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Va di moda la sicurezza

(31 Agosto 2007)

Nella “sinistra di governo” la sicurezza è trendy: ogni giorno si scopre ciò che può turbare la tranquillità borghese e, ovviamente, si tende a colpire gli anelli più deboli della catena, dai lavavetri in giù lasciando, ovviamente, tranquilla la delinquenza vera.

Qualcuno, poi, collocato istituzionalmente molto in alto crede di dire qualcosa “di sinistra” più di altri scoprendo il “racket”: un terribile racket da 20 euro al giorno. Per fortuna, altri, hanno cercato di spiegare come stanno le cose.

In realtà ci troviamo di fronte ad una sorta di “furia” perbenista, che cerca di tirar fuori ragioni sociali dove non ce ne sono e affrontare presunti”tabù” per dimostrare, ancora una volta se mai ce ne fosse bisogno, l’assoluta funzionalità al governo del sistema.

In tempi di ritorno compiuto alla tratta degli schiavi, perché questo sta accadendo nel cuore dell’Occidente capitalistico in settori che producono redditi enormi e di massiccia e incontrollata “delocalizzazione” dello sfruttamento (naturalmente questi fenomeni non fanno parte, per certi neoesegeti dell’individualismo della “contraddizione di classe” ormai dichiarata, comunque, morta, defunta e seppellita), non intendiamo però affrontare questo tema dal versante dell’analisi sociologica, bensì da quello riservato, esclusivamente, all’analisi politologica.

Vogliamo dire, cioè, che l’ossessione della “sicurezza”, in Italia, oggi, hic et nunc, da parte di una “sinistra di governo” che cerca di inseguire la destra su di uno dei suoi più riservati e congeniali terreni di caccia, deriva – quasi esclusivamente- da un’idea d’impostazione dell’analisi e dell’agire politico che, nel corso di questi anni si è rovesciato rispetto al passato, trasformando radicalmente l’intero sistema.

Un rovesciamento cui quasi nessuno sembra essersi sottratto.

E’ cambiata la politica, prima di tutto: ormai i soggetti politici, dismessa anche l’idea di una struttura partecipata e votati al canone esaustivo della governabilità, non propongono più un’idea di società o, più modestamente, alcune opzioni di convivenza civile e di scelta possibile tra i diversi settori sociali di riferimento: da questo punto deriva la crisi dei partiti, dal non collegarsi più ad un’idea di “filosofia politica” ma di essersi consegnati, mani e piedi, ad un uso della “sociologia politica” che indica loro cosa piace al “ventre molle” dell’elettorato, quei settori consumisticamente più labili, che alla fine fanno la differenza nelle urne del maggioritario.

Di questo trattasi, si sarebbe detto un tempo: dello smarrimento delle idee come forze motrici della politica, in collegamento con l’analisi delle contraddizioni sociali.

Invece si inseguono gli umori e si guardano i sondaggi quasi come moderni oracoli: altro che “Sinistra che governa con le armi della destra!”.

Savona, li 31 agosto 2007

Franco Astengo

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