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Lo stupro di Assange

Lo stupro di Assange

(19 Novembre 2010) Enzo Apicella
Svezia: ordine di arresto per stupro nei confronti di Julian Assange, fondatore del sito Wikileaks

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    Milano, 11 giugno – Contro la guerra, uniamo il fronte di classe

    (13 Giugno 2023)

    Qui di seguito, il testo del volantino distribuito dal Comitato 23 settembre all’assemblea di Milano contro la guerra e la videoregistrazione dell’intervento tenuto dalla compagna Mimì Ercolano a nome del Comitato. (Red. Il pungolo rosso)

    milano 11 giugno

    https://fb.watch/l6xCv2KjhK/

    Contro la guerra, uniamo il fronte di classe!

    L’oggetto del nostro intervento è la necessità della ricomposizione del fronte di classe. Cioè dell’unificazione di tutti gli oppressi, di tutti gli sfruttati, per combattere l’azione distruttrice del capitalismo, che si manifesta oggi nella tendenza sempre più spinta alla guerra.

    Oggi il fronte di classe è frammentato e diviso al suo interno. Uno degli elementi fondamentali di questa divisione si manifesta, nella società come nelle forze che si richiamano ad una prospettiva rivoluzionaria, nell’omissione sistematica della denuncia ma soprattutto della lotta contro le specifiche forme di oppressione e sfruttamento che riguardano tutte le donne proletarie e senza privilegi.

    Un limite che è assolutamente necessario superare.


    L’impatto della guerra economica e militare sulle donne, in particolare sulle donne ucraine, è iniziato con la fine dell’Urss e il progressivo assalto del capitalismo mondiale alle ricchezze del paese. Centinaia di migliaia di donne costrette ad emigrare nell’Europa occidentale (in Italia 180.000), per mantenere, con l’ingrato lavoro di cura, le loro famiglie.

    Questo esodo forzato ha avuto un effetto devastante sui rapporti familiari e sull’intero tessuto sociale Ucraino, aumentando enormemente il carico di lavoro anche di chi restava.

    E’ questa una condizione comune a tutte le donne del sud del mondo nei paesi aggrediti dal capitalismo occidentale e non. E nella guerra aperta lo stupro, la costrizione alla prostituzione, la tratta, l’aumentata violenza in famiglia dove si scaricano i traumi e lo stress di chi torna dal fronte, oltre che l’esposizione al rischio della vita, la povertà crescente, il raddoppiato carico di lavoro che ricade sulle donne, sono tutte armi collaudate, usate in tutte le guerre, per indebolire e demolire la capacità di resistenza del “nemico”.

    Le conseguenze della guerra sulla componente economicamente più debole e socialmente più oppressa della nostra classe si estende ben oltre i confini dei territori in cui si combatte con le armi. L’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori cerca di ignorare questa minaccia che incombe su di loro. Ciò nonostante, rispetto ad un anno fa, l’impatto della guerra sulle nostre vite quotidiane è sempre più evidente.

    L’appoggio incondizionato del governo italiano alla Nato e il suo impegno ad armare ad oltranza l’esercito ucraino, nella speranza di ritagliarsi una fetta nella ricostruzione, si è concretizzato nella recente decisione del parlamento europeo di destinare una parte dei fondi PNRR alla produzione di armi e munizioni da inviare all’Ucraina. Il che significa, non solo la tendenza a perpetuare e allargare la guerra all’infinito, ma anche la riduzione drastica della spesa destinata ai servizi, l’abbandono del mirabolante piano di ampliamento degli asili nido (indispensabili per rendere possibile l’accesso al lavoro di tante donne disoccupate), lo smantellamento ulteriore della sanità pubblica e dei consultori, e il loro snaturamento, poiché si garantisce l’ingresso delle associazioni antiabortiste nelle Asl e nei consultori stessi.

    La politica del governo Meloni “a favore delle donne” consiste in qualche misura di facciata a favore delle “famiglie”, le famiglie tradizionali con figli, naturalmente, con qualche obolo tipo la riduzione dell’Iva sui pannolini e un irrisorio aumento dell’assegno unico. Nel frattempo, anche l’“opzione donna”, con cui si consentiva ad alcune donne di andare in pensione anticipatamente, viene ridotta ulteriormente, e sarà accessibile solo in casi estremi. Si consente, inoltre, alle banche di mettere le loro grinfie anche sulle donne vittime di violenza, mettendo in cantiere il programma di microcredito che ha già fatto strage tra le donne del sud del mondo: indebitarsi a vita per ottenere pochi spiccioli: il tutto per favorire la cosiddetta imprenditoria femminile!!

    Mai più figli per le vostre guerre!


    Questa la parola d’ordine con cui abbiamo partecipato al Primo Maggio. Una parola d’ordine che poteva sembrare lontana dalle urgenti necessità delle donne senza privilegi a cui ci riferiamo. Invece avevamo ragione. L’allarme sul calo delle nascite, dibattuto ai più alti livelli, è parte integrante del programma di avere forze affidabili per le guerre future.

    Oltre ai tentativi di creare empatia tra i giovanissimi e le “forze dell’ordine” con l’alternanza scuola caserma, è stato messo in cantiere un programma di coinvolgimento dei giovani e meno giovani nella guerra sul campo: il progetto di legge di reintroduzione del servizio militare: una naja soft, poche settimane, su base volontaria, che forse, nella precarietà dilagante, avrà anche qualche probabilità di successo. Un primo passo verso la partecipazione attiva alle azioni di guerra, all’estero e in patria!

    Non fare figli per le vostre guerre ha però un significato per noi molto più ampio.

    Significa
    lavorare per favorire il rifiuto di combattere e la fraternizzazione fra le truppe e appoggiare in ogni modo i tentativi di opporsi alla guerra che le donne russe e ucraine, tra indicibili difficoltà, portano avanti nei loro paesi, e di cui l’informazione di regime non si occupa affatto.

    Significa lavorare per favorire il rifiuto di un ordine sociale che ci impone di fare figli condannati allo sfruttamento, per garantire la sopravvivenza di quel sistema di oppressione fondato sul capitalismo e sul patriarcalismo e, contro il quale non bastano le singole lotte, siano esse in difesa dei diritti sul lavoro e dei diritti sociali, o dei diritti conquistati dalle donne e dell’ambiente. È necessaria una mobilitazione generale a partire dagli effetti più immediati della politica di guerra di questo governo, una mobilitazione a cui le donne, nella storia del movimento operaio, hanno sempre partecipato, ma che oggi deve comprendere in pieno la lotta a tutte le oppressioni su cui si fonda il sistema che vogliamo abbattere.

    Significa far conoscere ad una generazione che non ha mai vissuto la guerra sulla propria pelle, cosa comporta non avere più casa, più lavoro, vivere tra le macerie o rischiare la vita al fronte.

    Nel contatto quotidiano con i giovani è fondamentale battersi per sradicare la passività, l’individualismo, il razzismo, il sessismo, il nazionalismo, l’odio per i deboli e gli emarginati e per un “nemico” che si ritiene responsabile delle proprie difficoltà. Tutte cose che sono il terreno di coltura della accettazione e della partecipazione alle guerre e dei sacrifici che esse comportano.

    Chiediamo dunque a chi ci ascolta: le donne proletarie e senza privilegi fanno parte o no della classe degli sfruttati e degli oppressi, hanno delle rivendicazioni specifiche oltre a quelle che riguardano le lotte salariali e per il lavoro, che tutto il movimento deve fare proprie, perché si realizzino i presupposti di una maggior compattezza del fronte di classe?

    A questo devono rispondere le compagne e i compagni che hanno la volontà politica di opporsi efficacemente a questa guerra e al sistema capitalistico che su di essa sopravvive. La denuncia dell’oppressione specifica che subiscono le donne, in guerra e in “pace”, non può e non deve limitarsi a qualche frase di circostanza, ma deve essere compresa a pieno titolo nelle analisi, negli appelli e nell’insieme della propaganda che vogliamo rilanciare contro la minaccia sempre più reale e incombente.

    Per una reale unità di classe, guerra alla guerra!

    Comitato 23 settembre

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