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Antifascismo e… opportunismo

(14 Marzo 2006)

Ora è facile, dopo averli lasciati soli, lanciare anatemi contro quei “duecento giovani con le bandiere rosse e pochissimo cervello in testa” (Liberazione on line). Denunziare al pubblico ludibrio il loro estremismo infantile, l’incapacità di costruire un consenso di massa attorno alla loro manifestazione. Condannare l’avventurismo di chi immagina di poter conquistare una piazza, gentilmente e illegalmente concessa alle squadracce fasciste (le leggi italiane vietano ancora l’apologia del fascismo), opponendo la violenza “fai da te” alla violenza organizzata degli apparati dello stato.

Nessuno può negare che è certamente legittimo sottoporre a una critica, anche serrata, l'azione degli antifascisti milanesi; segnalarne i limiti e gli errori, trarre un bilancio onesto della loro iniziativa.
Ma la critica politica è altra cosa dallo sciacallaggio col quale - bollando i giovani antifascisti milanesi come “delinquenti”, da reprimere con anni di galera, o prezzolati al soldo del nemico - l’intera sinistra “politicamente corretta” sta incitando al linciaggio, usando gli stessi toni e gli stessi argomenti della destra più reazionaria.

E allora bisogna pur aver il coraggio di dire, anche se questo probabilmente spaventerà a morte qualche elettore moderato, che l’11 marzo a Milano, i delinquenti erano gli squadristi che sfilavano autorizzati e protetti dalla polizia incitando all’odio razziale. Piccoli delinquenti dal coltello facile - da sempre usati per intimidire e colpire le avanguardie antagoniste - guidati da capi notoriamente implicati in tutte le operazioni eversive che la Repubblica ha dovuto affrontare dalla sua fondazione.
I delinquenti erano coloro che li hanno sdoganati dandogli un diritto – il diritto di agire indisturbati per le strade e le piazze del nostro paese - che, ne la legge, ne il buon senso di un popolo geloso delle sue libertà, può consentire.
I delinquenti sono gli squadristi in camicia nera e quelli a doppiopetto che li proteggono, non tanto e non solo per lucrarne qualche voto, ma, soprattutto, perché sanno bene che una milizia armata da utilizzare nei momenti di difficoltà (o una centrale da cui far partire le provocazioni nei momenti di crisi di egemonia) sono ottime armi alle quali la borghesia non rinuncia anche quando cerca di darsi una vernice “democratica”.

E non si possono mettere sullo stesso piano coloro che, “pur non tenendo conto dei reali rapporti di forza”, magari pure sbagliando tatticamente, hanno cercato di impedire una manifestazione che uno stato democratico (?) sorto dalla Resistenza avrebbe dovuto vietare, rischiando comunque la propria pelle (e finendo in galera) per rivendicare il diritto a una manifestazione antifascista, questa si vietata!

Certo… una grande manifestazione di massa avrebbe reso impraticabile la violenza contro una minoranza di militanti e spazzato via le poche decine di fascisti con la forza del numero.
Ma una grande manifestazione di massa non c’è stata, e non per la volontà “minoritaria” di chi era in piazza, ma, perché le masse se ne sono rimaste a casa, passivizzate dalle organizzazioni che avrebbero dovuto mobilitarle e che hanno ritenuto “non opportuno” farlo.
Non opportuno, perché lo scontro elettorale “si vince al centro” e perché, in questa gara a recuperare l’ultimo voto dell’ultimo moderato indeciso, non c’è spazio per le battaglie, ne per quelle di classe e ne per quelle (pur difensive) a difesa dei già esigui spazi democratici.

Se l’antifascismo ufficiale diventa insensibile di fronte al rinascere dello squadrismo, se considera un reato da cui dissociarsi l’antifascismo militante, se i suoi capi non trovano di meglio che piagnucolare sulle pagine dei giornali e delle tv borghesi la loro innocente non violenza (nelle stesse ore in cui 41 giovani antifascisti stanno sperimentando sulla loro pelle tutta la violenza delle patrie galere)… allora forse è arrivato il momento di riflettere, e seriamente, sul futuro che ci aspetta.

Lo scontro non è fra “violenti” e “non violenti” come qualcuno continua a blaterare, cercando di accreditarsi come garante della composizione dei conflitti, criminalizzando tutto ciò che mette in discussione la pace sociale (dietro la cui foglia di fico cresce la violenza dello sfruttamento) o promettendo galera a chi non accetta le regole di una democrazia alla cui ombra cresce la gramigna fascista.
Lo scontro è fra chi vuole che i fascisti e i padroni continuino a esserci e chi vuole cancellarli dalla storia. Fra chi considera la lotta nelle sue molteplici forme - che non sono dettate da astratti principi (non-violenza o violenza), ma dalle reali condizioni imposte dal livello del conflitto - come “valore”, come strumento centrale della trasformazione della società, e chi ha scelto la mediazione e il compromesso.

Se estremismo c’è stato, in questa come in altre occasioni, esso non è che la reazione spontanea e, se volete, infantile all’opportunismo dilagante. E’ il frutto acerbo (e la nemesi) del cretinismo elettorale di una sinistra che ha rinunciato a dirigere i movimenti antagonisti. E’ la risposta a un vuoto, a un’assenza. L’assenza di una forza rivoluzionaria comunista capace di trasformare la rivolta in lotta organizzata.
Senza di questo lo scontro di classe si ridurrà sempre più a qualche episodio di violenza di strada. La voglia di lottare sarà isolata e repressa. I giovani antifascisti accoltellati nell’indifferenza generale e le loro manifestazioni ridotte a mere e “minoritarie” testimonianze di fede da sciogliere con la forza, nel plauso generale di una “sinistra” suicida che ha dimenticato che, l’arroganza dei padroni e dei loro servi, cresce e si sviluppa sull’inazione e sull’opportunismo delle organizzazioni storiche del movimento operaio.

13 marzo 2006

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