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(18 Marzo 2011) Enzo Apicella

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Libia: il pericolo viene dall’estero

(7 Marzo 2016)

Qual è il maggior problema della Libia? Il tribalismo? L’ISIS? E’ ciò che ci vogliono dare a bere. La vera minaccia incombente è quella degli aggressori, gli stessi che hanno distrutto il paese, USA, Francia, Gran Bretagna, Italia, Qatar, Arabia Saudita... che stanno cercando il pretesto per un nuovo intervento e per dividersi il bottino. Questi invasori vogliono dettare ai libici quello che devono fare: chiedono un governo nazionale, non per unificare la Libia, ma per costringerlo a giustificare, con la scusa del federalismo o altri pretesti, la divisione di fatto in sfere di influenza. Secondo fonti ufficiose, la Tripolitania toccherebbe all’Italia, la Cirenaica alla Gran Bretagna e il Fezzan alla Francia. Ciascuno per sé e gli USA per tutti? Ma le spartizioni si fanno secondo i rapporti di forza, e gli USA non vanno in Libia per i begli occhi di Renzi. Nel gioco della sedia il perdente rischia di essere proprio l’imperialismo di Roma. Gli sarà chiesto un grosso sforzo, e se sarà fortunato, gli toccheranno le briciole.
Truppe speciali sono già sul posto, sono avvenuti bombardamenti, senza che l’ONU, sempre più screditata, faccia qualcosa di utile, o che i due governi libici abbiano voce in capitolo. Al massimo, possono avallare il fatto compiuto.
Al tempo di Gheddafi, il 23% del fabbisogno italiano di petrolio veniva dalla Libia. Le riserve sono calcolate 44,3 miliardi di barili, e ne fanno l’ottavo paese petrolifero del mondo. L’ENI vi ha perso i suoi privilegi. “L’ENI - scriveva Stefano Agnoli (Limes 2011) - ...in Kazakistan tre anni fa è stata messa alle corde dall’americana Exxon, in Uganda, lo scorso anno, i cinesi Cnooc, la Total e la stessa Exxon avrebbero lavorato sodo per affondare i progetto del gruppo italiano” (1)
Dal 2011, la Libia non è più riserva di caccia dell’imperialismo italiano perché la classe dirigente del nostro stivale, per servilismo, è arrivata a fare una guerra contro i propri interessi, tradendo Gheddafi, che le aveva assicurato condizioni di privilegio.
Gli USA, non si accontentano di dettar legge in Libia, lo fanno anche in Italia, dove Sigonella – e non solo - è ormai territorio americano. Se sulla carta geografica d’Italia si rappresentassero le basi USA con punti rossi, l’immagine ricorderebbe quella di un malato di scarlattina. E il nostro territorio è cosparso di atomiche, la cui ubicazione è conosciuta dal Pentagono, ma non dai governanti italiani. D’altra parte, chi darebbe a Renzi la valigetta dei comandi per l’atomica?
Ogni concessione, politica, economica, militare, non aumenta la benevolenza americana, ma riduce sempre più l’imperialismo italico a un ascaro di Washington.
Altro imperialismo tenuto a guinzaglio è quello francese, utilizzato per schiacciare Gheddafi, mentre Obama si fingeva poco interessato. La Casa Bianca gioca sulla rivalità italo – francese, e usa entrambi i paesi.
La scusa, anche per l’Italia, è combattere l’ISIS, ma in realtà il “nostro” governo teme che Francia e Gran Bretagna occupino le posizioni chiave e lascino all’Italia ossa spolpate.
Prodi e Berlusconi, i “grandi avversari” di un tempo, ora sembrano avere trovato un suggeritore comune, raccomandano prudenza e danno tutta la colpa a Francia e Inghilterra, coprendo le responsabilità di Roma e di Washington.
E l’ISIS? Quando non servirà più in Libia, il circo, fondato dalla CIA e compari, col suo califfo barbuto, i suoi sicari e spioni, toglierà le tende e si dirigerà, sotto lo sguardo complice delle potenze, verso un altro paese pieno di pozzi di petrolio o di gas, o almeno di oleodotti e gasdotti, per destabilizzarlo e creare un pretesto per un’occupazione imperialistica.
I lavoratori dei diversi paesi devono rifiutare ogni solidarietà con i propri governi e prepararsi a lottare insieme contro la guerra.



Note
1) Stefano Agnoli, “La rivincita delle Majors”, Limes, “La guerra in Libia”, aprile 2011.

Michele Basso

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