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(28 Maggio 2011) Enzo Apicella
Fincantieri chiude gli stabilimenti di Sestri Ponente e di Castellammare di Stabbia e annuncia 2.500 licenziamenti.

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(Lotte operaie nella crisi)

Rispondere all'attacco anti-proletario con scioperi veri.
Basta con gli scioperi farsa!

(28 Novembre 2023)

La crisi economica precipita nel baratro i proletari. Nel mondo intero, cresce la disoccupazione e si moltiplicano i licenziamenti e gli attacchi ai lavoratori. Comincia però a incrinarsi la cappa del pesante controllo sociale esercitato per decenni da partiti “di destra” e “di sinistra” e organizzazioni sindacali di regime: il giovane proletariato immigrato in questi anni ha sfidato apertamente il padronato, un’avanguardia che non si è chiusa nel silenzio dei magazzini o delle fabbriche o nell’isolamento dei campi di pomodori, non ha avuto paura di scendere in strada e rivendicare il miglioramento generale delle proprie condizioni di vita e di lavoro.

Cominciano a scontrarsi, all’interno del movimento proletario, due correnti opposte: una che porta avanti il bisogno, la necessità, la voglia di lottare, la rabbia e l’indignazione, l’altra che invoca il “diritto”, la “pace sociale”, il ”bene comune”, ossia la resa. Solo rispondendo colpo su colpo a ogni aggressione da parte del capitale si può sperare di vender cara la nostra pelle, oggi sul luogo di lavoro (o di non-lavoro!), domani a fronte di una nuova guerra mondiale. Alla crisi che ci massacra non si risponde chiudendosi nel recinto del luogo di lavoro, isolati.
Non si risponde delegando la nostra sorte a sindacati e partiti che da decenni ci usano come serbatoio di voti per la spartizione della torta, o invocando la mano tesa di governo e Stato, strumenti del potere assoluto esercitato su di noi dal capitale e dalla classe che l’impersona. Ai licenziamenti, ai tagli di salari e pensioni, all’aumento dei ritmi, agli omicidi sul luogo di lavoro, al peggioramento generalizzato delle condizioni di vita, alla precarietà che colpisce le giovani generazioni, allo sfruttamento bestiale cui sono sottoposti i proletari immigrati, alla disperazione cui sono ridotte intere famiglie – a tutto ciò si può rispondere solo tornando a imboccare la via della lotta aperta e senza quartiere contro un modo di produzione che ormai ha esaurito la propria ragion d’essere. Mentre prosegue l’attacco diretto alle nostre condizioni di vita e di lavoro, nelle fabbriche e nei servizi, con cassa integrazione, licenziamenti, svendita dei salari e aumenti degli orari di lavoro, mentre l’inflazione diminuisce il valore reale del salario e un nuovo esercito di lavoratori è condannato a un lavoro precario, flessibile, senza garanzie e prospettive, i sindacati di Stato CGIL-UIL proclamano una serie di scioperi farsa contro la finanziaria – uno sciopero il cui obiettivo non è la difesa delle nostre condizioni, ma il rilancio della prossima concertazione e l’imbavagliamento delle masse operaie.

L’azione e le parole d’ordine della CGIL testimoniano questa “libidine di servire”, avendo come priorità l’economia nazionale, il bene del paese, proponendosi di offrire al padronato e allo Stato, su un piatto d’argento, un proletariato confuso e obbediente, nella più pura tradizione socialdemocratica e stalinista. Negli ultimi anni questa “sinistra” ha attaccato ogni manifestazione, ogni lotta, ogni sciopero, che uscisse fuori dal controllo sindacale, guadagnandosi così i favori della Confindustria e delle autorità finanziarie. A forza di limare lo sciopero e di attaccare i “facinorosi” che osano uscire dalle “regole”, lo sciopero è stata di fatto reso inutile, un’arma spuntata, annullata, vietata: e non dalla destra borghese, ma da coloro che dovrebbero difendere le nostre condizioni di vita e di lavoro!

Proletari! Compagni! Lo sciopero generale deve essere nazionale, di tutte le categorie, senza preavviso e senza limiti di tempo, deve colpire il Capitale dove è più sensibile: nel profitto. Si deve lottare contro ogni sua regolamentazione. La lotta per forti aumenti salariali e per il salario integrale va estesa ai disoccupati, ai licenziati, agli immigrati. L’orario di lavoro deve essere ridotto drasticamente a parità di salario. Va combattuta ogni barriera (fra occupati e disoccupati, fra immigrati e “indigeni”, fra precari e “stabili”, per sesso e per età) e ogni forma di divisione all’interno della classe operaia (razzismo, localismo, nazionalismo). Bisogna tornare a un’organizzazione sindacale e di lotta dei lavoratori su basi territoriali, fuori dalle galere aziendali. Riappropriarsi dell’arma dello sciopero, che va strappata dalle mani di sindacati che l’hanno trasformata in un’insulsa scampagnata e deve invece tornare a essere uno strumento per colpire il capitale, bloccando la produzione e le vie di scambio delle merci, con picchetti contro i crumiri. Rifiutare ogni sostegno alle necessità superiori di questa o quell’azienda, privata o pubblica, e soprattutto dell’economia nazionale, con cui Stato, governi, padronato, sindacati non smettono di ricattarci, proponendocele come “nostro comune interesse”. Rifiutare ogni tentazione nazionalistica (laica o religiosa che sia) con cui la classe dominante di ogni paese sta già cercando di schierare i proletari gli uni contro gli altri. Solo rispondendo colpo su colpo a ogni aggressione a mano armata da parte del capitale si può sperare di vender cara la nostra pelle e smettere di essere carne da macello, oggi sul luogo di lavoro (o di non lavoro), domani sui campi di battaglia del nuovo conflitto mondiale che si prepara.

Partito comunista internazionale (il programma comunista – kommunistisches programm – the internationalist – cahiers internationalistes)

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