, di libertà diffuse e poste sotto l’ala protettiva di un capitale finalmente senza più freni e confini, libero di donare all’umanità intera tutte le sue risorse e di realizzare pienamente le sue promesse.
I trionfi del capitalismo senza più alternative ci hanno promesso la fine della guerra (condividere il credo nel mercato, ci assicuravano, avrebbe ridotto conflittualità e scontri), l’avvento di una sempre più accentuata flessibilità della forza-lavoro come premessa a maggiori spazi di realizzazione per il lavoratore, a percorsi umani più ricchi e gratificanti. Erano gli anni degli entusiasmi per il mondo senza più muri.
Oggi quelle promesse, basate su presupposti errati e ingannevoli, si sono rivelate drammaticamente false.
Il mondo è attraversato incessantemente da guerre e conflitti. La guerra in Ucraina ha riportato un conflitto convenzionale, fatto di artiglierie, trincee, bombardamenti sulle case e sulle popolazioni civili, nel cuore dell’Europa. Nello stupore stupido o ipocrita di chi ci aveva raccontato che, con l’arrivo a Mosca di McDonald’s, guerre e invasioni sarebbero state definitivamente relegate in un passato dove la funzione pacificatrice del capitalismo non aveva ancora potuto esprimere i suoi effetti. Oggi, nel cuore dell’Europa, culla del capitalismo, si consuma una guerra alimentata con forniture miliardarie di armamenti dai quattro angoli del globo asservito al capitalismo, a colpi di colossali prestiti e finanziamenti, mentre già gli avvoltoi dell’economia globale volteggiano sul grande business della cosiddetta ricostruzione. Una guerra imperialistica su tutti i versanti, una guerra dell’imperialismo, partorita, con tragica coerenza, dalle sue logiche e dalle sue più intrinseche dinamiche di spartizione e di perseguimento dei profitti su scala mondiale. Altre guerre si stanno aggiungendo – situazioni differenti e specifiche ma tutte scaturite dal tessuto della continua contesa tra potenze e tra interessi capitalistici – come quella in Sudan, con profondi interessi internazionali ad animare e sostenere lo scontro tra i locali signori della guerra. Mentre i costi umani terribili di conflitti devastanti – si pensi solo allo Yemen o all’Etiopia – stanno scivolando nell’oblio di mass media e opinioni pubbliche addomesticate ai ritmi dei grandi apparati dell’informazione asservita ai centri di potere capitalistici.
La tesi secondo cui il trionfo del capitalismo su scala mondiale, trionfo celebrato sulle spoglie di una falsa alternativa, avrebbe portato con sé pace e stabilità, si è rivelata per quello che era: una vergognosa, volgare, spietata truffa di portata epocale. Ed è stato il proletariato di tutto il mondo a pagare per primo e in misura più drammatica gli effetti e i costi di questa truffa.
Le borghesie di tutto il mondo, con i loro interessi di classe incardinati nei rispettivi Stati, stanno preparando ulteriori e ancora più spaventosi conflitti. Divergono e si combattono nella ripartizione del mondo, si contrappongono per ideologie e richiami nazionalistici, ma concordano pienamente su un dato di fondo: lo sfruttamento, l’asservimento della classe operaia di ogni Paese.
Che siano nazionalisti devoti alla Santa Madre Russia o burocrati sedicenti “comunisti” posti ai vertici dello Stato cinese, che siano borghesi occidentali avvolti nei più sfavillanti colori della libertà di mercato o agghindati secondo la moda populista e sovranista, che siano fedeli al verbo europeista o si mascherino con richiami terzomondisti, riconoscono tutti di fatto un solo principio veramente sacro e inviolabile: il perseguimento del profitto e il mantenimento della schiavitù salariata.
Questo è il mondo, è il tempo in cui lavoratori cinesi che protestano per migliori condizioni di sicurezza e per non essere truffati dalle aziende sono presi a bastonate dalle forze di polizia, in cui negli Stati Uniti i dipendenti del gigante del commercio elettronico Amazon denunciano ritmi di lavoro massacranti dettati da un algoritmo e devono ricorrere ai buoni alimentari federali per sfamarsi (mentre il boss dell’azienda scorrazza nello spazio in viaggetti di qualche minuto che costerebbero oltre 180mila anni di stipendio di un suo operaio). È il mondo libero in cui la compagnia aerea Ryanair può rivolgersi ai suoi clienti definendo gli scioperi dei lavoratori in Francia come «inutili interruzioni ai tuoi programmi estivi», inoltrando al contempo una petizione alla Commissione europea perché legittimi il crumiraggio e limiti le possibilità di indire scioperi. In Italia l’ormai sfacciata scelta della borghesia di puntare la totalità o quasi delle proprie risorse competitive sui bassi salari e sulla precarietà può contare su un sostegno continuo e trasversale di tutte le forze politiche – di destra, centro e sinistra – che compongono l’arco parlamentare. La sinistra non è stata seconda a nessuno in quanto a determinazione nel regalare alle proprie frazioni borghesi di riferimento condizioni sempre più gravi di ricattabilità e precarietà della forza-lavoro. I demagoghi del “nuovo” movimentismo hanno ereditato la sostanza di questi provvedimenti, guardandosi bene dall’andare oltre ritocchi che non ne hanno alterato minimamente la sostanza. Ora è il turno della fiera destra patriottica e “popolare”, la destra che ha proclamato orgogliosa che “la pacchia è finita”. Non ha perso tempo nel ribadire nei fatti che la patria si serve lasciando inalterate (e magari persino inasprendo) le normative che garantiscono ai patriottici padroni una forza-lavoro ricattabile, che i salari scandalosamente inadeguati e una pensione sempre più lontana e misera per la classe operaia sono imperativi che possono andare tranquillamente a braccetto con la riscoperta fierezza nazionale, con i proclami lanciati dagli altari di un patriottismo che sa riconoscere e distinguere benissimo, dietro la retorica accomunante, gli interessi di classe da difendere a spada tratta e quelli da calpestare.
Questo è il mondo del capitale, il mondo in cui – come ha scritto Marx – «con la messa in valore del mondo delle cose cresce in rapporto diretto la svalutazione del mondo degli uomini».
In questo mondo, il Primo Maggio, di lotta, di mobilitazione, di riconoscimento reciproco dei proletari nella loro condizione di classe, è semplicemente necessario. Il Primo Maggio ci ricorda, ci ribadisce che esiste una storia di lotta, di capacità di reazione del «mondo degli uomini» contro la sua «svalutazione» capitalistica. Non ci deve sorprendere che la borghesia, i suoi tirapiedi politici e intellettuali, gettino incessantemente fango sui simboli e le manifestazioni di vitalità della nostra storia. L’unica storia degna, l’unico passato che può essere celebrato con il termine oggi magico e incontestabile di “tradizione” è il loro, è quello che non mette in discussione il loro dominio. Ma noi sappiamo che la coscienza di classe, la coscienza della nostra classe sfruttata, la sua coscienza della possibilità e della necessità di lottare contro il proprio sfruttamento, dipende dalla coscienza della storia, della propria storia. Il Primo Maggio è un momento che ci è trasmesso dalla nostra storia, un momento della lotta per riaffermare questa consapevolezza storica e questa coscienza nel presente e per il futuro.
Viva il Primo Maggio!

Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista “coalizione operaia”

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