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(13 Agosto 2011) Enzo Apicella
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Ardizzone, Cuba, uragani … appunti sparsi

Giovanni Ardizzone era il suo nome…

(6 Novembre 2012)

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l’ambasciatrice cubana, Carina Soto Aguero e Heidi Giuliani

Milano, 27 ottobre 1962. E’ una cupa giornata di pioggia e siamo nel pieno della “crisi dei missili”. La Camera del Lavoro di Milano ha convocato, come in molte altre città, uno sciopero generale (in quegli anni si lavorava anche il sabato) con una manifestazione di protesta contro l’aggressione da parte degli Stati Uniti del “democratico” Presidente Kennedy a Cuba. Un grande corteo sfila per le vie del centro e, al grido di “Cuba si, yankees no”, arriva in piazza Duomo. All’improvviso le camionette del 3° Battaglione della Celere di Padova (il ben noto corpo speciale di intervento anti-manifestazioni) iniziano i caroselli contro la testa del corteo. Poco dopo, davanti alla Loggia dei Mercanti, schiacciato contro un muro da una delle jeep della Celere cade un giovane di 21 anni: si chiama Giovanni Ardizzone, è uno studente di Medicina, comunista. Altri due manifestanti, il muratore Nicola Giardino di 38 anni e l’operaio Luigi Scalmana di 57, vengono gravemente feriti. Lanci di pietre e bastoni da parte dei manifestanti obbligano le camionette a ritirarsi varie volte.
Sparsasi la notizia della morte di Giovanni, nella notte tra sabato e domenica migliaia di persone giungono alla spicciolata sul luogo della sua morte. L’indomani, domenica, piazza Duomo e dintorni si riempiono di persone che portano fiori e cartelli di protesta. Il lunedì le fabbriche milanesi sono in sciopero e vengono sospese le lezioni in Università e nelle scuole superiori: operai, studenti e cittadini portano il ritratto di Giovanni al Sacrario dei Caduti della Resistenza. I giornali continuano a parlare di “fatale incidente”. Al funerale, tenutosi nel suo paese natale – Castano Primo – parteciperanno 5.000 persone.

Cuba rivoluzionaria – che non dimentica mai il più piccolo gesto di solidarietà con il suo popolo - darà il suo nome alla Facoltà di Medicina dell’ospedale dell’Isola della Gioventù, dove studiano gratuitamente studenti che provengono da tutto il Terzo Mondo.

Milano, 27 ottobre 2012: ci sono voluti 50 anni perché Milano ricordasse il suo assassinio.
Alcune migliaia di persone (nella stessa giornata si svolge una manifestazione contro gli sfratti voluti dalla giunta Pisapia e a Roma c’è il “No Monti Day”) sfilano da Porta Venezia fino alla piccola ma centralissima via Mengoni, a due passi dal Duomo, dove viene scoperta una targa che lo ricorda. Organizzata dall’Associazione Italia-Cuba, Camera del Lavoro, ANPI, ARCI e Rete Antifascista Milanese, la manifestazione è una protesta contro tutte le guerre e tutti i terrorismi (lo testimoniano le numerose bandiere palestinesi e siriane) e contro l’assurda detenzione dei 5 eroi cubani prigionieri negli Stati Uniti.
La targa in memoria di Giovanni Ardizzone recita “caduto per la pace”: quel “caduto” non piace a molti e i primi fischi interrompono il discorso di apertura della vice-sindaco di Milano, che è così costretta a riconoscere che si trattò di un assassinio, i cui responsabili non solo non si conoscono ma non furono mai perseguiti. Il sindaco di Castano Primo, del PdL, viene anche lui sonoramente fischiato e interrotto continuamente. Dopo l’intervento dei promotori della manifestazione, parla l’ambasciatrice cubana, Carina Soto Aguero, che stringerà poi la mano ad Heidi Giuliani, madre di un altro giovane “caduto”, Carlo Giuliani, assassinato dalla polizia durante il G8 di Genova. Ailí Labañino, figlia di uno dei 5 Eroi cubani, legge un messaggio di suo padre Ramón, scritto appositamente per la manifestazione di Milano.
Questa è la brevissima cronaca della manifestazioni di sabato 27 ottobre.

Solidarietà e razzismi

La manifestazione di Milano si è svolta qualche giorno dopo il passaggio dell’uragano Sandy.
Tutto l’Oriente di Cuba è stato devastato. Ci sono stati 11 morti che, per un paese che ogni anno di uragani ne sperimenta tre o quattro, sono molti. Holguìn, Guantànamo e Santiago di Cuba hanno sofferto enormi danni. I venti fortissimi hanno raso al suolo la rete di distribuzione dell’elettricità, il mare si è riversato negli acquedotti, ci sono state forti perdite nell’agricoltura. 130.000 abitazioni sono state danneggiate a Santiago e altre 52.000 ad Holguìn.
Haiti – dopo il terremoto e l’epidemia di colera portato nel più povero paese della regione dalle truppe della Minustah – ha pagato un pesante tributo di vite e il suo primo Ministro dichiara che la sicurezza alimentare non è più garantita.
Ma i giornali italiani per giorni e giorni non ci hanno parlato altro che della Grande Mela, del passaggio di Sandy su New York, del pericolo che correva Wall Street.
La Borsa vale più della vita, soprattutto se parliamo di popolazioni del Terzo Mondo.
Quella Borsa in cui in questi giorni volano le quotazioni dei generi di prima necessità e che il mercoledì 24 – in una New York completamente paralizzata – si era già rimessa al lavoro. Il consigliere delegato di NYSE Euronext (il principale mercato borsistico mondiale) ha detto testualmente alla CNBC, il canale radio finanziario: “Questa mattina, quasi per scherzo, ci dicevamo che dovevamo essere l’unico edificio al sud di Midtown che ha luce, acqua e cibo”. Non è uno scherzo. Le priorità sono chiare: prima Wall Street, gli altri possono aspettare.

Chi si ricorda dei terremotati di Haiti (2010, più di 250.000 vittime)? Forse solo i medici cubani che ci lavorano (prima, durante e dopo il terremoto) e il governo bolivariano del Venezuela, che ha inviato immediatamente oltre 65 tonnellate di prodotti di prima necessità.
Qualcuno dei nostri valorosi giornalisti, sempre informati e attenti ai diritti umani, ha ricordato il fatto che Cuba, che viene ogni anno colpita da eventi meteorologici estremi, è sottoposta da 50 anni ad un crudele blocco economico da parte degli USA che rende ancor più difficile la ricostruzione delle zone danneggiate?
Avete per caso letto da qualche parte che aiuti immediati a Cuba sono arrivati dalla Bolivia, paese povero che ha i suoi problemi, e dal “solito” Hugo Chàvez?
Raùl Castro e Ramon Machado Ventura, presidente e vice-presidente cubani, hanno visitato Holguìn, Guantànamo e Santiago de Cuba per rendersi conto dei danni sofferti dalla popolazione. A Santiago hanno visitato anche il cimitero di Santa Ifigenìa, dove riposano i caduti della caserma Moncada. Cuba non dimentica i vivi, ma neppure i suoi morti.
Lavoratori e militari di tutta l’isola sono al lavoro nell’Oriente per riparare gli enormi danni lasciati dietro di sé da Sandy, tanto che le scuole hanno già riaperto.

Barak Obama e Mitt Romney sono rimasti a Washington ma, bontà loro, hanno sospeso le attività elettorali finali, forse ricordando la pessima figura di George Bush nei giorni dell’uragano Katrina. Attività elettorali che muovono – tra democratici e repubblicani - l’oscena somma di 1.089 milioni di dollari, con cui si potrebbe ricostruire un mondo intero, senza parlare delle stratosferiche spese militari.

Uragani

Gli uragani sono un fenomeno quasi “normale” in questa parte del mondo. ma, secondo il direttore delle Analisi Climatiche del Centro Nazionale per la Ricerca Atmosferica degli Stati Uniti: “gli effetti di Sandy sono stati tra il 5 e il 10% maggiori di quello che ci si poteva aspettare da una tormenta con queste caratteristiche a causa del cambio climatico. Non vogliamo dire che un fenomeno come Sandy sia interamente dovuto al cambio climatico, ma la temperatura dell’acqua è maggiore, le onde più grandi e la pioggia più forte”.
Gli Stati Uniti sono il paese in testa alla lista di quelli che provocano i maggiori danni all’ambiente. Ogni anno ritardano, mettono il veto o bloccano quelle (deboli) misure che si tenta di mettere in atto per lottare contro il cambio climatico. Il consumismo e i profitti delle multinazionali, soprattutto quelli delle società petrolifere, petrochimiche e dell’auto, vengono prima della distruzione del pianeta e dei milioni e milioni di vite umane danneggiate o perdute.
Nella Conferenza sul Clima di Rio de Janeiro del 1992, ascoltato con noia e fastidio (come ricordava lui stesso) dai capi di stato presenti, fece un appello a curarsi dell’ecologia e del pianeta, in ultima analisi a curarsi dell’umanità intera.
Non è del tutto vero che oggi anche gli USA si leccano le ferite lasciate da Sandy: dopo tutto Wall Street ha già ricominciato il suo lavoro di morte, gli affari e i mercati trarranno altri vantaggi e il pianeta, dopo tutto, è sovrappopolato. Non saranno poche centinaia di morti a fermarli.

Daniela Trollio - Centro di Iniziativa Proletaria G.Tagarelli

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