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Ritornare al 23 luglio 1993?

un articolo di Giorgio Cremaschi

(25 Luglio 2003)

A differenza del mio caro amico Maurizio Zipponi, il 23 luglio 1993 votai contro l'accordo e non sono pentito di quella scelta. L'intesa, in realtà, fu definita il 3 luglio del 1993. Essa fu poi sottoscritta il 23 luglio, perché in mezzo ci fu la consultazione referendaria dei lavoratori. La maggioranza approvò, tra i metalmeccanici i No superarono il 40%, ma è bene ricordare che allora, pur tra molti pasticci, si votò nelle fabbriche. Quello che oggi Cisl e Uil rifiutano di fare, anche quando fanno accordi assieme alla Cgil.

L'accordo leniva il disastro dell'anno precedente. Il 31 luglio del 1992 la Cgil, assieme a Cisl e Uil, firmava il peggiore accordo della sua storia del dopoguerra. In un solo pomeriggio si rinunciava alla scala mobile e si bloccavano i contratti nazionali e la contrattazione aziendale. Questo alla vigilia di una pesante svalutazione della lira e di una conseguente inflazione che avrebbe massacrato i salari. La Cgil si era inizialmente pronunciata contro quell'intesa, voluta fortemente dalla Cisl, dal presidente del Consiglio Giuliano Amato, dalla Confindustria. Poi crollò tra pressioni esterne e rotture interne. E' bene ricordare, perché così si coglie di più il valore della scelta della Cgil di non sottoscrivere il Patto per l'Italia, nel 2002.

Nell'ottobre 1992 ci fu la rivolta nelle piazze. Scioperi e manifestazioni di grande portata si trasformarono in durissime contestazioni a tutti i dirigenti Cgil, Cisl e Uil, che furono costretti a parlare protetti dagli scudi di plexiglass della polizia.

Come è avvenuto varie volte in questi ultimi vent'anni, la crescita di un movimento generale di lotta fa sì che il mondo delle imprese cambi di spalla al fucile. Allora si doveva recuperare ruolo e spazio per un sindacato confederale che rischiava di essere preso in mezzo tra contestazione dal basso e delegittimazione dall'alto. Ma, naturalmente, non si voleva certo rinunciare alla vittoria strategica segnata con l'accordo dell'anno precedente. Da qui nacque il 23 luglio.

L'intesa registrava meticolosamente la nuova situazione. Si istituzionalizzavano i meccanismi della contrattazione, con procedure di limitazione degli scioperi, facendo sì che le imprese rinunciassero ad una linea puramente thatcheriana di rifiuto del sindacato. Ma in cambio si affermava un secco ridimensionamento dell'autonomia della contrattazione, a danno del salario e soprattutto delle condizioni di lavoro.

Tre i punti fondamentali dell'accordo. Il via libera alla flessibilità totale del mercato del lavoro, che avrebbe avuto come primo sbocco il Pacchetto Treu. L'applicazione al salario nazionale della metafora di "Achille e la tartaruga". Obbligando i salari a inseguire un'inflazione programmata, sempre più bassa di quella reale, il salario inseguiva l'inflazione come l'eroe greco l'animale: senza mai raggiungere l'obbiettivo. Infine, la contrattazione aziendale veniva ridimensionata alla definizione di premi aziendali, in gran parte collegati ai bilanci aziendali.

La stesura formale dell'accordo in realtà conteneva ambiguità politiche e lessicali che avrebbero permesso qualche spazio in più. Tuttavia solo i metalmeccanici hanno davvero tentato più volte di forzare la situazione. E i risultati sono stati gli accordi separati. Gran parte del corpo sindacale, nella contrattazione reale, ha applicato l'interpretazione più restrittiva di quell'intesa. Il risultato paradossale è un progressivo venir meno delle ragioni del compromesso di allora.

Mancando la spinta dal basso e i rischi di una conflittualità più aspra, le imprese hanno trovato sempre meno conveniente il sistema di regole definito dieci anni fa. E' la costante di tutti gli accordi di concertazione e patto sociale. Essi contengono un riconoscimento istituzionale al sindacato, che le imprese concedono perché pensano in questo modo di governare meglio il conflitto. Ma se, proprio a causa dell'accordo, il conflitto si spegne, le imprese non hanno più interesse a quel compromesso e ne pretendono uno più vantaggioso, a danno del sindacato e dei lavoratori.

Questo è quanto si sta prefigurando ora con la crisi "da destra" della concertazione, innestata dall'accordo separato del 2001 dei metalmeccanici, e prima di esso dall'assemblea di Parma della Confindustria che, alla vigilia della vittoria alle elezioni di Berlusconi, aveva deciso di rimettere in discussione tutti gli equilibri sindacali e sociali del decennio.

Per questo ha poco senso pensare al ripristino degli equilibri di dieci anni fa. Questi sono stati compromessi dalle stesse linee guida dell'intesa e dalla pratica sindacale che in gran parte ne è seguita. Ora gli industriali sono indecisi. Una parte di loro accarezza di nuovo il disegno thatcheriano di liquidazione totale del sindacato. Un'altra parte punta a riscrivere di nuovo le regole.

La presidenza D'Amato ha rappresentato la prima opzione. Ora però quell'impostazione è in crisi, per il declino industriale, per le debolezze di Berlusconi, per le lotte politiche e sociali di questi due anni. Tra gli industriali sta di nuovo nascendo l'intenzione di tornare a una linea più moderata. Con l'elezione nel prossimo anno del nuovo presidente della Confindustria, è probabile che si affermi una linea meno brutalmente aggressiva verso il sindacato e in particolare verso la Cgil. La concertazione nazionale deve trasformarsi in aziendalismo corporativo e in consociativismo a livello di provincie e regioni. Su questo piano è possibile una riscrittura delle intese, non è vero che gli industriali siano così radicalmente estremisti da rifiutare qualsiasi accordo. Se la Cgil fosse disposta a muoversi nella direzione indicata dall'accordo per il turismo, che ha eliminato il recupero biennale del salario a favore di un accordo che "spalma" su 4 anni tutti gli aumenti, accollando totalmente ai lavoratori il rischio d'inflazione. Se il Contratto nazionale si riducesse ad una tenue cornice applicativa della legge, come avviene nell'accordo separato di Fim e Uilm, e gli adeguamenti salariali nazionali fossero ridotti a poco più dell'inflazione programmata, allora ci si potrebbe accordare. A quel punto sarebbe l'impresa, con i nuovi poteri che le conferisce la Legge 30, a stabilire le regole fondamentali del gioco. E il sindacato sarebbe costretto a rinunciare ad essere un vero agente contrattuale per trasformarsi in uno strumento di assistenza mutualisitica verso i lavoratori.

Per evitare questo sbocco, non bastano più i no, né il rimpianto di quel passato che è causa del presente. Né serve inseguire una mitica politica di tutti i redditi, mai realizzata in Italia e possibile in un paese industrialmente avanzato solo per brevi periodi di emergenza nazionale. Occorre invece ricostruire una politica contrattuale autonoma sul salario, sulle condizioni di lavoro, e soprattutto nella lotta alla precarietà. E' necessaria un'iniziativa contrattuale e conflittuale diffusa che vada ben oltre gli schemi e le regole del passato. Se questo avverrà, per adesso ci stanno provando solo i metalmeccanici, allora si aprirà davvero una fase diversa e positiva. Altrimenti, tra un anno, il nuovo anniversario dell'accordo del '93 sarà celebrato con un'intesa peggiore di quella di dieci anni fa.

Giorgio Cremaschi

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