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Sulle spiegazioni di Menapace sul voto per la guerra

(7 Agosto 2006)

Credo che sia sempre più vergognoso (nonché penoso) il tentativo giustificazionista di chi, proveniendo dalle fila del movimento pacifista definendosi 'nonviolento', quale si è sempre detta Menapace, ha poi votato una politica di guerra, che nella fattispecie riguarda l'Afghanistan, teatro bellico sempre più violento e che coinvolge sempre più frequentemente la missione ISAF (solo in questi giorni sono stati uccisi in conflitto una decina di militari occupanti della NATO) che ha assunto il ruolo di corpo di combattimento (lo chiamano 'antiterrorismo', tanto per cambiare e non essere monotoni) sul campo laddove l'esercito USA aveva bisogno di dismpegnarsi per andare in soccorso delle fatiscenti truppe irakene, continuamente sotto il tiro della resistenza in Iraq, paese distrutto dalla guerra voluta da Bush e sostenuta da più parti (e non sufficientemente contrastata [dove sono gli atti per il ritiro immediato delle nostre truppe da quel paese?] dal nuovo governo Prodi).

Nascondersi poi, come fa Menapace, dietro il dito del 'mutamento' nella politica estera esposta del ministro Parisi che avrebbe disegnato un concetto di difesa 'molto politico e non esclusivamernte militare' è veramente strabiliante. Se si parla di 'politica di difesa', infatti, si deve intendere qualcosa che ha a che fare con la protezione della popolazione e del territorio nazionale da catastrofi o aggressioni che dall'esterno mettono in pericolo l'integrità e la pace vigente tra quella popolazione e quel territorio. Ma, fino a prova contraria, la missione votata da Menapace e da tutti i 'pacifinti' dell'ultima ora si svolge in territorio straniero per l'esercito italiano e non certo con compiti di difesa di qualche operatore umanitario (come ha ben ricordato Strada proprio sbugiardando il ministro Parisi, le sue pseudogiustificazioni, e quindi tutto l'impianto politico a cui si rifà Menapace per 'motivare' il suo voto favorevole ad un'azione di guerra [che fine ha fatto la 'nonviolenza'?] per sostenere una 'politica di pace').

Moltissime sono le incongruenze del discorso di Menapace, ma ciò che non è accettabile, mai, e che si voglia far credere che con un atto di guerra si possa perseguire un fine di pace. Non è così! Non lo è mai stato! La storia è lì a mostrarcelo, tutti i giorni! E che sia una donna che per tanto tempo ha sostenuto l'esatto contrario a cercare di farcelo credere è veramente triste e avvilente. Se c'è un modo, infatti, per togliere alle persone non militanti di un movimento la speranza di poter ottenere qualche risultato positivo con la prorpria, individuale, assunzione di responsabilità partecipativa nelle grandi scelte di un popolo e di un paese è proprio quello di rendere vana quella partecipazione usandola per un fine opposto a quello per cui si era prodotta.

Come ho già detto in un'altra occasione, commentando un altro scritto di alcune personalità provenienti dal movimento ed oggi strettamente legate al carro del governo Prodi, ci si avvita nel politicismo, nel bizantinismo concettuale e nei 'giri di parole' avvalendosi di strumenti retorici assolutamente affascinanti in poesia, ma del tutto fuori luogo ed ingannevoli in politica e nelle scelte concrete che questa comporta.

Molto più dignitoso, ancorché non condivisibile, sarebbe la sincera e moralmente onesta, nonché concettualmente e linguisticamente più chiara, affermazione che tutto ormai si deve piegare alla necessità di non far cadere il governo Prodi, costi quel che costi: la coerenza, i principi, l'onestà politica, la moralità, l'umanità, tutto si sacrifica sull'altare del governo, anche quando non si differenzi quasi in nulla da quello di centro-destra pur autodefinendosi di centro-sinistra.

Brunello Fogagnoli
del Colettivo Comunista 'B. Brecht' del Veneto Orientale

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