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Fiat... prendi i soldi e scappa

Fiat... prendi i soldi e scappa

(7 Febbraio 2010) Enzo Apicella
La Fiat chiuderà lo stabilimento di Termini Imerese.

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    Tessitura Monti: delocalizzazione e licenziamenti

    Intervista a Renato Marotto, RSU della tessitura Monti di Maserada

    (21 Luglio 2004)

    All’inizio del mese di Maggio la direzione della Tessitura Monti di Maserada (Treviso) ha comunicato ai lavoratori e ai sindacati il proprio piano di ristrutturazione che prevede la delocalizzazione in Repubblica Ceca e di conseguenza 208 “esuberi” nello stabilimento di Maserada.

    La risposta dei lavoratori è stata immediata e generale con un’adesione unanime allo sciopero contro delocalizzazione e licenziamenti.

    Per conoscere i successivi sviluppi della vertenza, abbiamo incontrato un delegato della RSU della tessitura Monti di Maserada, Renato Marotto, iscritto alla Cgil nell’area programmatica Lavoro e Società, che lavora alla Monti da venti anni.


    Questa verso la Repubblica Ceca è la prima delocalizzazione della Monti o ce ne sono state altre precedentemente?

    Sono più di dieci anni che la Monti ha aperto una fabbrica in India, che tra poco funzionerà al 100% e stanno pensando di investire altri 13 miliardi di lire per fare il finissaggio; la nostra paura è che la produzione la facciano tutta lì e venga poi esportata direttamente da lì senza neppure passare per Maserada.

    Due anni fa eravamo più di mille persone, c’era ancora la filatura di Montebelluna, che adesso è stata chiusa. Oggi ci troviamo duecento persone in meno, da mille che eravamo oggi siamo 740 operai.

    L’azienda ha già aperto un’altra fabbrica in Repubblica Ceca e ne sta aprendo una seconda.
    Questi due nuovi stabilimenti sono quelli che determinano un esubero dentro la Monti, perché vengono delocalizzati metà macchinari, metà telai.

    All’inizio di maggio è arrivato ufficialmente l’esubero per 208 persone, scaglionato in quattro tempi: subito c’è l’esubero per 80 persone, a fine anno per altre 100. Tutti legati al trasferimento in repubblica Ceca di metà dei 300 telai che sono a Maserada.

    Come è stata la reazione alla notizia degli esuberi?

    All’inizio, alle prime notizia che sono arrivate, la mia idea, che poi è andata in porto, è stata quella di fare subito delle iniziative di informazione, e infatti tutta la RSU ha volantinato contro i licenziamenti al mercato di Maserada.
    Quando poi la settimana dopo è arrivata la lettera di avvio delle procedure, il giorno successivo, solo mettendo un cartello il pomeriggio, ci siamo presentati alle 3 di mattina davanti alla fabbrica con le bandiere, con il generatore e con l’impianto, sotto la pioggia fino alle 11 con assemblee continue da parte delle operaie che sono riuscite anche a rimandare indietro 3 camion.
    E’ nata un’unità tra lavoratori che non era per niente scontata, visto che gli operai sono molto delusi dal sindacato e dicono tutti che si poteva fare qualcosa prima. Ci sono problemi di democrazia e di informazione e ti trovi impreparato a quello che arriva.
    Grazie a questo sciopero completo e totale dove abbiamo fatto entrare solo due caldaisti e un elettricista per la sicurezza, la ditta ci ha subito convocato dicendoci che era favorevole a prendere in esame le nostre proposte.

    Quale era il piano dell’azienda e quali erano le vostre proposte?

    L’azienda voleva fare la mobilità. La mobilità è pagata all’80 per cento il primo anno, il secondo anno ancora meno, e poi se il Comune ha bisogno ti può trovare qualche lavoro.
    Tra l’altro questa fabbrica è molto giovane: su 800 persone l’azienda dice che ce ne sono 25 che da qui al 2008 sono pronti per andare in pensione, io ne ho contati qualcuno in più, ma comunque non si tratta di lavoratori sulla soglia della pensione.
    E poi c’è anche all’interno della fabbrica una situazione che frustra gli operai: manca personale e ci sono gli esuberi, ci sono gli esuberi e manca il personale, sembra una strategia fatta apposta perché la gente si licenzi da sé.

    In questa situazione la proposta delle operaie, delle donne che sono il 70% dei lavoratori della Monti, è stata invece quella del contratto di solidarietà.

    Dopo lo sciopero totale e con la paura di non avere più nessun preavviso, l’azienda ha deciso di non incentivare ulteriormente il conflitto, perché avevamo già ottenuto abbastanza e poteva essere che andando avanti con lo scontro potessimo ottenere ancora di più.

    Ha pesato anche la rabbia dei cittadini di Maserada, di tutti quelli che hanno lavorato alla Monti, perché questa fabbrica ha 90 anni.

    Quindi siete andati a trattare il contratto di solidarietà. Come è andata la trattativa?

    Quando siamo andati a trattare il contratto di solidarietà il presidente di Unindustria di Treviso, Breda, per due volte ha detto che a Torino avevano già spazzolato tutti i soldi destinati ai contratti di solidarietà, e questo mi ha fatto infuriare perché sono 90 anni che alla Monti si pagano i contributi e in 90 anni non si ha mai avuto bisogno nemmeno una volta, e adesso che abbiamo bisogno dicono che non ci sono i soldi.
    Siamo stati in trattativa tutta la giornata, siamo riusciti a portare a casa il contratto di solidarietà e in più la promessa, che però ci devono ancora dare per scritto, che non porteranno più via nessun telaio.

    Che cosa vuol dire concretamente il contratto di solidarietà e perché rappresenta una vittoria rispetto alla mobilità?

    Prima di tutto il contratto di solidarietà tutela i lavoratori per due anni, dando più tempo, nel caso, per trovare un altro lavoro, poi perché porti a casa il 76% dello stipendio che diventa poi quasi l’80.
    Poi si lavora una settimana sì e una settimana no, quindi risparmi qualcosa anche sui trasporti.
    Questo anche se le ditta voleva farci lavorare tre ore e tre ore perché voleva guadagnarci sopra anche su questo
    Alla fine abbiamo votato per queste alternative: tre giorni e tre giorni o una settimana sì e uno no, o due settimane sì e due no e abbiamo deciso per la seconda.

    Quanti lavoratori riguarda il contratto di solidarietà?

    Il doppio di 208 quindi 416. Per ora sono 80 e fra un mese entreranno in solidarietà altre 160 persone, e a fine anno altre 100.
    Dobbiamo tener conto sì dei contratti di solidarietà, ma anche tutelare i lavoratori che ne avrebbero più impatto sociale degli altri, ad esempio una ragazza madre oppure marito e moglie, che se entrassero entrambi in contratto di solidarietà ci rimetterebbero il 40%.
    L’azienda invece tende a restringere l’applicazione del contratto solo ad alcune figure professionali, lamentandosi ad esempio che ci sono pochi carica telai o imponendo di non far entrare in solidarietà chi lavora part-time.

    Il contratto di solidarietà si riesce a far poco nelle fabbriche, perché è difficile che una persona divida il suo problema con un’altra, anche perché già con uno stipendio intero è difficile arrivare a fine mese.
    Invece per quanto riguarda la Monti il fatto di avere le operaie unite è stata una cosa eccezionale.
    Anche se ci sono aspetti particolari, ad esempio le mamme con i bambini quel 20% che perdono una settimana sì e una no, lo guadagnano stando con i bambini invece che essere costrette a pagare qualcuno perché stia con loro.

    Nel frattempo occorre controllare sempre il numero esatto dei lavoratori che devono stare in solidarietà, perché per ogni lavoratore che si licenzia o comunque smette di lavorare si devono reintegrare due lavoratori con il contratto normale.

    Purtroppo prevedo che tra un anno quando rifaremo i conti per vedere quanti contratti di solidarietà dovranno essere rinnovati, ci saranno già lavoratori che si saranno licenziati perché c’è un astio enorme da parte degli operai, perché si portano via i telai. Stiamo smontando le macchine, le rocche, le candre, c’è gente che si mette addirittura a piangere, perché dopo 30 anni che lavori su quella macchina e te la vedi portare via, ti fanno star male.

    C’è poi anche un’altra questione che è quella della richiesta degli straordinari anche in periodo di crisi. Non è possibile che si chiedano straordinari mentre si chiedono gli esuberi.
    Invece è stata fatta richiesta di straordinari sia nel reparto campioni che nel reparto tessitura. Non facendo assunzioni mancano delle figure professionali in certi punti della lavorazione e quindi viene richiesto lo straordinario e la flessibilità.
    Questa è una cosa che fa incazzare tutti e gli operai giustamente dicono che sono d’accordo con il contratto di solidarietà, ma bisogna che il sindacato faccia qualcosa per bloccare lo straordinario.

    Quanti sono i lavoratori della Monti in India e in Repubblica Ceca ?

    Da duecento a trecento in India, in Cekia fra tutte e due faranno 270, ma stanno assumendo in continuazione.
    Una cosa che chiedo continuamente all’azienda come rappresentante anche regionale della CGIL è quella di vedere in India se è vero che è una fabbrica modello come ci raccontano.
    Ovviamente i diritti non si esportano, però come rappresentante sindacale di una fabbrica che ha la casa madre qui in Italia, sarebbe una bella cosa andare a vedere

    Quello della Monti non è l’unico caso di delocalizzazione... c’è da parte del sindacato un controllo su quello che succede in Romania, piuttosto che in Ungheria?

    Non c’è assolutamente.
    Anche se da più parti c’è interesse sulla questione. Ad esempio sono venuti i giornalisti di Rai 3 a fare uno special sui problemi dei lavoratori. Assieme a un delegato della de Longhi io e altri compagni siamo riusciti a portare questi giornalisti all’interno delle fabbriche e poi anche a fare interviste alle operaie. E dopo aver visto le condizioni di lavoro qui fanno altrettanto a Tmisoara, in Romania.
    Ne faranno un documentario che andrà in onda il 9 luglio su Rai3.
    Proprio perché il controllo non c’è dovremmo essere noi ad andare in Cekia o India a far nascere il prima possibile il sindacato in queste fabbriche, perché poi la concorrenza diventa più leale e allora il lavoro lo puoi anche portare fuori, ma devi portare fuori anche i diritti.
    Non c’è altra strada, il controllo o si fa così o non si fa.
    Non è possibile pensare di controllare da qui, già non riusciamo ad avere il controllo completo di quello che succede qui.

    Dentro la RSU della Monti come sono i rapporti numerici tra Cgil, Cisl e Uil?

    Come iscritti la Cgil è passata da 40 a 140 iscritti, la Cisl dovrebbe avere 55,60 iscritti e la Uil 10.
    Nelle Rsu invece siamo 4 delegati per ogni confederazione.

    E stato votata tra i lavoratori della Monti la bozza del nuovo contratto tessili?

    No non è stato votato. Ho distribuito i volantini che Liberazione aveva scritto su questo pessimo contratto difensivo che per non far entrare la legge 30 e la legge 66, scambia un 20% in più sulla maternità con le nuove assunzioni che si fanno 6 anni di apprendistato.
    6 anni in cui questi ragazzi non devono avvicinarmi, non possono neanche salutarmi, altrimenti hanno perso il lavoro: sono lavoratori a termine. Rischiano anche se vengono in assemblea.

    Praticamente questo contratto recupera per i nuovi assunti la legge 30.

    Si infatti mi dispiace dirlo perché questi giovani hanno meno speranze di prima, meno speranze per il futuro, meno sicurezza, meno dignità.
    Io credo che tutto sia derivato da quella firma sul Patto per l’Italia.

    Che rapporto c’è fra la Monti e il paese di Maserada?

    Non c’è abitante a Maserada, a Varago, a Breda di Piave e a Vascon che non abbia lavorato alla Monti.
    Questa fabbrica rappresenta per il Veneto la “linea del Piave”. Quando cadrà questa avremo perso tutto. Perché questa è la fabbrica storica, che non ha mai fatto crisi.

    Quindi neanche a Treviso oggi c’è sicurezza di lavoro?

    Da sei mesi non c’è più un cartello di assunzioni da nessuna parte. Fino a sei mesi fa vedevi ancora i cartelli con scritto “cerco meccanico”.
    Un anno fa la Monti assumeva ancora, di fatti hanno confermato 50 persone da poco e dopo 6 mesi subito gli esuberi.
    Questo significa anche che viene creato un conflitto interno tra gli operai che si chiedono perché siano stati riconfermati questi nuovi assunti mentre adesso ci sono gli operai più anziani che devono andare in contratto di solidarietà.

    In questa situazione come si muove la proprietà della Monti?

    La Monti è una società per azioni, ma di fatto è proprietà della famiglia Monti, che ancora tiene e forse è una fortuna.
    Il problema è che i nuovi imprenditori sono peggio dei vecchi padroni, perché già i padroni sono una brutta cosa, ma imprenditore significa pensare solo ai soldi e non avere neanche un collegamento con il territorio.

    Spesso si sente dire che il problema è l’innovazione, che questi imprenditori non innovano abbastanza, che il nostro non è un prodotto innovativo, ... e alla mancata innovazione vengono attribuite le colpe della delocalizzazione. Tu che cosa ne pensi?

    Per quanto riguarda la tessitura Monti abbiamo i telai più innovati, che riescono a fare prodotti che non ci sono sul mercato, che abbiamo solo noi, e abbiamo molta richiesta di questo prodotto.
    E’ chiaro che dopo aver innovato tutto quello che si poteva innovare, la delocalizzazione dipende solo dalla necessità di fare più soldi, portando il lavoro dove costa meno.
    La crisi alla Monti arriva dalle mancate vendite: il 70% del prodotto viene venduto fuori dall’Italia, di cui un 40% in America ed è proprio dall’America che arrivano i problemi perché con il cambio euro dollaro tutti le imprese hanno avuto una perdita del 30%.

    La Monti esporta anche verso la Repubblica Ceca ?

    No il prodotto viene solo fatto lì, poi torna alla Monti per essere finito o per essere etichettato “made in Italy”.

    Noi lavoratori siamo soggetti a tre truffe: la più grossa è stata il cambio dell’Euro che ci ha raddoppiato le spese e ci ha diminuito gli stipendi, poi la produzione che fanno all’estero a dei prezzi bassissimi e ce la rivendono come se la facessero qui, e la terza truffa è quella dei diritti che non ci sono.

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