il pane e le rose

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Per un dibattito non formale sulla soggettività dei comunisti nel nostro paese

Risposte sull'ultimo editoriale di Contropiano

(21 Dicembre 2008)

L'editoriale dell'ultimo numero di Contropiano ("La soggettività non è acqua"), ha suscitato interesse e discussione tra diversi compagni che seguono da tempo il giornale e l'attività dell'esperienza politica che lo pubblica da circa quindici anni. In modo particolare, i compagni che curano la pagina web Antiper.org - vicini all'esperienza della rivista Primomaggio - hanno pubblicato un documento in cui prendono spunto da alcune domande sul nostro ultimo editoriale per affermare alcune questioni. (vedi http://www.antiper.org/interventi/domande-contropiano.pdf) [lo stesso commento su il pane e le rose: Alcune domande ai compagni di Contropiano in merito all’editoriale dell’ultimo numero - ndr]

I compagni di Antiper sembrano condividere alcuni presupposti dell'editoriale dedicato alla costruzione della "soggettività" dei comunisti da mettere in campo per far sì che il corso degli eventi - anche alla luce della crisi sistemica del capitale - prenda una direzione piuttosto che un'altra. Ma appena il presupposto viene messo a verifica con le realtà, ci sembra di capire che i compagni di Antiper non siano molto d'accordo o nutrano forti perplessità sulla nostra azione politica.

Proviamo allora ad entrare nel merito delle questione poste dall'editoriale e dai rilievi segnalati dai compagni.

La prima questione attiene sempre l'analisi concreta della realtà concreta in cui si agisce politicamente. Il dato non è irrilevante perché l'azione dei comunisti nei paesi fortemente integrati nel cuore dell'imperialismo fa tuttora i conti con le condizioni che hanno impedito o non consentito la "Rivoluzione in occidente". Da qui nasce la inevitabilità di una analisi di classe della società in cui si agisce e la sperimentazione politica e organizzativa conseguente che la soggettività dei comunisti deve mettere in campo. A tale scopo ci pare utile citare due passaggi di un documento della Rete dei Comunisti:

"Si tratta di capire bene le implicazioni di una tale condizione generale, di riuscire a far divenire questa analisi di classe del nostro paese un elemento della discussione generale e di mettere bene in evidenza che la soggettività organizzata è una premessa ineludibile per far evolvere le grandi contraddizioni sul piano di una politica di effettiva indipendenza.
Proprio a causa delle difficoltà che si vivono nei paesi imperialisti assume ancora più importanza la soggettività che per noi concretamente significa capacità di analisi e di teoria, capacità di sedimentazione delle forze sociali e politiche ed infine anche capacità di rappresentazione e di azione politica generale ribaltando così quella prassi che mette al primo posto l'autonomia del politico che spesso tracima nel politicismo" (.).

(.) "Oggi è invece evidente la divaricazione tra la necessità dei comunisti di ridefinire una loro funzione generale legata al superamento della società capitalistica e la necessità dei settori di classe, ma anche della società più in generale, di trovare validi strumenti di difesa delle proprie condizioni e di affermare politiche radicali sul piano della giustizia sociale, necessità queste che non portano oggi direttamente alla presa di coscienza della necessità della rottura e del superamento del capitalismo da parte di ampi strati della società.
Questa è una condizione storica nuova nel nostro paese, prodotta anche dal carattere imperialista dell'Italia e della Unione Europea, che va trattata con attenzione per non farla divenire una contraddizione tra la prospettiva del cambiamento sociale generale e la condizione materiale che vive la classe attuale, classe mutata dai processi di riorganizzazione produttiva e sociale.

Dunque i punti del conflitto tra le classi, quello strategico per il cambiamento, quello politico e quello economico e sociale, vivono dinamiche separate che vanno riportate a sintesi per ridare una funzione positiva all’azione dei comunisti. Va però anche detto che questa nostra analisi si basa non su un assioma teorico ma dalla presa d'atto che le forze comuniste in Italia hanno preso altre strade da quella della affermazione di una prospettiva indipendente del conflitto di classe e dunque hanno smobilitato quelle forze e quegli strumenti che pure in questa difficile fase storica avrebbero potuto svolgere un processo di ricomposizione più avanzato".

(dal documento politico della II Assemblea nazionale della Rete dei Comunisti, marzo 2007)

Questi due passaggi ci tornano utili per riaffermare come la costruzione oggi del partito dei comunisti, oltre ogni sterile formalismo, non possa far prescindere la sua credibilità dall’indispensabile radicamento sociale e dalla riconquista di una indipendenza politica ed ideologica che nel nostro paese è passata e convissuta per anni dentro un "frullatore" micidiale che ha prodotto - culturalmente - almeno dieci modi diversi di "essere comunisti". Quando parliamo di soggettività, di ruolo e di funzione dei comunisti nel nostro paese, parliamo anche e soprattutto dell'organizzazione politica e della ricostruzione di un punto di vista comunista della realtà, perché su questo scontiamo una devastazione politica, culturale e di militanza che non ha riguardato solo i "partiti comunisti" tradizionali ma l’intera area che, a vario titolo, si colloca nello schieramento anticapitalista.

In numerosi anni di attività, abbiamo cercato continuamente di praticare il nesso tra teoria e prassi introducendo elementi di rottura culturale con il riformismo e la mitologia dominante anche tra i comunisti; due deformazioni che riteniamo facce speculari del politicismo, cioè di quella divaricazione tra i processi reali in corso nella classe e nella società e il ripiegamento "di nicchia" abbondantemente praticato da moltissimi compagni.

Lo sforzo di ridefinizione di un punto di vista comunista (e se volete rivoluzionario) della realtà, ha reso possibile che mentre procedeva la ricerca, l'analisi, il confronto, l'attualizzazione sui temi dell'imperialismo (quando nessuno ne parlava più o lo liquidava nella categoria dell'Impero), del conflitto tra capitale e lavoro, dell'inchiesta di classe sulla soggettività dei lavoratori (realizzata materialmente e resa disponibile già qualche anno fa) o della transizione al socialismo, gli stessi compagni che riaprivano questa percorso teorico sperimentassero concretamente anche la costruzione delle organizzazioni di massa dei lavoratori e nel territorio. Un impegno vero esteso anche ai variegati temi dell'internazionalismo, della lotta contro la guerra o nel campo delle comunicazioni di massa. Sperimentazioni che tornavano ad essere rielaborate sul piano teorico proprio attraverso i risultati (in positivo o in negativo) del radicamento sociale e della sperimentazione realizzata dentro le contraddizioni di classe reali. Che questo sia avvenuto con maggiore efficacia in alcuni territori piuttosto che in altri fa parte della dimensione concreta dei processi di crescita e di credibilità di una ipotesi politica e – soprattutto – deriva dal corso oggettivo della crisi e da un ciclo politico generale che non può definirsi esaltante per l’azione controcorrente della soggettività comunista.

Il ruolo di quella che intendiamo come soggettività dei comunisti è dunque e senza dubbio materiale e intellettuale allo stesso tempo.

Ma le perplessità di alcuni compagni non si limitano a questo. I compagni non comprendono - o forse non condividono - il perché di una tavola rotonda che la Rete dei Comunisti ha organizzato a novembre invitando anche i segretari dei due partiti comunisti "storici" (PRC, PdCI) nel nostro paese. Secondo i compagni invitare ad un dibattito Diliberto e Ferrero significa legittimare personaggi che si auto-definiscono comunisti ma che in realtà sono altro.
Anche su questo tornano utili due passaggi di un recente documento politico della Rete dei Comunisti:

(.)"I rapporti di forza reali e il ridimensionamento anche extraparlamentare a cui sono stati costretti i partiti comunisti (PRC, PdCI), non consente più gli atteggiamenti di superiorità del passato in cui ciò che si esprimeva fuori dai partiti era liquidato come "pidocchi sul cavallo di razza" (un linguaggio ed una pratica molto in voga nel PCI). La situazione non è più quella, e sarà bene che i compagni del PdCI e del PRC se ne rendano conto, ne prendano atto e comincino a ragionare di conseguenza. Oggi, paradossalmente, ci sono molte più potenzialità e dinamicità politiche, culturali e sociali fuori dai "partiti" che dentro il loro ridotto recinto" (.)

"L'unità dei comunisti concepita come processo tutto interno ai maxi o ai micro apparati senza una esplicitazione della dialettica con il blocco sociale antagonista e una riflessione vera sulle caratteristiche della militanza comunista nel XXI° Secolo, potrebbe avere, a distanza di tanti anni, le stesse conseguenze e produrre, di nuovo, arretramenti e dispersione di preziose energie umane e politiche. Riteniamo infine fondamentale chiarire che pensiamo sia un errore e una deformazione culturale da rimuovere l'idea - niente affatto remota ma presente sottotraccia nelle discussioni attualmente in corso - che l'unità dei comunisti sia il passaggio obbligato e funzionale per arrivare a nutrire qualche ambizione di rivincita alle prossime elezioni europee dopo la catastrofe di aprile".

(Dal documento "Una proposta politica per i comunisti e la sinistra anticapitalista", della Rete dei Comunisti presentato a maggio 2008)

Ci sembra innanzitutto che i compagni neghino pari dignità politica anche ad un altro degli interlocutori della tavola rotonda - Salvatore Cannavò di Sinistra Critica o a compagni afferenti ad altre esperienze e tradizioni politiche che hanno discusso con noi anche in altre città; in secondo luogo i compagni trascurano completamente il fatto che non sta scritto da nessuna parte che un soggetto politico (in questo caso la RdC) non possa e non debba confrontarsi da pari a pari con quello che esiste attualmente sullo scenario politico; in terzo luogo non è affatto un male che i militanti, gli attivisti, i simpatizzanti, coloro che seguono il dibattito a sinistra, verifichino che nel nostro paese non esiste più un monopolio dei comunisti consegnato per rendita storica alle ultime eredità di quello che fu il PCI ma che esistono, possono esistere e agiscono politicamente altre opzioni comuniste tendenzialmente meno cenacolari di quelle prodottesi fino a oggi fuori dal PRC e dal PdCI.

E' vero che sulla base del confronto che c'è stato e delle loro scelte concrete questi partiti difficilmente "potranno essere compagni di strada" nella riorganizzazione di una soggettività comunista nell'Italia del XXI Secolo. E' altrettanto vero che occorre demolire un altro mito secondo cui "la base dei partiti è sana mentre i vertici sono corrotti e traditori". Sappiamo per esperienza che così non è sia per la riduzione materiale della base sociale dei due partiti comunisti sia per la "professionalizzazione" della attività politica che l'ha resa più simile al funzionariato che alla militanza attiva. Ciò non toglie che il Congresso del PRC a Chianciano sia andato diversamente da quanto obiettivamente sembrasse e che l'opzione brutalmente liquidatoria anche della sola identità formale comunista sia stata sconfitta. L'opzione che ha vinto il congresso (la maggioranza ottenuta da Paolo Ferrero) ha un'idea della soggettività e della funzione dei comunisti ancora diversa e per molti aspetti lontana dalla nostra, ma è anche vero che è dentro le dinamiche dei processi reali che le posizioni si radicalizzano o si confondono. Esattamente come su altri fronti è la soggettività politica organizzata che può contribuire ad orientare i processi in una direzione o in un'altra.

Se i compagni ritengono che le risorse umane e politiche che ruotano intorno a PRC e PdCI, siano irrimediabilmente perdute o profondamente corrotte, vuole dire che il processo di costruzione e di aggregazione di una soggettività comunista in Italia (inclusa l'organizzazione politica e/o il partito) dovrà trovare i suoi militanti direttamente nel blocco sociale di riferimento, dunque tra i lavoratori e i proletari più capaci nelle lotte piuttosto che dentro la sempre più ridotta nicchia degli attivisti politici e sindacali.

Proprio perché siamo convinti che questo percorso sia quello più interessante e dirompente sul piano della formazione di una nuova generazione politica che operi la rottura culturale con il riformismo e le sue mille facce, riteniamo che sul piano delle organizzazioni di massa - quelle cioè che stabiliscono concretamente il nesso tra soggettività politica e blocco sociale antagonista - occorre attenersi ad una attitudine più intransigente e politicamente molto più chiara che sul versante delle relazioni tra forze politiche.

Ciò spiega la profonda differenza - anzi la divaricazione strategica - tra il valore dello sciopero generale del 17 ottobre convocato dal sindacalismo di base (esemplificatosi nella piazza romana ben oltre le forze delle organizzazioni promotrici) e l'errore di aver partecipato allo sciopero generale del 12 dicembre convocato dalla Cgil.

Nel primo caso c'è stato un processo di maturazione e di costruzione tra i lavoratori attraverso l'assemblea nazionale dei delegati di tre organizzazioni sindacali di base a Milano nel maggio 2008 che ha visualizzato almeno due questioni dirimenti:

- i lavoratori e i delegati più combattivi vedono con favore e non con reticenza un processo unificante tra i sindacati di base;

- l'indipendenza politica e organizzativa dei sindacati di base dal sindacalismo concertativo è diventata un elemento fondativo di una cultura politica e di una azione di lotta che si va radicando tra quote crescenti di lavoratori che praticano il conflitto sociale.

Lo sciopero del 12 dicembre, come prevedibile - sta già producendo i suoi frutti avvelenati proprio attraverso l'ambito politico che i compagni di Antiper ritengono - giustamente - da combattere.

Il documento approvato nell'ultimo CPN del PRC ad esempio, recita testualmente "Dopo alcuni scioperi di categoria, la convocazione e la riuscita dello sciopero generale del 12, convocato dalla Cgil e dai sindacati di base, rappresenta un risultato importantissimo, un successo da cui partire. In particolare occorre sottolineare come oggi il ruolo della Cgil sia decisivo nel costituire un ruolo di ossatura di tutti i movimenti, anche quando le forme e i contenuti delle mobilitazioni vanno al di là della piattaforma della Cgil" . Questo è quanto afferma il documento della maggioranza "ferreriana". Il documento della minoranza vendoliana afferma testualmente "La Cgil, oltre la sua stessa base militante, recupera una funzione di rappresentanza generale del mondo del lavoro investendo sulla propria autonomia".(vedi Liberazione del 17 dicembre).

Da entrambi i documenti è già scomparso lo sciopero del 17 ottobre e il suo valore politico generale, scompaiono – se non come gregari – i sindacati di base, mentre la centralità della rappresentanza e dell'organizzazione dei lavoratori viene riconsegnata totalmente alla Cgil cioè al sindacalismo concertativo e collaborazionista. Dunque la posizione che ha sostenuto l'importanza dello sciopero del 12 dicembre ha rafforzato politicamente le tesi ed è caduta tra le braccia proprio di quei "dirigenti autodefinitisi comunisti" che i compagni di Antiper bistrattano nel loro documento.

Infine – ed è questo un fattore di difficoltà di tipo generale - l'individuazione degli interlocutori "giusti" per la discussione è assai più problematica di quanto segnalino i compagni di Antiper. Anche perché l'azione politica concreta è quella che sostanzialmente produce risorse umane, scelte pratiche e maturazioni. Di converso esiste la riproduzione, attraverso abusate coazioni a ripetere, di passaggi e scelte che hanno portato al disastro e alla crisi l'esperienza politica dei comunisti nel nostro paese. A questo punto a convivere o ad attardarsi con le contraddizioni non ci sembra proprio che sia l'editoriale di Contropiano. Forse sono le domande giuste a determinare gli interlocutori interessati effettivamente a rimettere in campo una soggettività comunista nel nostro paese.

Un cordiale saluto e proseguiamo la discussione.

I compagni di Contropiano, giornale della Rete dei Comunisti

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