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USA, il colore di una sentenza

(16 Luglio 2013)

Usacolor

Lunedì 15 Luglio 2013 23:00

L’assoluzione del vigilante George Zimmerman in un tribunale statale della Florida per l’assassinio del 17enne di colore Trayvon Martin ha scatenato nei giorni scorsi una serie di manifestazioni di protesta in numerose città degli Stati Uniti per denunciare un procedimento che è apparso, a tutti gli effetti, come una tragica parodia della giustizia.

Organizzate in buona parte da gruppi e attivisti che si battono per i diritti delle minoranze di colore, le proteste sono andate in scena nelle piazze di New York, Los Angeles, San Francisco, Chicago, Miami, Atlanta, Philadelphia e di molte altre città, dove le forze di polizia hanno cercato di disperdere i manifestanti per evitare un’esplosione della rabbia popolare.

Secondo quanto riportato dalla Associated Press, inoltre, nella mattinata di lunedì a Los Angeles sono state arrestate 80 persone dopo che un raduno pacifico ma non autorizzato di dimostratori sul Sunset Boulevard, a Hollywood, si è scontrato con un centinaio di agenti anti-sommossa.

Il verdetto nel caso di Trayvon Martin era stato raggiunto e comunicato nella serata di sabato da una giuria composta da sei donne, nessuna delle quali afro-americana. La giuria ha riconosciuto la legittima difesa di George Zimmerman, il quale la sera del 26 febbraio 2012 aveva sparato con la propria pistola - detenuta legalmente - al giovane adolescente disarmato mentre si stava recando verso l’abitazione del padre e della sua convivente in una “gated community” di Sanford, in Florida.

Secondo l’opinione dei media, dopo tre settimane di udienze in un tribunale della contea di Seminole, i legali di Zimmerman avrebbero svolto un lavoro decisamente più meticoloso ed efficace rispetto all’accusa, nonostante i fatti emersi avessero messo in luce la debolezza della tesi dell’autodifesa del responsabile dell’omicidio.

Ad influire sul verdetto è stato anche l’atteggiamento delle forze di polizia, le quali hanno sostanzialmente simpatizzato per Zimmerman e per il suo incarico di coordinatore delle ronde che vigilavano sul quartiere residenziale dove è stato assassinato Trayvon Martin. La predisposizione delle autorità di polizia e giudiziarie nei confronti di Zimmerman era risultata poi evidente dal fatto che, in seguito all’assassinio, la procura lo aveva tardivamente incriminato per omicidio colposo e omicidio di secondo grado solo dopo una campagna pubblica sostenuta dai genitori del 17enne di colore.

Zimmerman e i suoi legali, da parte loro, hanno sempre sostenuto la legittimità dell’accaduto, appellandosi al contenuto di una legge ultra-reazionaria definita “stand your ground”, la quale consente a chiunque abbia facoltà di portare con sé un’arma, grazie alla legislazione permissiva dello stato della Florida, di utilizzare la forza quando sussiste una minaccia alla propria vita, invece di “fare un passo indietro” e riparare in un luogo sicuro.

Nella notte del 26 febbraio 2012, in ogni caso, George Zimmerman aveva chiamato il 911 dopo avere notato per strada Trayvon Martin, da lui definito “un tipo realmente sospetto”, deducendo ciò soltanto dal colore della pelle e da una felpa che indossava con il cappuccio portato sopra la testa per ripararsi dalla pioggia. Zimmerman avrebbe poi detto al servizio emergenze che il giovane stava dirigendosi nella sua direzione per poi affermare subito dopo che si stava invece allontanando.

Dall’altro capo del telefono venne detto chiaramente a Zimmerman di non inseguire il 17enne afro-americano ma, pochi minuti più tardi, quest’ultimo sarebbe finito vittima di un unico colpo di pistola diretto al cuore. Poco prima di morire, Trayvon Martin aveva parlato al telefono con un’amica che ha successivamente testimoniato come il giovane le avesse detto di sentirsi inseguito da “un bianco in atteggiamento ostile”.

Lo sparo di Zimmerman è avvenuto dopo una colluttazione che non ha avuto nessun testimone oculare. Il 28enne vigilante - la cui ricostruzione degli eventi è apparsa spesso contraddittoria - ha sostenuto di essere stato aggredito e di avere utilizzato la sua pistola per legittima difesa, anche se, ad esempio, le ferite riportate erano state giudicate superficiali, mostrando come la sua vita non fosse stata messa in pericolo in nessun modo.

Le prove e la ricostruzione dei fatti indicano dunque come Trayvon Martin, tutt’al più, abbia agito per difendersi da una persona armata che non aveva alcun motivo per inseguirlo, oltretutto dopo che il 911 gli aveva chiesto di astenersi dal farlo.

Di fronte alla reazione popolare per il verdetto di assoluzione e in risposta ad un appello lanciato dall’Associazione Nazionale per la Promozione delle Persone di Colore (NAACP), il Dipartimento di Giustizia di Washington ha fatto sapere di volere studiare la possibilità di avviare un procedimento civile contro George Zimmerman. Un’indagine federale nei suoi confronti era peraltro già stata aperta dopo l’assassinio di Trayvon Martin ma venne successivamente abbandonata per consentire l’avanzamento del processo nel tribunale statale della Florida.

Un’eventuale causa civile potrebbe essere intentata solo se il Dipartimento di Giustizia dovesse constatare l’esistenza di prove che indichino motivazioni di tipo razziale nelle azioni di Zimmerman. Nella giornata di lunedì, tuttavia, i media americani hanno riportato il parere di agenti dell’FBI che hanno indagato sul caso e che hanno escluso che il responsabile della morte del teenager abbia agito in base a motivazioni di ordine razziale.

L’annuncio dell’amministrazione Obama appare quindi come un tentativo di placare la rabbia ampiamente diffusa tra la popolazione di colore e, sia pure senza avere seguito, il fatto di prospettare una possibile causa civile di questo genere contribuisce a mantenere convenientemente l’intera vicenda all’interno dei confini del delitto impunito di stampo razzista.

Le critiche al verdetto di assoluzione di attivisti storici per i diritti dei neri come Jesse Jackson o Al Sharpton - entrambi non a caso impegnati a chiedere che le manifestazioni di protesta non sfocino in episodi di violenza - si basano soltanto su considerazioni di ordine morale, come se il razzismo fosse un fattore indipendente dalla realtà sociale in cui si svolgono i fatti e attorno alla quale un qualsiasi dibattito pubblico continua ad essere boicottato.

Se, in effetti, la componente razzista ha con ogni probabilità influito sia sulle azioni di George Zimmerman sia sul verdetto che gli consentirà di tornare libero nonostante l’assassinio di un ragazzo di 17 anni, i drammatici eventi del febbraio 2012 in una cittadina della Florida e la farsa del procedimento legale conclusosi qualche giorno fa hanno a che fare soprattutto con l’evoluzione stessa della società americana, sottoposta a processi di trasformazione modellati da politiche reazionarie come quelle che legittimano, se non addirittura esaltano, il militarismo e l’uso di armi da fuoco.

Uno scenario, quest’ultimo, che produce inevitabilmente una sottocultura alimentata dalle stesse azioni del governo e dalla retorica dei politici di Washington di cui si è nutrito lo stesso Zimmerman e che, come dimostra la sostanziale complicità delle forze di polizia, gli ha permesso fin dall’inizio di essere certo di potere continuare a vivere da libero cittadino con una pistola alla cintura dopo avere tolto la vita senza ragione ad un adolescente di colore che non aveva commesso alcun crimine.

Michele Paris - Altrenotizie

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