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Tesi sulla precarietà e sulla Gig Economy

(2 Novembre 2019)

foodora

Pubblichiamo la traduzione delle “Tesi sulla Gig Economy” apparso sul foglio di agitazione Mutiny/Mutinerie dei nostri compagni di Klasbatalo, affiliazione canadese della Tendenza Comunista Internazionalista. Al corretto inquadramento della forza lavoro in questo settore fatto da Klasbatalo, aggiungiamo alcune osservazioni, come contributo all'analisi e alla discussione. I compagni osservano, giustamente, che assistiamo a una crescita degli episodi di lotta nella “Gig economy” e che, spesso, le lotte saltano la mediazione sindacale tradizionale, anche perché – aggiungiamo noi - il sindacalismo tradizionale finora si è occupato poco di questo settore “emergente” o incomincia ora a occuparsene (per lo meno in Italia). Oltre a questo, bisogna sottolineare che, al di là della generosa determinazione alla lotta di questi settori di forza lavoro, per quel che conosciamo, in quelle azioni rivendicative manca sempre l'indicazione del superamento del sistema e della conquista dell'unica vera alternativa a questa società basata sullo sfruttamento, cioè del comunismo. Ma la cosa non ci stupisce, perché questa prospettiva può darla solo l'organizzazione rivoluzionaria, il partito di classe. Invece, e ancora una volta senza stupore, gli organismi di base che nascono da quelle lotte rimangono sostanzialmente chiusi nella logica sindacale di contrattazione delle condizioni di vendita della merce forza lavoro, una logica che presuppone il rapporto capitale-forza lavoro e, di fatto, l'accetta, indipendentemente dai miglioramenti (e dalla loro consistenza), che è possibile strappare dentro questo rapporto. Tali miglioramenti, poi, oggi sono quanto mai limitati, anche se nella “Gig Economy” lo sfruttamento è talmente intenso, oltre il livello medio, se così si può dire, che ci potrebbe essere spazio – limitato e solo se i lavoratori lottano con decisione – per un'attenuazione dello sfruttamento stesso ossia per l'ottenimento (più o meno parziale) di quelli che, con una parola quanto mai ambigua, vengono definiti correntemente “diritti”. Tra questi, la limitazione e/o la soppressione del cottimo, l'aumento della paga, il riconoscimento dello status di lavoratori salariati, con quello che ne consegue per quanto riguarda la malattia, la pensione (se e quando ci sarà): in breve il godimento dei “diritti” del salario indiretto e differito. Per certi aspetti, è uno scenario molto simile a quello della logistica, settore preso come riferimento dai ciclo-fattorini, detti più comunemente “riders”, che consegnano i pasti a domicilio. Non a caso, le condizioni dei riders e dei facchini molto spesso vengono definite, a ragione,“schiavistiche” e “ottocentesche”, proprio perché il padronato – che esiste eccome, anche se vorrebbe mimetizzarsi dietro un algoritmo – opprime la forza lavoro come i padroni del vapore di ottocentesca memoria. Inutile ricordare, però, che il ritorno a forme di sfruttamento e dominio padronale di tipo ottocentesco attraversa, con maggiore o minore intensità, ogni categoria del lavoro salariato e, appunto, del lavoro apparentemente autonomo. Già agli inizi del fenomeno (vedi il nostro congresso del 1997) avevamo colto il fatto che la “manchesterizzazione”1 _della forza lavoro era (e continua a essere) la risposta del capitale alla sua propria crisi strutturale manifestatasi nei primi anni '70 del secolo passato, in quanto controtendenza fondamentale -anche se non la sola - alla caduta del saggio di profitto.
Questo aspetto – l'intensificazione dello sfruttamento quale necessità inderogabile del capitale – sottolineato giustamente dai nostri compagni, ovviamente non significa accettazione delle compatibilità capitalistiche, con conseguente disarmo della classe, in attesa meccanicistica della fatidica ora X della rivoluzione. Guai se la classe lavoratrice non lottasse, anche per le rivendicazioni più “piccole”, perché se non lo facesse non sarebbe certo capace (né degna...) di lottare per liberarsi dalle catene della borghesia. Solo avversari malevoli, di solito esponenti più o meno perspicaci del radical-riformismo, ci attribuiscono quella stupida opinione. Noi, appunto, non diciamo che non si debba “rivendicare”, ma solo che nelle epoche di crisi profonda gli spazi rivendicativi si restringono sensibilmente, tendendo addirittura a scomparire, evidenziando così in maniera ancora più netta che gli interessi del capitale e quelli della classe lavoratrice sono inconciliabilmente divergenti, opposti, che la strada per un reale miglioramento delle condizioni di esistenza del “vecchio” e “nuovo” proletariato non può passare, come e più di prima, che sul cadavere del sistema capitalista.

1. La crescita dei posti di lavoro della “Gig Economy” non può essere separata dalla crisi ininterrotta del capitalismo e dalla generalizzazione della precarietà fra numerosi strati della classe lavoratrice. E' in un'epoca di austerità, causata dalla caduta del saggio di profitto nell'economia mondiale, che molti lavoratori si trovano costretti a trovare un “lavoretto flessibile extra” per sopravvivere di fronte ai tagli dei servizi pubblici, all'innalzamento dei canoni d'affitto e all'aumento generalizzato del costo della vita.
2. I nuovi posti precari della “Gig Economy” sono in parte definiti dalla loro applicazione delle nuove tecnologie digitali. Così facendo, le imprese entrano in concorrenza con le vecchie forme di erogazione dei servizi, centralizzandoli nelle applicazioni [le app, ndt] in quanto coordinatrici principali. L'utilizzo di queste app rappresenterebbe la realizzazione del sogno capitalista del calcolo ossessivo consistente nel tracciare la giornata lavorativa quasi al secondo.
3. I politici e i capitalisti in televisione appaiono quasi commossi quando vantano lo spirito d'impresa e d'innovazione delle aziende proprietarie e dirigenti. In realtà, quelle tecnologie sono state largamente finanziate dallo Stato nel quadro del complesso industrial-militare e di altri partner, quali le università. Nonostante le illusioni borghesi ampiamente spacciate in giro, il capitale resta tributario dell'aiuto crescente dello Stato, che è ampiamente sottomesso agli interessi del capitale.
4. La capacità delle imprese utilizzatrici delle nuove tecnologie di sfruttare pienamente i loro lavoratori si basa in gran parte sul metodo impiegato per etichettare gli stessi non come dipendenti, ma come lavoratori autonomi, consentendo in tal modo al capitale di privarli delle prestazioni sociali [lo “stato sociale” ossia il salario indiretto e differito, ndt] di cui abitualmente usufruisce il lavoro dipendente. Di più, il ritorno del salario a cottimo, cioè il pagamento della forza lavoro secondo il numero di prestazioni effettuate piuttosto che a ore, è uno degli esempi tipici di questa tipologia di occupazione. Combinata all'eliminazione costante della fabbrica come punto di riferimento, questo lavoro a cottimo assegnato digitalmente permette al capitale di ridurre i salari mettendo contro i lavoratori gli uni agli altri, isolandoli gli uni dagli altri. Questa concorrenza tra proletari cerca di aumentare l'efficienza media dei lavoratori, che sono costantemente minacciati di essere considerati indegni del posto di lavoro. Ciò permette in un colpo solo di intensificare l'erogazione di lavoro e di prolungare la giornata lavorativa riducendo i salari. «In questo rapporto, il salario a cottimo diventa una sorgente inesauribile di pretesti per effettuare delle ritenute all'operaio e per derubarlo di quanto gli spetta» (Marx, Il Capitale, Libro I, capitolo 21).
5. Ma nonostante la separazione tra proletario e proletario, attraverso l'eliminazione crescente della fabbrica, e benché i lavoratori non qualificati non vengano registrati come dipendenti e, dunque, siano privati o quasi delle “garanzie” spettanti al lavoro dipendente “normale”, la lotta di classe nella “Gig Economy” pone la classe lavoratrice – quando lotta – direttamente in un'attività autonoma non mediata, quale gli scioperi selvaggi. Dai lavoratori di Foodora in Italia ai lavoratori di Deliveroo nel Regno Unito, passando per gli autisti di Uber a Los Angels, l'impegno militante nella “Gig Economy” è in crescita.
6. La miseria dei lavoratori nella “Gig Economy” sottolinea una delle tragiche ironie del capitalismo. A dispetto delle potenzialità delle nuove tecnologie informatiche a favore dell'umanità, esse nella logica capitalista sono utilizzate come strumenti per intensificare e organizzare l'aumento dello sfruttamento. Solo una rivoluzione sociale totale può eliminare questa miseria. La “Gig Economy” non è che un elemento della crisi e le sue lotte devono essere collegate alla lotta complessiva del proletariato contro il capitale. Quando la nostra classe proclamerà la propria indipendenza sulla scena internazionale, essa dichiarerà: «I proletari non hanno patria, non più degli strumenti di produzione una volta espropriati e messi al proprio servizio», liberando così la tecnologia dalle catene del profitto per metterla a disposizione dei bisogni umani.
Klasbatalo

(1) La definizione è in riferimento alla città di Manchester, “capitale” delle rivoluzione industriale in Inghilterra, durante la quale le condizioni della classe operaia erano, come si sa, tremende.

leftcom.org

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