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(28 Gennaio 2011) Enzo Apicella
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(Lotte operaie nella crisi)

Stati Uniti: la lotta degli operai dell’auto lascerà il segno

(5 Ottobre 2023)

uaw stellantis

ONTARIO, California – SEPTEMBER 26, 2023: Striking United Auto Workers (UAW) march in front of the Stellantis Mopar facility.

Benché pochissimi se ne accorgano qui, lo sciopero degli operai dell’auto statunitensi contro Ford, GM e Stellantis sta lasciando il segno – e non soltanto nelle relazioni industriali. Qualcosa di veramente grosso bolle in pentola se per la prima volta nella storia degli Stati Uniti un presidente si sente in dovere di andare a megafonare ad un picchetto operaio. Tanto più perché la lotta operaia in corso avanza rivendicazioni che i boss di Ford, GM, Stellantis, i primi referenti di Biden, giudicano folli e disastrose per le loro imprese.

Una polarizzazione sociale sempre più insopportabile

Dopotutto gli operai in sciopero, ad oggi 2 ottobre, sono appena 25.000. Nel 2019 a scioperare contro la GM furono 46.000 (per 40 giorni consecutivi) ma non riuscirono ad avere un impatto minimamente paragonabile alla lotta attuale, tornando a casa, alla fine, con un pugno di mosche in mano. Di mezzo ci sono due grandi avvenimenti: la epidemia di Covid con tutta la retorica di stato sulla “classe indispensabile” (tale per davvero!) e l’amarissima esperienza dei morti concentrati tra i proletari più poveri, e il potente movimento di massa Black Lives Matter. Pur così diversi, entrambi questi avvenimenti sono serviti a mettere in luce e acuire la spaccatura verticale della società americana, la sua feroce divisione di classe e a renderla più insopportabile di prima a quanti/e debbono sobbarcarsi carichi di lavoro molto pesanti per cercare di non affondare. E poiché una data oggettività produce prima o poi, inevitabilmente, una soggettività che ne porta il segno, sia tra gli operai in sciopero ai picchetti, sia nella nuova direzione dell’UAW (United Auto Workers) è ora centrale la denuncia della polarizzazione sociale, il contrasto provocatorio tra i profitti delle imprese/i con annessi i super-stipendi dei manager, e i salari operai che da decenni perdono potere d’acquisto. Lo è altrettanto la coscienza che questa lotta contro GM, Stellantis e Ford non è una lotta di settore, corporativa, riguarda l’intero mondo del lavoro salariato. E dev’essere una lotta vera, che torna ad usare un’arma fondamentale a disposizione dei produttori di valore: lo sciopero.

“Il nostro nemico è qui”, è potente ma “possiamo vincerlo, se…”


Parla Shawn Fain, il nuovo presidente dell’UAW: “Insieme stiamo riprendendo la lotta nella UAW e nell’intero movimento operaio. Un sindacato che non è disposto a colpire per vincere è come un combattente con una mano legata dietro la schiena. Senza l’arma dello sciopero la guerra contro i lavoratori è una lotta truccata. Per decenni è stata la stessa storia: potere incontrollato delle multinazionali e potere dei lavoratori in via di estinzione. Il risultato è una massiccia disuguaglianza nella nostra società. Per ristabilire l’equilibrio di potere è indispensabile ripristinare l’uso dello sciopero”.

Ancor più energico ed esplicito il suo intervento davanti alla Ford di Wayne nel Michigan venuto subito dopo i due minuti di spot elettorale di Biden. Il parallelo storico a cui Fain è ricorso è quello tra gli operai che costruirono i bombardieri B-24 Liberator durante la seconda guerra mondiale (riguardo la missione dei bombardieri Liberator-Exterminator, noi, sia chiaro, la pensiamo in tutt’altro modo da lui) e gli operai in sciopero oggi. E lo svolgimento del discorso è piuttosto sorprendente – una buona sorpresa, una volta tanto:

“Ottant’anni dopo quella che stiamo combattendo è un tipo diverso di guerra. Oggi il nemico non è un paese straniero a chilometri di distanza. È proprio qui, nella nostra zona. È l’avidità aziendale. E l’arma che produciamo per combattere quel nemico sono i liberatori, i veri liberatori. Sono le persone della classe operaia. La differenza tra noi e loro [i padroni, i manager delle Big3] è che senza il nostro cervello e i nostri muscoli, nessuna ruota girerebbe. Questo è ciò che differenzia le persone della classe lavoratrice. Che si tratti di costruire automobili e camion, o di gestire centri di distribuzione dei ricambi; se stiamo scrivendo film o interpretando programmi Tv; se stiamo preparando un caffè da Starbucks; se si tratta di riportare le persone in salute; o di educare gli studenti, dalla scuola materna all’università; siamo noi che ci occupiamo del lavoro pesante. Siamo noi che facciamo il vero lavoro. Non i dirigenti, o gli amministratori delegati. Anche se non lo sappiamo, ecco cos’è il potere. Abbiamo il potere. Il mondo è opera nostra. L’economia è una nostra creazione. Questo settore è frutto della nostra creazione. E come abbiamo dimostrato, quando ci asteniamo dal nostro lavoro, possiamo disfarlo.”

Nella convenzione dell’UAW di aprile Fain era stato ancora più netto: “Siamo qui per andare insieme a prepararci alla guerra contro il nostro unico e solo vero nemico [in lingua originale: “to ready ourselves for the war against our only one and only true enemy”], le corporations miliardarie e gli imprenditori che rifiutano di dare ai nostri membri la loro giusta parte”. Questo nemico, per quanto potente, può essere vinto, se si ha fiducia nella lotta e nella possibilità di vincerlo: “Noi ci battiamo per il bene del nostro sindacato, dei nostri membri e delle nostre famiglie. Lottiamo per il bene di tutta la classe lavoratrice. (…) Io credo che grandi cose sono possibili, ma solo se siamo capaci di scrollarci di dosso la nostra paura. Solo se la smettiamo di permettere che la classe dei miliardari definisca ciò che è possibile e ciò che è realistico” (così il 13 settembre, a conclusione di uno streaming coi militanti dell’UAW). Alla partenza della lotta aveva attinto alle sue conoscenze bibliche per sostenere che “certo, queste corporations sono delle montagne, ma insieme possiamo smuoverle. Per cui sono qui a chiedervi: avete fede? Siete pronti a sollevarvi tutti insieme e smuovere queste montagne?”.

Fain e l’Unite All Workers for Democracy

Da dove sbuca questo Shawn Fain intorno alla cui figura ormai fioriscono gli studi politologici (in campo nemico), a cominciare da quelli del celebre Politico? Da una tradizione operaia familiare: suo nonno lavorava negli anni ‘30 alla Chrysler; anche lui ha cominciato come elettricista alla Chrysler di Kokomo nell’Indiana, diventando poi un funzionario della Local 1166, con una sua posizione autonoma dal resto della corrottissima, iper-aziendalista burocrazia sindacale da almeno 15 anni. Ad esempio, quando sfruttando la grande crisi del 2007-2008 Marchionne&Co. introdussero una seconda fascia retributiva di paga per i nuovi assunti pari alla metà del salario dei vecchi dipendenti (il cosiddetto “two-tier wages”), Fain si oppose alla cosa contro l’opinione della dirigenza UAW con l’argomento incontestabile: “se voti per questo accordo, è come andarti a prendere una pistola e spararti in testa”.

Il salto da funzionario sindacale anomalo a capo dell’UAW è assai recente ed è l’esito dalla battaglia data da un gruppo di minoranza interno allo storico sindacato dell’auto – l’UAWD (Unite All Workers for Democracy), sorto nel 2019 – per eleggere la direzione facendo esprimere gli iscritti direttamente secondo il principio un membro un voto, e non più attraverso il sistema dei delegati, sopprimendo in questo modo l’Administration Causus che per 80 anni aveva deciso tutto dall’alto. Una riforma democratica, nel senso di democrazia operaia, approvata di recente sull’onda di un processo in cui la vecchia dirigenza del sindacato era imputata di essersi appropriata di 5 milioni di dollari per le proprie spese di lusso (hotel, gite per partite di golf, superalcolici, etc.) – approvata, però, in un voto a cui ha partecipato solo il 14% degli iscritti. Nel ballottaggio tra i diversi candidati alla presidenza, Fain l’ha spuntata di stretta misura, inaugurando da subito una nuova prassi: “invece di cominciare i negoziati con le strette di mano ai capi delle imprese automobilistiche, secondo una tradizione pluridecennale, è andato in giro per gli Stati Uniti a stringere le mani dei lavoratori membri del sindacato”, e spiegargli in un’infinità di incontri diretti, in streaming, su bollettini interni, le rivendicazioni da avanzare e il piano di lotta del sindacato.

Il piano di lotta: lo Stand-Up Strike, e il resto

Delle “audaci richieste” dell’UAW in materia di salario, scala mobile, superamento dei tre livelli di paga, riduzione degli orari di lavoro, abbiamo parlato in altro articolo (*). Ci soffermiamo ora sul piano di lotta, centrato sullo Stand-Up Strike che Fain e i suoi hanno ripreso dall’esperienza di sciopero degli assistenti di volo dell’Alaska Airlines. Questi nel 1993 decisero di scegliere “a caso” i voli da colpire, costringendo così la compagnia ad assumere durante la vertenza (potenziali) crumiri per tutti i voli. In realtà, poi, lo sciopero coinvolse solo 7 voli in due mesi, massimizzando in tal modo i danni all’impresa e riducendo le perdite di salario per le lavoratrici e i lavoratori – un approccio noto con l’acronimo CHAOS (Create Havoc Around Our System). Le Big 3 statunitensi, in questo caso, non sapendo dove avrebbe colpito l’UAW, hanno accumulato motori e altre parti delle auto spedendoli spesso alle strutture sbagliate e generando, appunto, un certo caos nelle catene di fornitura.

Sulla base della tattica dello Stand-Up Strike, sono entrati in sciopero il 15 settembre solo 13.000 operai di GM, Ford e Stellantis. In seguito lo sciopero si è esteso a 38 magazzini di ricambi, e il 29 settembre ad altre due fabbriche di produzione, la Ford di Chicago e la GM Delta Township Assembly di Lansing nel Michigan, per un totale di 25.000 lavoratori coinvolti – da notare: la nuova direzione dell’UAW ha deliberato che lo sciopero sia coperto dalle casse sindacali dal primo giorno, non più dall’ottavo. In tutti i casi si tratta di uno sciopero con picchetti. Ma via via che la lotta si protrae, tutte le fabbriche del settore auto sono state messe in allerta per massimizzare i danni ai padroni pur senza entrare in sciopero. Al momento ci sono 130.000 lavoratori che seguendo la regola “work to rule” si attengono rigidamente alle norme. Spesso, quindi, rallentano la produzione, si rifiutano di spostarsi in bici dentro gli stabilimenti e di camminare velocemente, non accettano più ordini orali, né cambi di postazione, di reparto e tanto più di fabbrica per sopperire al personale mancante. La misura di solidarietà di maggior peso è il rifiuto dello straordinario volontario (“Eight and Stake”), difficile da fare per gli operai a più basso livello di paga, ma che finora ha visto un’adesione così ampia da causare la chiusura di molte fabbriche nel weekend, e l’interruzione della produzione di intere linee. I settori di classe più coscienti stanno boicottando anche lo straordinario obbligatorio, con la motivazione che non sono state rispettate le regole di preavviso, oppure con il rifiuto puro e semplice a farlo, mettendosi in ferie o in malattia.

[E’ da considerare che lo sciopero riguarda solo le BIG Three, che sono sindacalizzate, mentre quasi tutte le case auto estere (Giappone, Germania, Corea, Francia) hanno costruito fabbriche nel Sud, in gran parte non ancora sindacalizzate, e con salari più bassi. Contano per circa il 60% delle auto vendute negli USA, comprese quelle importate. La sfida è sindacalizzarle, e l’esito dello sciopero può essere decisivo nel convincere i lavoratori sui vantaggi dell’unione.]

GM, Ford e Stellantis tra prime aperture, ricatti e violenza

L’impatto complessivo di questo sciopero sull’insieme della classe operaia è forte: “hanno acceso il movimento operaio”. Le manifestazioni di solidarietà attive di intere categorie, come i Teamsters e i controllori di volo, si stanno combinando con forme di appoggio di gruppi di lavoratori ai picchetti, che sono vivaci, perfino entusiasti, e generano “slogan creativi”, qualcosa che “non si vedeva da decenni”. Sta crescendo il rispetto di sé dei lavoratori e dell’organizzazione sindacale, che era ridotta in uno stato desolante. Cresce il numero di lavoratrici e lavoratori che diventano attivisti, organizzatori sindacali di volantinaggi, picchetti, comizi. Nei sondaggi sul largo pubblico indifferenziato il 75% degli intervistati si dice favorevole alle rivendicazioni del sindacato, mentre l’indice di gradimento delle Big 3 è caduto pesantemente. Si è scritto, con qualche esagerazione forse, che la lotta degli operai e delle operaie dell’auto statunitensi è un “referendum sul capitalismo”… Comunque sia, è un dato di fatto che dopo Biden, a suo modo anche Trump ha dovuto prendere posizione, andando a parlare alla Drake Enterprises nel Michigan, uno stabilimento di ricambi non sindacalizzato. Nel suo show davanti a 400-500 suoi fans ha sostenuto che “purtroppo” la lotta in corso è inutile perché Biden intende distruggere la produzione di auto di vecchio tipo per sostituirla con le auto elettriche. E non sono mancati i deputati e i senatori repubblicani che si sono dichiarati al fianco degli operai.

Sorpresi dalla determinazione degli scioperanti, dall’organizzazione della lotta e dalla sua eco nella società anche al di là del proletariato industriale, i boss di GM, Ford e Stellantis stanno alternando prime aperture a brutali ricatti, mentre finanziano a piene mani un’aggressiva campagna mediatica contro l’UAW e gli operai accusati di “rovinare l’economia” nazionale. Finora le aperture stanno avvenendo in ordine sparso, dal momento che ognuna delle Big 3 gioca la sua partita. Stellantis si è detta favorevole a trattare sul ripristino dell’indennità legata al costo della vita (il COLA: cost-of-living-adjustment) che fu abolita nel 2009, sui picchetti (il diritto a non oltrepassarli), sul diritto a scioperare (senza ricevere sanzioni) in caso di violazione degli accordi da parte dell’impresa o di chiusure di impianti. Ford e GM abbozzano l’apertura sulla riduzione dei livelli salariali e sui tempi di passaggio da una fascia all’altra che potrebbero essere dimezzati (da 8 anni a 4). In generale, ha osservato con ironia un’operaia, “They’re a little gun-shy now”, i dirigenti sono un po’ più timidi ora…

Ma nonostante si siano fatti più prudenti, le Big 3 rinnovano gli abituali ricatti con il ricorso agli straordinari obbligatori (che in alcuni stabilimenti Stellantis erano due su tre prima dello sciopero), i licenziamenti “provvisori” di migliaia di operai (**), l’assunzione coperta o scoperta di crumiri, la ricollocazione dei lavoratori tra i reparti e le linee, le aggressioni ai picchetti avvenute in Michigan, Massachussets, California, il tentativo di scagliare contro gli scioperanti i tanti non sindacalizzati (per esempio i dipendenti delle concessionarie, dove non è presente l’UAW), i proprietari di auto esasperati dalla carenza di pezzi di ricambio, dai ritardi nelle riparazioni, o i nuovi assunti, i cui salari sono insufficienti se non integrati dagli straordinari – alla Ford si parte da 16.67 dollari lordi l’ora e si rimane per anni a questo livello. Con l’insieme di queste manovre anti-operaie contano di logorare la lotta e l’UAW con l’uso del fattore-tempo e del loro strapotere sui media.

Le lezioni di questa lotta (in breve)

Ce n’è più d’una. La prima riguarda la polarizzazione di classe derivata direttamente dalla crisi storica del modo di produzione capitalistico, dove “storica” non vuol dire “finale”, né che avrà uno svolgimento lineare, segnato da regolarità. E tuttavia, stanti le leggi di funzionamento del capitalismo, la crisi viene riversata necessariamente, come sempre, sui produttori di plusvalore, sul proletariato. Sfruttamento nelle forme più classiche del pluslavoro, ma anche oppressione, avvilimento del lavoro salariato con una progressione di intensità che sta diventando intollerabile anche nel paese che resta il più potente capitalismo “nazionale” del mondo. Da ciò deriva l’inesorabile esplosione del conflitto di classe negli Stati Uniti, dentro la quale si stanno creando le condizioni per la rinascita del movimento proletario come movimento indipendente della classe sfruttata e oppressa. Sebbene il suo livello di partenza possa apparire, o essere effettivamente, “più arretrato” che nei paesi europei, la dinamica di questa lotta mostra come la lotta stessa sia in grado di fare giustizia di molte “superstizioni” e convincimenti che per lungo tempo sembravano ineliminabili. La nuova combattività e determinazione operaia sta sgretolando il corporativismo, l’identificazione, che sembrava inscalfibile, dei lavoratori con la “propria” azienda, l’accettazione supina della tesi che considera sacra e intoccabile la ricchezza. Infranto – dallo stesso capitale! – il “sogno americano”, e con esso l’illusione che, lavorando sodo, tutti possano avanzare e migliorare illimitatamente la propria condizione, rimane l’incubo di una feroce divisione di classe, la realtà, ormai percepita, dello sfruttamento e della oppressione padronale che si pretende senza limiti e che vorrebbe cancellare la stessa dignità del lavoratore. La consapevolezza di questo stato di cose, raggiunta nella lotta e con la lotta, è un grosso passo avanti per tutta la classe operaia.

La rinascita del movimento proletario come movimento indipendente passa appunto, necessariamente, attraverso la ripresa della lotta di massa dei proletari, anzitutto quindi degli scioperi; di scioperi condotti ricorrendo all’esercizio dell’organizzazione, della forza e della violenza di classe per fare male alla “classe dei miliardari” (come la chiama Fain), e per difendersi in modo adeguato dagli attacchi brutali o avvolgenti che essa metterà in atto. Solo in questo modo, attraverso questa pratica, come è già avvenuto nella lotta contro Amazon e nelle agitazioni contro UPS e Starbucks, si potrà formare una nuova leva di militanti operai dotati di un maggior livello di coscienza di classe. Comunque vada a finire, come per ogni battaglia vera e non recitata, la vittoria non è scontata, tanto più considerando la potenza dei mezzi a disposizione dei suoi nemici – ma, ripetiamo, comunque vada a finire, questa lotta è un segno che le condizioni della rinascita del movimento proletario stanno maturando anche nel “ventre della bestia n. 1”.

Nel processo complessivo di risveglio degli sfruttati negli Stati Uniti (e non solo) la lotta economica, sindacale è importante come scuola dell’organizzazione di classe, e anche come “scuola di comunismo”, nella misura in cui in essa si può imparare a guardare al di là del proprio campo particolare all’insieme della classe, al futuro della classe, ai rapporti tra le diverse classi sociali, dal momento che per il legame sempre più stretto tra lotta economica e lotta politica, ogni lotta economica di un certo peso chiama oggi in causa l’intero assetto della società. Non ha certo torto il deputato DSA di New York City Strauss quando sostiene che “questo sciopero non riguarda solo rivendicazioni economiche, ma anche la creazione di potere per tutti i lavoratori”.

Ad onta della fragilissima contrapposizione tra democrazie e autocrazie, la realtà è che le imprese multinazionali di ultima generazione (Amazon, Tesla, Google) o di successo (Wal-Mart) hanno la pretesa totalitaria di azzerare la lotta di classe al proprio interno, e sono in questo il punto di riferimento delle imprese più tradizionali, come quelle dell’auto. Questa pretesa totalitaria carica di valenze politiche la lotta economica – come già abbiamo segnalato in tempo reale in occasione della nascita, il marzo 2022, della Amazon Labor Union al magazzino Amazon di Staten Island (New York). Allo stesso tempo, il fatto che le pretese capitalistiche carichino di valenze politiche la lotta economica non significa affatto, per noi, che quest’ultima finisca per coincidere con la lotta politica o che la possa in qualche modo surrogare. Significa solo che la lotta politica non può nascere dal nulla, da un’opera di “evangelizzazione” svolta dalle avanguardie; deve avere un forte retroterra materiale, tanto più in un paese in cui, per un lunghissimo tempo, la maggioranza della classe operaia ha conosciuto un livello di integrazione estremamente intenso e pervasivo, grazie alle posizioni monopolistiche di molte imprese statunitensi sul mercato mondiale, da tempo smantellate in settori come l’automotive. La “talpa” della lotta economica deve scavare le necessarie gallerie per la lotta politica aperta volta al rovesciamento del capitalismo.

Se fondamentale è stata e sarà la ripartenza su grande scala dello scontro di classe, non meno fondamentale è stato e sarà il ruolo delle “piccole minoranze attive”. Dietro la lotta operaia nel settore auto c’è l’UAWD. Dietro il primo sfondamento in Amazon la tenacia di pochi, svitati Chris Smalls (***). Dietro la ripresa di combattività dei Teamsters, la spinta dei Teamsters for a Democratic Union. Sappiamo bene che i vari UAWD, Teamsters for a Democratic Union fanno capo alla sinistra del partito democratico, i DSA, che criticano l’ineguaglianza crescente ma si accontenterebbero di una minore, che denunciano miliardari e capitalisti, ma non sono certamente anticapitalisti, che si differenziano dai Clinton, dagli Obama e dai Biden, ma finiscono sistematicamente per portare acqua al loro mulino. E tuttavia nel corso di lotte come questa i lavoratori si confrontano con lo sfruttamento e la divisione in classi, e una minoranza più radicale può avanzare, nello svolgimento dello scontro, tanto più quanto più lo scontro è acuto, dalla lotta per una meno iniqua ripartizione della ricchezza sociale tra le classi (Bernie Sanders, DSA) alla coscienza della necessità della lotta per una società senza classi.

Per far maturare questo avanzamento (un vero e proprio salto di qualità), non c’è dubbio alcuno per noi, sarà essenziale in futuro, lo è già oggi, l’apporto di quei piccoli gruppi di militanti rivoluzionari che hanno fatto un bilancio critico della storia del movimento operaio internazionale. Un bilancio che deve aiutarli a pensare in grande e ad organizzarsi, per dar vita, negli sconvolgimenti futuri, ad un reale partito rivoluzionario – chi ci conosce almeno un poco sa che le giaculatorie sul partito ci fanno venire l’orticaria, per questo ce ne teniamo alla larga, ma ciò accade proprio perché siamo partitisti, e ci dà fastidio che le “grandi parole” vengano usurate facendone abuso.

C’è ancora un’altra lezione da trarre dalla lotta operaia in corso negli Stati Uniti: la rottura della pace sociale, lo sviluppo della lotta di classe degli sfruttati è il miglior antidoto alla generale tendenza alla guerra. Osservate il primo effetto di 15-16 giorni di sciopero di appena 25.000 lavoratori dell’auto: in extremis è stato evitato a Washington, con un accordo tra i democratici e parte dei repubblicani, il default federale. E cosa viene a cadere? I 6 miliardi di ulteriori forniture di armi a Kiev… Si capisce, si capisce, dottorini del nulla, siamo ancora ben lontani dalla critica spietata dell’imperialismo statunitense da parte degli operai in lotta, e perfino da parte della massa dei manifestanti di BLM. Ma sentire da un esponente sindacale statunitense che “il nostro unico e solo vero nemico” è nella “nostra area”, non in paesi lontani, ed è “la classe dei miliardari” e lo strapotere, l’avidità delle corporations statunitensi; vedere che proprio per effetto di uno schieramento così netto sta diventando un punto di riferimento per decine di migliaia di proletari statunitensi; facendo la tara di tutto ciò di cui è bene fare la tara, a cominciare dal futuro dell’individuo-Fain, fa un certo effetto. Almeno su di noi che abbiamo sangue caldo nelle vene.



Note


(*) https://pungolorosso.wordpress.com/2023/09/18/no-justice-no-jeeps-sullo-sciopero-degli-operai-dellauto-negli-stati-uniti/

(**) https://pungolorosso.wordpress.com/2023/09/23/stati-uniti-gm-ford-e-stellantis-reagiscono-allo-sciopero-con-migliaia-di-licenziamenti-di-rappresaglia/

(***) https://pungolorosso.wordpress.com/2022/04/03/new-york-i-lavoratori-di-amazon-strappano-una-vittoria-storica-labor-notes-italiano-english/

Il pungolo rosso

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