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Addio compagne

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(23 Febbraio 2010) Enzo Apicella
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Sulle sorti dei comunisti

Contributo alla discussione

(27 Agosto 2006)

Prendo spunto dalle riflessione impegnative che il compagno Astengo scrive l’11 agosto e colgo volentieri lo stimolo a ragionare sulle sorti dei comunisti ; sto cercando di comprendere le ragioni del declino annunciato di Rifondazione Comunista, partito nel quale ho militato fino a qualche mese fa; è solo un inizio,ancora un po’ confuso e sicuramente molto parziale ma da qualche parte bisogna pur cominciare! Sono d’accordo nel collocare la prima avvisaglia di “mutazione genetica” nel passaggio di consegne a Bertinotti e alla sua ascesa a leader maximo ed unico; se non erro sta proprio in questo contesto che i nascenti gruppi dirigenti e quella collegialità decisionale poco “rodata”, frutto di differenti passati in organizzazioni politiche diverse , subiscono tante mortificazioni. La presenza singola e singolare del segretario in tutte le TV; in tutti i salotti; l’attenzione spasmodica per “l’uomo Bertinotti” e per la “sua eleganza e pacatezza nell’opporsi” hanno riempito i rotocalchi dell’epoca ed hanno non poco distratto dai contenuti politici ed ideali di cui il Partito aveva la pretesa di essere portatore. Su questo punto i comunisti di Rifondazione hanno avuto la responsabilità nel non aver evidenziato, all’interno ed all’esterno, le dinamiche distorte che, nell’inconsapevolezza più totale, andavano attecchendo; un errore di valutazione costato caro in seguito.

Tutto ciò però non basta a giustificare la deriva né tantomeno l’accelerazione della stessa, sfociata nel congresso di Venezia. Farei dunque un passo indietro nel datare l’inizio della fine e porrei maggior attenzione al “come” nell’aprire la fase costituente di RC, le diverse provenienze si sono collocate nel contesto del momento politico e storico; prime fra tutte le due componenti provenienti dallo sfascio della Bolognina. Ricordo abbastanza chiaramente quanto esse si fronteggiassero e da parte di entrambe vi fosse molta più attenzione alla ricollocazione piuttosto che alla necessità di riappropriarsi dell’idea del “cambiamento possibile e necessario” e quindi di una presenza comunista organizzata. Allora, Rifondazione si percepiva come un “luogo” che, poco appropriatamente, veniva chiamato partito, con caratteristiche di provvisorietà , di non definizione, forse con la funzione di inglobare e neutralizzare frange difficili da omologare al sistema; in poche parole un contenitore, ora ampio ora stretto, a seconda di valutazioni e decisioni prese altrove e non all’interno del suo “corpo”.

Sicuramente questa è una percezione riduttiva e che risente di una visione localistica; tuttavia posso affermare che in Veneto si è fatto di tutto e di più perché l’organizzazione seria di una Partito Comunista non decollasse né tantomeno si radicasse nelle periferie o nei luoghi di lavoro tradizionalmente legati alla presenza dei comunisti come ad esempio Portomarghera .

Su questo mi si risponde spesso che la difficoltà di radicamento è dovuta alla destrutturazione delle fabbriche , alla frantumazione del lavoro ed al conseguente aumento di sacche di lavoro nero e precario, alla presenza della LegaNord ,ecc.ecc….E’ senz’altro tutto vero ma è anche una analisi inconcludente: si converrà con me che Portomarghera è pur sempre una realtà consistente sotto tutti i punti di vista, comprese le contraddizioni. Il Partito ha fatto delle analisi sbagliate e non lo si vuole ammettere; se queste fossero maggiormente indagate si comprenderebbe come mai non esiste un circolo di RC in tutta l’area industriale.

Per anni siamo stati in presenza di una disorganizzazione permanentemente rissosa, entro la quale, organismi dirigenti pur diversi, e la base stessa molto poco hanno elaborato, deciso e contato; laddove si tentava di costruire e strutturare, arrivava immancabilmente l’ordine perentorio di “autorevoli dirigenti”(ora, guarda caso piazzati al governo) di non procedere oltre. Tutto questo fino ai giorni nostri in cui sono stati usati, come testa di ponte, soggetti diversi, ma di molto dubbia appartenenza comunista, che hanno distrutto, diviso e reso inerte perfino la possibilità di ricostruzione. Sul piano nazionale questa accelerazione si constata non diffusamente ma a “macchia di leopardo”.

Sorge spontanea una domanda che rivolgo soprattutto a chi non è incline ad accettare tutto questo come evento di un destino inevitabile: Potrebbe essersi concretizzata, ancora una volta, la volontà precisa di non far avanzare “la classe” e quindi anche le sue forme organizzate?Se osserviamo la storia del movimento operaio ci rendiamo conto che questo è un film già visto;da R.Luxemburg alle più recenti scissioni socialiste in Italia negli anni 60 e perfino alla decretata fine del PCI. In tutte queste situazioni il comune denominatore è “la contaminazione” con il sistema; l’abbandono della convinzione della necessità e dell’urgenza del cambiamento di sistema; il miraggio della “stanza dei bottoni”dove, secondo qualche ingenuo opportunista, la “classe” e le sue espressioni possono finalmente contare; si smette di pensare al capitalismo per quel che realmente esso è! E dunque anche le parole cambiano di significato: l’alternativa diventa alternanza; la guerra permanente diventa missione di pace; ritiro immediato delle truppe diventa “usciamo gradatamente dalla guerra” e avanti così fino al non distinguere più le espressioni più elementari di penetrazione capitalistica.

Capisco che è una riflessione buttata là (ci vorrebbero molto più tempo e spazio), mi piacerebbe però che cominciassimo a discuterne senza sentirmi dire che inseguo strane dietrologie; ho pure la consapevolezza che certe analisi possono far male, ma penso facciano peggio la rimozione e il non sapere cosa siamo stati e quali sono stati i nostri compagni di strada; si converrà con me che chi si accinge a ricominciare, per l’ennesima volta, non ha più voglia di sbagliare e non può quindi prescindere da una non ambigua e necessaria rielaborazione.

Marina Alfier
San Donà di Piave.
Venezia

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