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LA LOTTA DEI PROLETARI INDIANI

(27 Febbraio 2021)

Dal n. 98 di "Alternativa di Classe"

delhi rural

L'India, quinta potenza capitalistica globale, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), nel 2020 ha subito un calo del 10,3% del suo PIL. Già prima della pandemia da COVID-19, circa 650 milioni di indiani vivevano vicini alla soglia di povertà.
Negli ultimi vent'anni le differenze di classe hanno assunto connotati disgustosi, con i cento (100) indiani più ricchi che, stando alle statistiche del periodico americano “Forbes”, posseggono un quarto della ricchezza di un Paese di un miliardo e trecento milioni di abitanti. Il consumo medio di cereali per le famiglie più povere si è abbassato sensibilmente. Gli effetti di lungo termine della pandemia da COVID-19 in India stanno imponendo una grave crisi economica e sociale.
Emblematica di questa crisi è l'impennata del numero di suicidi a partire dal mese di Marzo dello scorso anno. Quella della morte per suicidio è una piaga da tempo sotto esame nella società indiana. Circa il 20% dei morti per suicidio al mondo sono indiani (stimati tra gli 800mila e un milione all'anno). Le categorie più soggette al rischio sono decisamente i contadini delle aree rurali più povere, esposti alla competizione internazionale e al rischio di vedere la produzione azzerrata nel valore dalle tendenze del mercato capitalistico globale.
La pandemia ha anche portato a un aumento dei casi di suicidio tra i lavoratori impegnati nei servizi di supporto alle grandi Compagnie tecnologiche, colpiti dalla duplice problematica dell'esaurimento da lavoro, per chi ha mantenuto il posto, e dalla disperazione, per circa 6,6 milioni di lavoratori che hanno perso il lavoro dopo il lockdown.
Un drammatico incidente è avvenuto nella mattinata di Domenica 7 Febbraio nello Stato dell'Uttarakhand a nord dell'India. Dall'Himalaya, un pezzo di ghiacciaio, il Nanda Devi, si è staccato ed ha causato l'improvvisa esondazione del fiume Alaknanda. Nell'immediato sono state recuperate 9 vittime, ma i dispersi sono centinaia. Si teme siano morte almeno 100-150 persone, e sarebbero in gran parte operai della centrale idroelettrica presente nella zona.
In seguito al lockdown, un esodo di migranti verso le campagne ha diffuso il virus tramite 120 milioni di disoccupati rientrati a casa. Nelle zone rurali la situazione sanitaria è fragile. L'India ha investito solo l'uno per cento (1%) del PIL nelle infrastrutture ospedaliere e mediche. Nelle zone rurali sono evidenti i danni causati dalla carenza di macchinari e dalla scarsità di medicine, dai pochi medici e infermieri, oltre che dalle difficoltà di arrivare tempestivamente in città. Inoltre, molti contadini poveri si affidano ancora a guaritori e stregoni.
Il 26 Gennaio, nella giornata che celebrava la Festa della Repubblica e ricordava l'adozione della Costituzione del 1950, gli agricoltori indiani hanno assediato la capitale New Delhi. Cavalcando cavalli o guidando trattori, i contadini hanno smantellato le barricate della polizia, aprendosi la strada verso i palazzi del potere politico. I media locali riferiscono che Internet è stato sospeso in alcune parti della città su ordine del governo e della polizia.
La polizia, in tenuta anti-sommossa ha sparato gas lacrimogeni, ma ha dovuto fare marcia indietro di fronte alla determinazione dei manifestanti. Uomini, vecchi e giovani, donne e bambini, sono ormai da settimane accampati nelle strade, nel freddo pungente dell'inverno. Hanno messo da parte la paura del coronavirus e sono preparati a resistere per mesi. Il movimento è cominciato quando migliaia di contadini dei vicini Stati del Punjab e dell'Haryana sono partiti con i loro trattori verso la capitale.
L'abbattimento del sistema di salvaguardia dei prezzi, al di là dell'emergenza Covid, mette a rischio seriamente buona parte delle 895 milioni di persone che vivono della generosità della terra. Sono le disuguaglianze la patologia più acuta del malessere sociale. Secondo gli ultimi dati della FAO, in India solo l'1% degli agricoltori possiede appezzamenti che vanno oltre i dieci ettari di terra, per un'estensione totale pari al 13% della terra agricola, mentre un terzo della popolazione rurale indiana è sottoalimentata.
La rivoluzione ”verde”, introdotta negli anni Sessanta del secolo scorso, ha reso l'agricoltura più costosa e presidiata dai ricchi proprietari. Il governo attuale ha emanato tre decreti per favorire la compravendita fuori dai preesistenti circuiti controllati, liberalizzare al massimo ed eliminare ogni ostacolo che freni l'agire di chi ha enormi capitali da utilizzare.
I contadini del Punjab, del Haryana, dell'Uttar Pradesh, temono di tornare alla completa mercè dei mercanti, e ovunque protestano con blocchi stradali e manifestazioni represse brutalmente. I contadini indiani dicono che ”senza controlli si torna a catene peggiori di quelle esistenti al tempo della dominazione imperialistica inglese”.
Settimane di colloqui e una sentenza della Corte Suprema non sono bastate a rassicurare gli agricoltori, che anzi hanno intensificato le loro proteste. Gli scontri violenti hanno lasciato dietro di sé un morto e decine di feriti, ma gli agricoltori non ci stanno a subire passivamente dei provvedimenti che hanno come effetto di lunga durata quello di abbattere il sistema di salvaguardia dei prezzi agricoli. Un tema estremamente sensibile, in un Paese dove la popolazione rurale rappresenta ancora il 65% della popolazione totale.
Più di cinquecento organizzazioni di agricoltori di tutta l'India appoggiano le richieste dei manifestanti. La scintilla, che ha fatto scoppiare le proteste, è stata l'approvazione di tre nuove leggi sull'agricoltura, introdotte dal governo in piena pandemia da COVID-19, senza consultare le parti interessate, cioè gli agricoltori e i governi locali responsabili del settore agricolo secondo la Costituzione indiana.
A parere dei politici borghesi, le leggi emanate sono “vantaggiose per il settore agricolo: allentano le restrizioni sull'acquisto e la vendita di prodotti, rimuovono i vincoli sulle scorte e permettono il lavoro a contratto sulla base di accordi scritti”. Il Governo punta a creare ”un ecosistema in cui agricoltori e commercianti abbiano la libertà di scelta”.
Per gli agricoltori la realtà è ben diversa. La “modernizzazione”, portata da queste leggi, spiana la strada alla commercializzazione predatoria dell'agricoltura da parte di magnati borghesi con buoni agganci politici. Queste misure sono state l'ultima goccia per molti agricoltori, che negli ultimi anni hanno protestato con toni sempre più forti.
Finora il Governo si è occupato degli agricoltori come ha fatto con le altre proteste di lavoratori. All'inizio li ha ignorati, poi ha detto che erano stati manipolati dall'opposizione. Ha anche insinuato che gli agricoltori sono “antinazionali”, e di conseguenza “terroristi”, e ha usato ripetutamente la forza per reprimere le proteste. Ha scatenato i mezzi d'informazione e i “troll” dei social network, cercando di screditare le richieste dei contadini.
Il Presidente indiano, Narendra Modi, si è rifiutato di abolire le nuove leggi. Finora undici cicli di colloqui tra i sindacati agricoli e il governo non sono riusciti a sbloccare la situazione. Il Governo si è offerto di sospendere le leggi per 18 mesi, ma gli agricoltori affermano che non porranno fine alle loro proteste, se non dopo una completa abrogazione.
Circa la metà della forza-lavoro dell'India dipende dall'agricoltura, mentre i due terzi della popolazione totale dipendono dai redditi agricoli. Contro l'atteggiamento arrogante del Presidente Modi, la determinazione dei contadini e il sostegno di cui godono tra la gente, fanno pensare che stavolta le cose potrebbero cambiare veramente.
Da quando è entrato in vigore il lockdown per contenere la pandemia da COVID-19, molti Stati dell'Unione hanno deciso di portare la settimana di lavoro a 72 ore. La sospensione dell'ordinanza del diritto al lavoro in più Stati ha suscitato l'indignazione generale dei lavoratori.
Grandi regioni indiane hanno gettato alle ortiche le leggi che reggono le relazioni tra imprenditori e lavoratori.
La regione dell'Uttar Pradesh, governata da un monaco indù nazionalista, ha deciso di esentare tutte le imprese, fabbriche e negozi dall'applicazione del diritto del lavoro per i prossimi tre anni. L'urgenza della pandemia è utilizzata per attuare poteri arbitrari, per scardinare i diritti, sfruttare maggiormente i lavoratori e togliere loro la voce.
Il 26 Novembre scorso, si è tenuto in India uno sciopero nazionale contro le politiche neoliberiste del governo Modi. Allo sciopero hanno aderito 250 milioni di contadini. Hanno scioperato i lavoratori di quasi tutte le principali industrie indiane che producono acciaio, carbone, o che si occupano di telecomunicazioni, trasporti e porti. Anche gli studenti hanno partecipato alla giornata nazionale di lotta.
A Dicembre, dopo 4 mesi di salari non pagati, è esplosa la rivolta dei lavoratori nella fabbrica di i-phone a Narasapura, a circa 40 miglia da Bangalore, nel sud dell'India. La pandemia da COVID-19 si è diffusa dalle grandi città come New Delhi, Mumbai e altri centri urbani, alle zone rurali, dove l'assistenza sanitaria pubblica è scarsa o inesistente. Il governo borghese ha gestito la pandemia, dando priorità ai profitti delle grandi aziende e proteggendo i capitali dei miliardari, piuttosto che prestare attenzione alla salute e ai mezzi di sussistenza dei lavoratori.
E' necessario che venga estesa oltre i limiti imposti dalle burocrazie sindacali, la rete delle associazioni di lotta degli operai e dei contadini, oltre i raggruppamenti locali e nazionali, affinchè i proletari uniscano i loro sforzi, indirizzandoli verso il comune obiettivo dell'abbattimento del potere borghese.

Alternativa di Classe

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