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Rifondazione: prendere il potere senza cambiare il mondo

(23 Giugno 2006)

E’ ovvio che “prendere il potere” è un eufemismo, perché tutte le decisioni fondamentali passano sopra la testa degli esponenti di Rifondazione che, come “mosche cocchiere”, continuano a gridare “a sinistra!”, mentre il cocchio volta tranquillamente a destra.

“Via dall’Afghanistan!”, gridano in coro Russo Spena, Grassi, Malabarba, mentre D’Alema dichiara: “In Afghanistan non c'è una missione italiana, c'è una missione della Nato, un'alleanza che ci vincola tutti”. E aggiunge che sarà necessario incrementare le truppe. E il sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti: “Se la Nato aumenterà il proprio peso in Afghanistan è normale che Francia, Spagna, Germania e Italia saranno chiamate ad accrescere il proprio impegno. Noi, coerentemente, lo faremo”. A Washington, D’Alema promette alla Rice la permanenza di un gruppo di ufficiali in Iraq, con compiti d’addestramento.

Rifondazione si trova, quindi, di fronte ad una partita truccata, il cui risultato è già deciso.

Un altro esempio: la Nato ha mandato altre truppe italiane in Kossovo. Il primo contingente di cento soldati di un battaglione italiano è arrivato a Djakovica, mentre altri 400 soldati dovrebbero arrivare nei prossimi giorni. Il “pacifico” governo Prodi continua tranquillamente a mandare truppe in missione, proprio come Berlusconi. Chissà se ne hanno discusso con i ministri della sinistra “radicale”, o se anche loro l’hanno appreso come noi dalla stampa! Forse per le spedizioni Nato non si consultano neppure più i governi, c’è un “aggiornamento automatico” come nei computer”.

Peccato che i vari contingenti dei 39 paesi che sono in Kossovo, un paese non più grande dell’Abruzzo, non siano riusciti ad evitare la cacciata di 200mila serbi! Non dimentichiamo che in Kossovo c'è anche una grande base militare degli Stati Uniti. Chi proteggono, tutti questi militari? Non custodiscono delle persone, difendono degli interessi, rappresentati da vie di comunicazione strategiche, affari delle multinazionali, ecc.

Passando ad altri campi, il ministro Ferrero, dopo la sgridata di Prodi con telefonata internazionale ha dovuto fare precipitosamente marcia indietro e riconoscere che “la stanza del buco” non è nel programma di governo: “Non si tratta di una decisione del governo, ma di una mia opinione personale. E tale rimane”. Ha dichiarato anche che il programma dell'Unione è la “bussola” a cui attenersi.

“I lavoratori hanno già pagato abbastanza”, proclamano all’unisono le sinistre “radicali” ma Padoa Schioppa, imperterrito, promette lacrime e sangue. La borghesia non perde occasione per far sapere alle correnti piccolo borghesi della sinistra “radicale” chi effettivamente comanda.

Questa non è una critica a singole persone, ma ad un metodo, quello riformista, che si basa sulla collaborazione con la borghesia. Cinque anni fa, molti di questi dirigenti, che ora sono ai vertici di Rifondazione o al governo, erano con noi a Genova, nonostante le cariche e i gas. Ora sono ostaggi del governo. E’ tutta una catena: sono vincolati dalla disciplina di partito, il partito è vincolato dalla disciplina governativa, il governo è vincolato da mille discipline, verso Maastricht, la Banca europea, la Nato, gli Stati Uniti, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca mondiale, la Chiesa, la Confindustria. E’ una gigantesca rete d’interessi in cui il moscerino Rifondazione rimane intrappolato. E rete d’interessi è, appunto, un’appropriata definizione di una classe. La borghesia è una classe internazionale potentemente strutturata, anche se si verificano continuamente profonde fratture, che a volte si ricompongono e altre volte danno origine a guerre. Queste, talvolta, si realizzano tramite “interposto stato”: se l’Etiopia, ad esempio, interverrà militarmente in Somalia, possiamo essere certi che il mandante è l’America.

Periodicamente si forma nei partiti di sinistra l’illusione che esista una “stanza dei bottoni” - quanti credono ancora a questo “Eldorado”! - dalla quale si possono spostare i rapporti di forza tra le classi. La macchina dello stato, in realtà, è strutturata per agire esclusivamente nell’ambito delle compatibilità borghesi. Anche laddove il partito di sinistra non è minoritario come in Italia (I DS sono di sinistra solo per i benpensanti), ma potente e ben organizzato come in Brasile, non può far altro che ottenere qualche riforma, qualche modesta modernizzazione. In Italia, la presenza ingombrante del Vaticano impedisce persino quelle riforme, da capitalismo moderatamente avanzato, che hanno reso famoso Zapatero.

Anche i lavoratori potrebbero avere una rete d’interessi internazionali, rompere con la chiusura nell’ambito nazionale, o, peggio, locale, ma sarebbe necessario un partito di classe, anzi un’Internazionale, che lotti per relegare nel museo della storia lo stato borghese e sostituirlo con la repubblica dei consigli (o la Comune, se vi piace chiamarla così) - ma borghesia e opportunismo fanno di tutto per distoglierli da questo scopo. E’ ovvio che partito e Internazionale non s’improvvisano, non possono essere frutto di una decisione di un piccolo gruppo di benintenzionati, ma necessitano di un enorme lavoro preparatorio, politico, organizzativo e teorico.

Tornando al problema della guerra, molti pensano di avere un baluardo nell’articolo 11, ma sentiamone un’interpretazione ufficiale: il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel ricevere al Quirinale l'ammiraglio La Rosa e una delegazione della Marina Militare, ha dichiarato:

“La Marina militare italiana è impegnata in una molteplicità e varietà di missioni all'estero che richiedono un alto grado di specializzazione e professionalità e che sono rivolte a tutelare essenziali beni comuni dalla lotta contro il traffico di esseri umani dalla libertà di navigazione, dalla Protezione civile alla salvaguardia dell'ambiente. Si tratta di missioni militari ma non di guerra.

L'Italia ha bisogno dell'insieme delle forze armate al più alto livello di modernità ed efficienza per adempiere ai propri doveri di partecipazione alle organizzazioni internazionali che, come recita l'articolo 11 della Costituzione repubblicana, sono impegnate ad assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni”'.

Traffico d’esseri umani? Non si riferiva certo ai viaggi aerei targati CIA, con azioni illegali per prelevare persone sospettate di terrorismo, detenerle in prigioni segrete per interrogarle e affidarle a servizi di stati dove esiste la tortura. Salvaguardia dell’ambiente? Non parlava davvero delle tonnellate di uranio impoverito, del napalm, del tritolo, della diossina e simili cose gettate in Afghanistan, Iraq ed ex Jugoslavia.

L’articolo 11, secondo come lo si interpreta, può servire da salvacondotto per le più disparate operazioni. Rileggiamolo:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

E’ chiaro che i governi non ammetteranno mai, anche quando partecipano ad operazioni neocoloniali, di recare offesa alla libertà degli altri popoli, di lavorare per qualcosa che contrasti con la pace e la giustizia, e si serviranno delle indicazioni e delle decisioni degli organismi internazionali, che sono controllati dalle potenze, per imporre al proprio popolo avventure dove le esigenze del capitale richiedono. Si può anche far leva sull’articolo 11, come gli avvocati si servono degli articoli del codice, per smascherare i militaristi, ma è solo uno dei tanti strumenti, e non certo il più efficace.

Non staremo a piangere su Rifondazione, che da “cuore dell’opposizione” si è trasformata in coda del governo Prodi. Una piccola navicella, con timonieri confusi, non può resistere a lungo nel maelstrom dei contrasti internazionali. Era una voce critica, più per le sue minoranze che per la linea ufficiale, ma non avremo neanche più quella. Diventerà un partito come gli altri.

Alcuni suoi esponenti continuano a protestare: Malabarba, sulla mozione riguardante la missione in Afghanistan: “O quella mozione stabilisce una netta discontinuità con la politica estera del governo Berlusconi oppure voteremo contro come abbiamo sempre fatto. Un documento generico che suggerisse magari un disimpegno futuro sarebbe solo una foglia di fico per la continuazione invariata di quella missione. Per il ritiro ci vogliono tempi certi”. E la fiducia? “E' un ricatto, al quale magari sarebbe difficile sottrarsi ma che certificherebbe l'avvio di una crisi di governo e darebbe ancora più peso alle sirene neocentriste e di larghe intese che già mi sembrano abbondantemente all'opera”.

E Cannavò: “Credo che non sia possibile dare l’assenso a questa missione anche se questa posizione deve conciliarsi con l’indisponibilità a provocare la crisi di governo e il ritorno delle destre. Ma questa quadratura del cerchio deve realizzarla Prodi, non può essere scaricata su chi del no alla guerra “senza se e senza ma” ha fatto non solo una bandiera ma una vera e propria identità”.

Un eventuale voto contrario di questi esponenti potrà anche tranquillizzare la loro coscienza, ma non avrà effetti pratici, non solo perché dal Polo e dai senatori a vita giungeranno voti per compensare i dissidenti, ma, soprattutto, perché questi ultimi continueranno a rimanere tranquillamente nella maggioranza. E un governo, che rifiuta la guerra in Iraq perché è fatta dagli Stati Uniti con la coalizione dei volenterosi, ma l’accetta in Afghanistan perché fatta dalla Nato, non merita alcun appoggio.

Un tipico esponente della commedia all’italiana, Oliviero Diliberto, ha chiesto a Prodi di far votare la fiducia sul provvedimento, perché così il Pdci si troverebbe costretto a votarlo. “Legami, così non scappo!”. E’ talmente “contrario” al provvedimento che vuole togliersi ogni libertà di votare contro. Non è masochismo, è soltanto fumo per confondere gli elettori.

La votazione contro il rifinanziamento della spedizione afgana è l’ultima possibilità di una ribellione individuale o di pochi – che può avere la sua importanza - ma avrà valore solo se porterà ad una rottura col governo Prodi, e si rivolgerà direttamente ai lavoratori, chiedendo loro di iniziare una lotta radicale contro il militarismo, nella migliore tradizione di classe.

Chi voterà il provvedimento si troverà inevitabilmente dall’altra parte della barricata, quella dell’avversario di classe. Non conterà più avere condotto grandi lotte nel passato, avere dimostrato abnegazione e generosità nel perseguire gli interessi dei lavoratori. Compagni ieri, avversari domani. Non cambieranno le cose i dubbi, le crisi di coscienza, le riserve mentali, la convinzione assurda di potervi porre rimedio col tempo.

Votare per il mantenimento delle truppe in Afghanistan, è tradire i lavoratori, soprattutto perché i ministri della Difesa della Nato hanno deciso che l´impegno delle truppe Nato aumenterà e si sposterà nel sud dell’Afghanistan, dove sostituiranno in parte i reparti statunitensi. Il contingente Nato aumenterà dagli attuali 9700 a circa 16mila uomini. Ma si afferma che dovrebbe arrivare a ben 25mila soldati verso Natale.

Votare il finanziamento non è un semplice compromesso per guadagnare tempo, una pausa per preparare una “exit strategy” anche da Kabul, come sembra pensare il segretario del Prc Giordano. Vuol dire mandare uomini a combattere, ad uccidere o a morire, sotto il comando Nato, per difendere un parlamento largamente dominato dai “signori della guerra” trafficanti di oppio (e chi li denuncia rischia la vita), per un’impresa coloniale che avrà come risultato di ridare ai talebani una credibilità, e di ritrovare l’appoggio delle popolazioni. Un tempo, il colonialismo suscitava la risposta di movimenti nazionalrivoluzionari, oggi la situazione è talmente reazionaria, che il nuovo colonialismo suscita spesso reazioni sanfediste.

Il capitalismo nascente dà origine a rivoluzioni molto radicali, anche se borghesi. Il capitalismo imperialistico e parassitario della nostra epoca non può offrire altro che soluzioni controrivoluzionarie, finché i lavoratori non si decideranno a stabilire profondi legami politici e organizzativi internazionali, per affrontarlo e batterlo.

19 giugno 2006

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