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Britannia

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(11 Agosto 2011) Enzo Apicella
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Maggio di fame e di lotta

Niente da festeggiare

(28 Aprile 2013)

maggiofame

Lavoratori sui tetti, lavoratori in picchetto armati solo di striscione ad affrontare i manganelli della celere, lunghe file di cittadini alle mense dei poveri. Tre immagini, tra tante altre drammatiche, a simboleggiare il momento che stiamo vivendo. Un primo maggio di quelli neri come la notte dove tutti i diritti sono stati calpestati o cancellati, le tasche della gente svuotate da continue rapine per arricchire banche e speculatori, ogni protesta sommersa da denunce, gas chimici e bastonate. Ma si continua a lottare, si deve lottare, tentare di ribaltare un sistema destinato comunque ad esplodere per sostituirlo con qualcosa di completamente diverso, libero, collettivo e solidale.
E cosi teniamo duro e ci stringiamo attorno a chi sta difendendo lavoro e dignità o chi si sta organizzando autogestendo nel sociale la risposta solidale contro miseria e disoccupazione.
244 lettere di licenziamenti al San Raffaele, ma non solo questo. Cancellati dalla direzione, con una operazione di stile fascista, tutti gli accordi pregressi (tutte le conquiste della contrattazione di 15 anni di lotte), ridotti i salari e non riconoscimento dei due principali sindacati dell’azienda USI-AIT e USB (la stramaggioranza delle RSU). Il tutto accompagnato dallo sciacallaggio di CGIL e sindacati confederali, storicamente in azienda sempre lontani e ostili agli interessi dei lavoratori, che ora affiancano l’attacco padronale contro chi ha sempre lottato e sta lottando con tutte le sue forze per non svendere lavoro, diritti e dignità. Certamente i confederali cercano di sfruttare (a quanto pare senza successo) il momento drammatico anche per colpire la forte presenza al San Raffaele di un sindacato autogestito di matrice anarcosindacalista (l’USI-AIT), anomalia pericolosa e contagiosa capace di estendere nel paese una conflittualità radicale e diffusa.
La risposta dei lavoratori è stata pronta e unitaria. All’arrivo delle prime quaranta lettere di licenziamento è stata occupata la sala della accettazione (cuore economico per l’amministrazione) e un consistente gruppo di ospedalieri è salito sui tetti. Ovviamente la polizia ha fatto quello che fa sempre, cercando di difendere gli interessi dei padroni manganellando e ferendo dei lavoratori. Da denunciare anche tutti gli altri licenziamenti striscianti (che stanno passando nel silenzio) falciando gli addetti e i precari degli appalti. Il clima si surriscalda di nuovo il 19 aprile dove un corteo di lavoratori sfonda e spazza via il cordone della polizia che tenta di impedire una nuova occupazione dell’accettazione. Su tutto questo, in un susseguirsi di iniziative di lotta e controinformazione, si sta costruendo un grande sciopero regionale (e non solo) in data 8 maggio per l’occupazione al San Raffaele e per la difesa della sanità pubblica.
La lotta dei lavoratori della logistica (che ha avuto nello sciopero nazionale del 22 marzo uno dei momenti più importanti, anche se è solo l’inizio) ha, per molti importanti aspetti, rivoluzionato gli schemi asfissianti e perdenti in cui confederali ma anche i maggiori sindacati cosiddetti “di base” hanno rinchiuso e imbrigliato la conflittualità (vertenze neocorporative, scioperi autoreferenziali fatti solo per propagandare le proprie sigle, ecc.).
Il settore delle cooperative si basa su un sistema diffuso di truffe dove i lavoratori sono schiavizzati in rapporti di lavoro senza alcuna forma di regolamentazione, senza diritti, spesso assunti come fantomatici “soci” per poter essere ricattati e meglio sfruttati. Il tutto con la complicità di CGIL e confederali che in molti casi guidano (con funzionari collocati nei posti chiave) consorzi e cooperative legate al potere economico CGIL-PD.
La lotta che si è sviluppata nella logistica, estesasi a livello nazionale (e che ha visto come forze promotrici SICOBAS e ADL Cobas) , ha spaccato finalmente queste catene mettendo sotto accusa tutto il sistema delle cooperative richiedendo un contratto nazionale migliorativo. La grossa partecipazione alle assemblee, il coinvolgimento dei lavoratori stranieri (il 90% del settore), le istanze unitarie e non settarie, il ricorso a forme determinate di lotta e d’azione diretta, la compattezza e dignità dimostrata nel tenere i picchetti anche durante le selvagge cariche della polizia, hanno aperto nuove prospettive per diffondere una nuova conflittualità di classe anche agli altri settori.
Le lunghe code, di cittadini che non hanno di che vivere, alle mense della Caritas e dei poveri, la strage continua di persone in miseria e senza lavoro che si uccidono, sfratti e pignoramenti continui, le cassette dei rifiuti diventate per molti una speranza di sopravvivenza…queste ormai sono le nostre città, questa la vita che molti di noi sono costretti a fare. Per finire ricordiamo anche l’incubo degli esodati che, nonostante provvedimenti (per solo una parte di loro) e promesse non hanno ancora di che vivere. Niente ancora nemmeno per la fascia dei primi 65000 che hanno i requisiti per una soluzione positiva della loro situazione (molti di loro sono già arrivati alla data della loro pensione senza che sia successo niente. Nessun reddito, nessuna notizia), figuriamoci per i successivi 50000 e per tutti gli altri per cui si prospettano tempi lunghissimi per pochi, nessuna soluzione per tantissimi altri.
Una situazione generale precipitata ulteriormente negli ultimi mesi e destinata a peggiorare nelle prossime settimane. Anche qui è d’obbligo invertire la tendenza alla rassegnazione e all’accettazione della sconfitta. Un movimento sta crescendo anche in questo senso ma occorre farlo crescere e dotarlo di efficienti strumenti d’autodifesa. La necessità è quella di contrastare gli sfratti, occupare alloggi e spazi, coordinare ed autogestire un’economia alternativa che possa garantire la sopravvivenza delle persone senza passare dalle logiche del mercato, costruire una rete solidale e orizzontale di rapporti di scambio.
Saldare la conflittualità sindacale con quella sociale, sperimentare nuove forme di collettivizzazione e d’autogestione, sviluppare una rete alternativa a quella del potere, costruire momenti di lotta e di scontro incompatibili con le mediazioni del sistema, con questi presupposti è possibile arginare l’attacco che ci stanno portando e gettare i semi della società futura, quella libera dallo sfruttamento e dal potere. Solo così questo nero maggio di fame potrà diventare il maggio delle nostre canzoni, quello di una nuova era solidale.

Gianfranco Careri - Umanità Nova, n. 15 anno 93

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