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(Contratto Metalmeccanici)

Ostiense: gli invisibili operai dalle tute blu

(2 Dicembre 2005)

Un sax suona "Jingle and Bells", ma non c’è nessun clima natalizio a piazzale dei Partigiani, gremito di metalmeccanici. Dicembre inizia sotto il segno della protesta per le tute blu e chissà se ci sarà un natale per loro, che aspettano il rinnovo del contratto da 11 mesi. C’è un clima di attesa, solidarietà. Sono le 8 e 30 e mancano ancora alcuni pullman. Il corteo da Ostiense si muoverà poi verso San Giovanni, per ricongiungersi con gli altri due cortei.

«Oggi le fabbriche sono vuote e le piazze piene» grida Luca Colonna, segretario Uilm a Roma. Le tute blu,scendono in piazza, per ottenere visibilità. Loro gli invisibili escono allo scoperto: vogliono essere guardati, ascoltati. Vogliono che sia presa in considerazione la loro causa.

I primi ad arrivare sono i metalmeccanici di Emilia Romagna e Puglia. Molti sono partiti stanotte. Hanno passato una notte in treno al freddo. Lamentano treni cari e sporchi. Ora mangiano wafer, si strofinano le mani per scaldarsi. Qualcuno beve una birra. Cantano in rima: «Continueremo a scioperare e il contratto ce lo dovranno dare». E ancora «Da qui a Natale il contratto s’ha da fare». C’è chi gioca a calcio, in attesa che arrivino gli altri pullman.

Ben, tunisino in Italia con regolare permesso di soggiorno, lavora alla Smaltiflex di Modena. È lui a fermarci, a parlare : «La tv non ci ascolta. Il governo non ci ascolta. Le nostre sono richieste davvero minime: l’aumento della paga non considera neanche il passaggio dall’euro alla lira. I nostri stipendi non hanno più potere d’acquisto ». E continua «Questo è l’ultimo sciopero pacifista. Poi bloccheremo autostrade e treni». A Modena nei mesi di ottobre e novembre ci sono già stati 4 blocchi stradali di cui i media non hanno parlato.

Qualcuno da un camion grida: «Grazie alle tute blu, perché esistono ancora e producono la metà della ricchezza di questo paese». I metalmeccanici venerdì si impadroniscono delle piazze di Roma. Sono qui per rivendicare la dignità del loro lavoro, non per chiedere elemosine. Claudia, 43 anni, torinese, operaia della Trv, indotto della Fiat, afferma: «Non vogliamo solo soldi, ma diritti. Loro, invece, se ci danno i soldi ci tolgono i diritti». Critica Federmeccanica, che chiede più flessibilità negli orari di lavoro ai metalmeccanici. In tempi di berlusconismo e tagli alla Finanziaria, c’è chi pensa di poter tornare indietro di 30 anni e annullare tutte le battaglie che sono state vinte.

Nella folla qualcuno ricorda il 2 dicembre del 1976. «Anche allora ero qui a Roma per il contratto»: afferma Mauro, 50 anni, ex metalmeccanico di Genova. E continua: «Non si può tornare indietro. Non si può essere disposti a nessun compromesso, quando si parla dei diritti di un lavoratore».

Molte le bandiere della Sardegna. Michele, 39 anni di Porto Torres, operaio della Enichen, industria chimica, alla domanda su cosa produce la sua azienda risponde: « Produce cancro». E continua «Pensare che un operaio possa lavorare fino a 68 anni, significa mangiarsi un uomo in fabbrica. Lavoro come una scimmia e mi devo rivolgere ai miei genitori per andare avanti». Roberto di Cagliari, operaio della Alcoa, industria che produce alluminio primario, afferma con rabbia: «C’è stata un’inversione di rispetto: si disprezza chi produce e si preferiscono i diversi Berlusconi televisivi. In pensione a 68 anni ci vada chi lavora in uno studio televisivo». È forte la protesta in una regione scarsa di servizi pubblici come la Sardegna.

Il Piemonte arriva in ritardo. E arrivano anche le bandiere "No Tav". Arturo, delegato della Cgil, 54 anni della Val di Susa ci racconta i disagi del viaggio: «Abbiamo dovuto prendere l’autobus per venire qui. Vogliono costruire la Tav, ma sarebbe meglio potenziare la vecchia linea ferroviaria. Invece hanno ridotto i vagoni del treno. Non so perché: forse per le zecche o perché troppo obsoleti».Inanto molti sono dovuti andare a Torino a prendere un treno per Roma.

Nuccio, 50 anni, operaio della Pininfarina di Torino ci chiede: « Perché noi no? Perché il nostro contratto non viene rinnovato? Mi sembra una richiesta minima».

Intanto a Torino in vista delle Olimpiadi è stata programmata una moratoria di due mesi, in cui non si potrà scioperare. Mina 41 anni, operaia della Mirafiori, nel settore carrozzeria dice: «Oggi volevo coprirmi il viso con una mascherina bianca perché mi sento invisibile: Noi ormai non esistiamo. Serviamo solo per le campagne elettorali». I metalmeccanici sono davvero gli invisibili, la nuova classe sociale degli invisibili. E c’è chi dice che per la Mirafiori ormai è destinata solo a chiudere. Afferma Mina: «Se la Grande Punto non riesce a vendere quanto ci si aspetta, sarà dura davvero tirare avanti». Intanto dagli anni Novanta ad oggi il settore carrozzeria della Mirafiori, ci racconta Mina, è passato da 12.000 metalmeccanici a 5400. Ma ancora più disastrosa è la situazione del settore meccanico della Mirafiori dove la cassa integrazione è diventata una realtà per molti e da ormai troppo tempo.

Intanto il serpentone del corteo si va ingrossando. Per le vie ampie di Roma risuonano i megafoni di chi chiede solo più diritti, più rispetto. All’altezza di via Lanza un coro grida all’unisono: «Non siam venuti a Roma a passeggiare, questo contratto si deve fare».

Daniela Palmeri

L'Unità 2 Dicembre 2005

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