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Il Libano “italiano” ed i conti che non tornano

Osservazioni su un reportage non del tutto convincente di Giuliana Sgrena dal Libano

(10 Gennaio 2007)

Il reportage di Giuliana Sgrena del 6 gennaio su “Il Manifesto”, dal titolo “l’incerto bilancio del Libano Italiano”, proietta alcuni squarci di luce sull’attuale operazione di “Peacekeeping” del governo Prodi in terra libanese.
L’approccio della Sgrena al contesto è indubbiamente benevolo e positivo, anche se nel passaggio che dovrebbe in qualche modo far apparire al lettore l’operazione “Leonte” diversa dalle precedenti missioni berlusconiane si imbatte subito in alcune evidenti contraddizioni.
Cosa differenzia questa operazione dalle recenti avventure irachene e dal fronte afgano?
Dice la Sgrena “…accompagnare, senza confonderli, la missione di peacekeeping con un forte impegno di cooperazione civile per l’emergenza”. Prosegue poi riconoscendo che, “in termini di finanziamenti non c’e’ paragone: 180 milioni di euro per i primi 4 mesi di dispiegamento dei militari e 30 milioni per 1 anno di cooperazione …” Considerando i costi elevatissimi di una presenza militare all’estero, lo scarto tra civile e militare alla fine del 2007 sarà enorme.
Cifre alla mano non riusciamo quindi a capire dove la Sgrena veda il “capovolgimento” di logica (come lei lo chiama) tra l’avventura irachena e quella attuale nel paese dei cedri.
Andando avanti nella disamina del progetto di “portare la pace” nel Sud Libano emergono i molti dati di difficoltà nell’avvio della parte “civile” dell’operazione, definita “componente indispensabile per far digerire almeno ad una parte consistente del mondo pacifista una nuova spedizione militare all’estero”.
Vengono così fuori nuove cifre: sui 30 milioni di euro per la cooperazione 25 sono per ONG, cooperazione diretta e multilaterale, 5 al governo centrale per la ricostruzione di infrastrutture.
Senza citarlo, torna funesto il ricordo della “missione arcobaleno” in Kosovo, quando un po’ di dirigenti della cooperazione finirono nelle patrie galere per aver rubato miliardi di aiuti destinati alle popolazioni, bombardate per 78 giorni nell’operazione di “peacekeeping” dell’allora governo D’Alema.
L’esperienza insegna, sembra dire oggi la pratica del “nuovo” governo di centro sinistra! Infatti, la viceministra agli Esteri Patrizia Sentinelli ha messo intorno ad un tavolo “non solo funzionari della cooperazione, ma anche associazioni e movimenti, che insieme hanno coordinato le linee guida dell’intervento civile in Libano”. Una “gestione partecipata”, come sostiene Sergio Bassoli, di Progetto sviluppo della CGIL.
Saremmo curiosi di sapere quali “movimenti” e rappresentati da chi si sono messi intorno a quel tavolo.
In attesa di risposte sull’argomento, proseguiamo sulla falsariga della Sgrena, la quale evidenzia altri conti che non tornano: non si capisce bene come verranno ripartiti i 25 milioni di euro stanziati per i cooperanti, quali sono i costi per il Ross, l’ufficio tecnico di Beirut (ma la missione non è nel Sud Libano?) gestito da tal Paolo Bononi, perché gli interventi sono stati finanziati a pioggia e non in forma “consortile”, dato che subito dopo i bombardamenti israeliani, mentre la polvere non si era ancora posata sul terreno, le ONG presenti nel martoriato paese passavano da dieci ad alcune decine: 35 i progetti presentati ad oggi
Di fronte a questi dati non capiamo quali siano le “buone intenzioni” che la Sgrena vede in questa vera e propria “corsa al soccorso postbellico”.
Nel lungo reportage, comunque utile nonostante l’approccio ingiustificatamente benevolo, mancano infine alcuni dati salienti che potrebbero far venire alla luce il motivo politico che ha dato il via all’attuale, invereconda “corsa alla cooperazione” di tante ONG, alcune delle quali probabilmente costruite in questi mesi “ad hoc” da organizzazioni giovanili in quota ai partiti della ex “sinistra radicale”.
Ad un certo punto, nella descrizione dell’approccio da tenere da parte dei cooperanti italiani nelle zone dove è passata la furia israeliana, si cita l’obiettivo di “…ricreare un clima di pacificazione attraverso la ricostruzione ambientale e del tessuto sociale nelle zone più colpite dal conflitto” attraverso “tutor…incaricati di seguire in loco i progetti”.
Qui la Sgrena non si occupa del “loco”, trasformando il suo in un contributo unilaterale, tutto rivolto ad una polemica pur utile ma interna, “italiana”, clamorosamente insufficiente rispetto alla posta in gioco nel Sud Libano.

“In loco” operano dal 1982 le milizie della resistenza, organizzate soprattutto da Hezbollah, dalla sinistra libanese, dai combattenti palestinesi dei campi profughi.
Trasformatesi nel tempo in veri e propri eserciti popolari ed in organizzazioni politiche rappresentate in parlamento e nel governo, queste milizie, capaci nel luglio agosto del 2006 di fermare l’esercito israeliano e di imporre uno stop provvisorio al suo deterrente bellico, si sono attivizzate in ogni angolo del paese per la ricostruzione, organizzando i civili nelle opere edili, finanziando i lavori, ricostruendo il tessuto sociale sfrangiato dai bombardamenti e dagli assalti dell’esercito sionista.
Ho fatto parte della delegazione che anche nel settembre dello scorso anno ha ricordato in terra libanese la strage di Sabra e Chatila.
Durante i nostri spostamenti abbiamo avuto occasione di vedere con i nostri occhi, a pochi giorni di distanza dalla fine dei bombardamenti, queste “truppe civili di ricostruttori libanesi” all’opera da Tiro a Bint Gubail, da Kiam a Sidone, da Baalbek a al – Nabatiyya .
Nel Sud del Libano, per la particolare struttura amministrativa retaggio del colonialismo francese, ma soprattutto per precisa volontà politica, il “governo centrale”, (al quale sono stati consegnati ben 5 milioni di euro italiani per la ricostruzione delle infrastrutture) non solo non esiste , ma è considerato un corpo estraneo e nemico dai sindaci e dagli amministratori di Tiro, Sidone, Kiam e delle altre città. Alcuni di loro, durante gli incontri ufficiali con la nostra delegazione, ci hanno espresso la rabbia ed il disappunto per il dirottamento degli aiuti dal Sud a Beirut, operato dal governo Siniora nei giorni immediatamente successivi alla fine dei bombardamenti.
L’attuale primo ministro del governo libanese, assediato da alcune settimane nel palazzo da migliaia di manifestanti, è stato per anni ministro delle finanze di Rafik Hariri negli anni della sfrenata speculazione edilizia che ha stravolto l’immagine di Beirut, creando le condizioni di un indebitamento pauroso del paese.
Siniora ed il suo governo, invisi ai milioni di libanesi scesi in piazza in questi mesi, trova invece l’appoggio totale ed incondizionato del governo Prodi, muovendo le sue pedine nell’incandescente scacchiere attraverso scelte di campo ben precise, evidenziate a più riprese dai suoi viaggi nel paese dei cedri e dalle dichiarazioni del ministro degli Esteri D’Alema, il quale recentemente ha affermato che il nostro paese è senza indugi al fianco di Israele nella sua lotta contro le organizzazioni “estremiste” presenti nella Regione.
In questo contesto si capisce ancora di più il disagio di alcuni “esponenti di movimento italiani”, (probabilmente facenti parte del “tavolo di consultazione” messo su dalla viceminista Sentinelli), durante l’importantissimo ”Incontro internazionale in appoggio alla resistenza” promosso dal Partito Comunista Libanese, da Hezbollah e da altre forze sociali e politiche libanesi nel novembre scorso, organizzato allo scopo di rompere il muro di disinformazione e ostilità creato ad arte ed in piena funzione soprattutto in Europa occidentale. Ho avuto modo di constatare di persona il disagio ed il disappunto dei “nostri” per la riuscita dell’incontro, per il quale alcune centinaia di delegati si sono mossi da tutto il mondo con l’obiettivo di dare appoggio e solidarietà alla Resistenza libanese

Tutto questo manca nel report della Sgrena, e non sono questioni di lana caprina, sottintendendo una “scelta di campo” generale nelle politiche d’intervento del nostro “sistema di peacekeeping” in territorio libanese.

I voraci cooperanti italiani dovranno fare i conti con i “tutor” della resistenza libanese, abituati a difendersi da ben altri attacchi alla loro indipendenza ed autonomia.

Ad un giornalismo coerente spetta il compito di essere esaustivo nella descrizione di un contesto.

A noi l’arduo obiettivo di smascherare, di fronte ai sempre più tartassati contribuenti italiani, l’uso politico che viene fatto delle immense risorse economiche destinate, con l’ultima finanziaria, a coprire le spese dell’industria bellica nazionale e delle italiche “campagne d’Africa” del XXI secolo.

Walter Lorenzi
Delegato per il Comitato nazionale per il ritiro delle truppe italiane all’incontro internazionale di Beirut del 16-19 novembre 2006

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