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(20 Agosto 2010) Enzo Apicella
L'esercito usa si ritira dall'Iraq

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costruiamo un arete redazionale per il pane e le rose Libera TV

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(Iraq occupato)

BAGHDAD

tre articoli di Fulvio Grimaldi

(6 Ottobre 2002)

Quello che pubblichiamo di seguito è un reportage in tre parti effettuato in Irak nella seconda metà di settembre 2002 da Fulvio Grimaldi, inviato sul posto dal quotidiano "Liberazione". Non ci sembra di avere letto queste righe sul quotidiano del PRC; le proponiamo comunque ai nostri naviganti. 

arcipelago

BAGHDAD
 
L’unica manifestazione collettiva di giubilo che io ho visto a Baghdad all’annuncio dell’incondizionata accettazione degli ispettori Onu è quella nel ciclopico palazzo dei congressi. Era in corso l’ottava sessione della Conferenza Internazionale di Baghdad, un evento che da anni accoglie politici ed intellettuali in solidarietà con il popolo iracheno e contro l’embargo. I 300 delegati di un centinaio di paesi sono balzati in piedi all’inatteso annuncio fatto da Tereq Aziz. «Ritorno degli ispettori senza condizioni» liquida tutti gli alibi dietro i quali si copriva Bush.
 
Nessuno di coloro che al convegno, nelle sfere istituzionali, o per strada abbiano sondato sulle prospettive aperte dall’iniziativa irachena, s’è detto però anche solo un po’ fiducioso in una frenata della macchina da guerra Usa. Anche perché‚ nessuno, che venisse da Francia o Malaysia, da Germania o Cuba, da Russia o Brasile, da Sudafrica o Italia, pareva nutrire dubbi sulle vere intenzioni statunitensi. «Non di ispezioni si tratta per gli americani, malati di irresponsabile unilateralismo», aveva sintetizzato il senatore della Margherita Gian Guido Folloni, ministro per i rapporti col Parlamento nel primo governo D’Alema e oggi presidente dell’Istituto Italiano per l’Asia, «ma di modifica totale dell’assetto geostrategico dell’area». E padre Jean-Marie Benjamin, il francescano francese di Assisi, un prete che più di tutti si è speso nella denuncia degli orrori dell’embargo genocida, con un’espressione tra il furibondo e il desolato aveva aggiunto: «La disintegrazione dell’Iraq è solo l’obiettivo di Bush».

Non meno pessimista Wissam Sleiman, segretario esecutivo della potente Associazione degli Studenti non Allineati, un organismo che riunisce giovani di tutti i continenti. «Non cambierà‚ niente, se non il sostegno popolare per l’Iraq, che crescerà. Figuriamoci se il governo Bush si fermerà, ora che la macchina da guerra è a pieni giri».
 
Un colpo di fortuna e un antico rapporto di interviste ci fa avvicinare a Tariq Aziz mentre si congratula, in una pausa della conferenza, con i parlamentari del centrosinistra Folloni e Simoni per i loro interventi a sostegno della pace e del riconoscimento della sincerità del governo iracheno. Sarà per protocollo diplomatico che il protagonista di tutte le vicende internazionali dell’Iraq da almeno 25 anni non si inserisce nell’orizzonte delle fosche previsioni tratteggiate da tutti gli altri. «Non mi faccio molte illusioni su Washington» esordisce colui che è certamente il consigliere più ascoltato di Saddam, «alla luce di quello che stanno combinando in mezzo mondo e di ciò che permettono ai loro alleati israeliani. Piuttosto penso agli europei. Sono loro che hanno più da perdere dal rullo compressore americano e più da guadagnare da un mondo arabo ormai fortemente unito e a fianco dell’Iraq, con poche eccezioni. Personalmente è da sempre che cerco il dialogo con gli europei. Purtroppo in tempi recenti molte porte si erano chiuse. Spero che la nostra, davvero generosissima iniziativa le riapra. L’unica risposta all’aggressività‚ americana dovrebbe essere un blocco di pace euro-arabo-asiatico».

Chiediamo al vice primo ministro quale fosse l’obiettivo vero dell’offerta irachena, visto che nessuno crede che possa scongiurare il programmato sconvolgimento della regione con la guerra globale americana. «Abbiamo smascherato definitivamente il pretesto per lanciare l’aggressione: le armi di distruzione di massa che tutti sapevano non esistere. Gli Usa non pensavano che potessimo adottare una decisione così coraggiosa e dichiararci disponibili al ritorno incondizionato di ispettori che hanno menato il can per l’aia per tanti anni e a collaborare con l’Onu e il suo segretario generale. Forse non lo credeva neppure l’opinione pubblica mondiale, specie quel settore che, influenzato dai media statunitensi, insiste a sospettarci, quando addirittura l’agenzia atomica (Aiea) e Hans Blix, un uomo da sempre a noi ostile e che dovrebbe guidare le nuove ispezioni, ci hanno esonerato. Abbiamo messo un bastone tra le ruote di un mostruoso meccanismo di morte e distruzione e penso che i popoli amanti della pace lo riconosceranno. Oggi nel mondo c’è forse un nuovo rapporto di forze, almeno sul piano politico e etico». Provo ad obiettare pensando alla nostra opinione pubblica. «Qualcuno potrebbe pensare a mosse tattiche, dilatorie». «Non è nella nostra indole, né della classe dirigente, né del nostro popolo optare per tattiche e manovre quando sono in gioco questioni fondamentali, di principio - mi risponde secco Aziz -. Qui stiamo perdendo le garanzie del diritto internazionale, della sovranità e, soprattutto, della pace mondiale. Gli Usa lo sanno ed è per questo che sono rimasti scioccati dal nostro annuncio e hanno reagito in modo furibondo, inconsulto, controproducente. Per un minimo di credibilità‚ ora dovrebbero venire a vedere: da noi non c’è più da anni l’ombra di armi di distruzioni di massa, né dei loro mezzi di produzione, né degli stabilimenti. Provino ora a trovare la scusa per fare dell’Iraq un nuovo Afghanistan. Agli Usa interessa solo una cosa: il petrolio, ovunque si trovi. Ma quello iracheno non lo avranno, anche se installassero qui un regime di venduti. Si ricordino che per quasi un secolo le rivolte contro il colonialismo inglese sono state ininterrotte, fino alla liberazione.».

Scendendo in strada, passiamo davanti a televisori che mostrano sfilate ed esercitazioni della milizia popolare. Avevamo visto personalmente anche qualche movimento di reclute, davvero male in arnese per armi ed equipaggiamento. L’Iraq minaccia militare non esiste. «Esiste» - dicono i ragazzi negli internet-café‚ nel centro della città - la determinazione di ogni iracheno di non tornare colonia. E a Baghdad sarà‚ dura, anche per i marines». Atomica a parte.

Fulvio Grimaldi



 
Baghdad.

Gli USA insistono ad annunciare – ONU o non ONU – la soluzione finale per l’Iraq gia’ negli spasmi dell’agonia. Sharon la sta portando a termine nei confronti di Arafat e del suo popolo, kamikaze o non kamikaze.

Dal Marocco all’Iran popoli e governi si aspettano uno sconvolgimento epocale. Ogni giorno che passa il rombo dell’uragano in arrivo si fa piu’ assordante. Tremano le vene a centinaia di milioni di uomini e donne. Fuorche’, a quanto appare, agli iracheni.

Come se niente fosse, incomincia il Festival di Babilonia e Baghdad assume la sua aria piu’ festosa e cosmopolita, quella che della citta’ fondata dagli Abasidi nel 762, governata poi dal mitico Harun el Rashid per la gloria del califfato, nel X secolo fu del mondo la metropoli piu’ illustre per scienze, arti, studi, mercati, convivenza civile.

Da anni il Festival di Babilonia cerca di evocare i fulgori di quei tempi con quello che molti considerano il piu’ grande evento artistico del Medio Oriente. Oggi gruppi arabi, europei ( anche gli italiani dell’Accademia Nazionale di Danza), asiatici, latinoamericani, africani, che macchiettano di colori e suoni la citta’, danno una mano alla disperata ricerca di normalita’ di un popolo sull’orlo dell’abisso.

E’ giorno di festa. Borgatari di Saddam City, poveri, o del tutto miserabili, la risacca dell’embargo, si riprendono le grandi arterie del centro. Arrivano con scarcassoni a 4 o 2 ruote, carretti, carrelli, fagottoni in spalla e lastricano di cianfrusaglie i marciapiedi del lato a 40 gradi (quello opposto, al sole, vibra di 50). Incrociano le gambe all’ ombra delle grandi architetture pubbliche in cui una scuola rinomata nel mondo ha fuso stilemi da mille e una notte con la modernita’. Architetture sontuose che stridono con i rottami e rifiuti tornati a essere merce, esposti ai loro piedi. Una fiera dei piu’ fantasiosi tentativi di sopravvivenza, espressi da una storia che vanta 6000 anni di civilta’, la madre di tutte le scritture, leggi, musiche, matematiche, organizzazioni sociali, agricolture, giardini.

E’ un esercito di straccioni che, con la sua forza di vivere, sfotte le piu’ potenti armate di tutti i tempi, queste si’ chimiche, biologiche e nucleari. Nessuno qui si fa illusioni , ne’ su un ripensamento del « pazzo criminale » Bush e bancarottieri bombaroli associati, ne’ su un intervento alternativo dell’ONU. Ma nessuno lo da ad intendere. Si vive come se nulla fosse successo e nulla dovesse succedere.

Sui fogli di giornale stesi sul selciato un papa’ accoccolato, con due bimbetti denutriti ma pulitissimi ronzanti attorno, offre una bambola senza testa, una testa di bambola senza occhi, un telefono crepato, un paio di prese, un mazzo di fiori di plastica, due fazzoletti, mezza dozzina di biro, qualche posata: frammenti di una vicenda famigliare in rovina.  Lo Stato assicura a tutti 2300 calorie al giorno, con un sistema distributivo che la FAO ha giudicato tra i piu’ efficienti e onesti del mondo (Jutta Burckhardt, 13 agosto 2000). Ma la giacca nuova? La riparazione del televisore ? Le tegole per il tetto sfondato? Il pranzo del giorno di festa ? Il viaggio dai nipoti al Sud ? Lo zainetto scolastico ?

Eppure, da quando 18 mesi fa venni con Ramsey Clark, il cambiamento e’ visibile e forte. Ai bus scassati, residuati pre-guerra con l’Iran e con l’alleanza occidentale, si affiancano lucidissimi mezzi pubblici giapponesi (il trasporto pubblico costa 5 vecchie lire, la benzina 20, sanita’ e istruzione, pur falcidiate dall’embargo, restanmo pubbliche e gratuite). Si smanetta in massa nei nuovi centri internet, nuove piazze con nuove palme, nuove fontane e nuovi Saddam occhieggiano agli incroci, i negozi sono pieni di merce, i tabelloni dello stadio, gia’ a pennarello,. sono tornati elettronici  e guardano su decine di migliaia di tifosi. Perfino l’immenso mercato di Saddam City, borgata di 2 milioni di poveri – molti i profughi sciiti dal Sud bombardato e uranizzato – trabocca di frutta, verdura, polli, spezie.

Ci sono piu’ mendicanti tra la Stazione Termini e Ponte Sisto che in tutta Baghdad. Poco tempo fa, uscendo dall’albergo, potevi trovarti attorniato da ragazzini con una dozzina di chewing gum. Oggi no. E’ che non c’e’ piu’ soltanto il canale del contrabbando curdo dalla Turchia, pesantemente taglieggiato dai boss del Nord, che faceva sgocciolare qualcosa anche verso il resto del paese, dando un po’ di lavoro in uno Stato che vanta l’80 per cento di disoccupazione e lavori di giornata nel settore privato e il 58% in quello pubblico,  gonfiando le tasche di borsaneristi e offrendo qualche consumo a pochi privilegiati.

L’embargo, anche se chiamato ora “intelligente”, lo impongono ancora gli angloamericani – da cui la catastrofica carenza di farmaci e parti per le infrastrutture di ogni tipo, tutte di origine occidentale – molto meno russi e asiatici, per niente i paesi vicini. Accordi bilaterali e linee di volo civile sono stati realizzati con la Giordania, ma anche con avversari storici come Siria e Iran che, insieme all’Arabia Saudita, sentono l’alito di fiele dell’ aggressore americano, « questo sanguinario colonialismo di ritorno », come dice Tariq Aziz, « che ha in Sharon il suo nevrotico tamburino ».

Si ritrovano accomunati dunque all’Iraq per la comune sopravvivenza e se gli scambi danno forza alle rispettive economie, cio’ dovrebbe – si calcola – ricostruire  un’ interlocuzione interessante per un’Europa ansiosa di rientrare nel gioco mediorientale da cui l’egemonismo statunitense l’ha estromessa fin dalla Guerra del Golfo. Il disegno opposto essendo quello della destra israelo-americana centrato sulla mezzaluna neocoloniale dal Marocco, attraverso la Turchia, alle repubbliche asiatiche, che Sharon dichiarava essere suo obiettivo fin dagli anni ’80 e che il noto Edward Luttwack, consigliere dinamitardo della Casa Bianca, ha recentemente rilanciato.

Cosi’ sull’Iraq si abbatte il nuovo medioevo dell’assedio per fame, sete e peste. Inglesi e americani nel Comitato Sanzioni dell’ONU usano sistematicamente il veto per annullare o ritardare l’attuazione di contratti conclusi con paesi fornitori nell’ambito dell’accordo-capestro “petrolio per cibo”. La scusa e’ spesso il dual use, uso duplice, per cui si afferma che un vaccino bovino, o un pesticida puo’ servire a fabbricare armi chimiche e una chiave inglese puo’ anche avvitare un detonatore nucleare. In questo modo sono stati bloccati o sospesi al 19 maggio 2002 ben 2.512 contratti per 7 miliardi e 848 milioni di dollari.

Nel solo settore sanitario l’Iraq ha potuto acquistare beni per appena 1 miliardo e 300 milioni sui 4 miliardi che gli spettavano dalle vendite di petrolio.

Ancora peggio per l’ agricoltura : 721 milioni spesi su 2 miliardi e 946 milioni spendibili. Con il risultato che la produzione agricola e’ calata del 65% rispetto al 1990. E qui hanno inciso anche la negazione dei pezzi di ricambio per i mezzi meccanici  e la, sicuramente non innocente, costruzione in Turchia di una serie di dighe sui due fiumi mesopotamici che ne hanno ridotto la portata di quasi un terzo, strappando alla colltivazione alcune centinaia di migliaia di ettari. Il quartiere di Al Mustanseria e’ il piu’ antico di Baghdad. E’ sdraiato sulle due rive di un Tigri le cui banchine sono sempre piu’ alte e il cui corso e’ ostacolato da nuovi isolotti che sorgono dalle acque.

L’entusiasmo innovatore e costruttore del governo non pare riservare spazi alla saalvaguardia di questo tesoro. L’Unesco potrebbe dichiararlo “patrimonio dell’umanita’” e finanziarne il restauro, come fa all’Avana. Sara’ perche’ queste case a due piani che stringono vicoletti fognati a cielo aperto, con i loro balconi sporgenti e vestiti di grate a legni intrecciati, sopra portali a ogiva con bassorilievi dei tempi crociati, ricordano troppe dominazioni straniere, oggi tornate a incombere. E’ un peccato, anche perche ’ gli abitanti, poveri ma consapevoli, si rifiutano di andare a vivere nei nuovi palazzoni, pur dignitosi, che si allineano subito a ridosso del quartiere antico, in una specie di metafisica scenografia moresco-dechirichiana.

Frugoletti, saltellanti tra mattoni millenari per raggiungere l’altezza dell’obiettivo e far sapere da qualche parte che esistono anche loro, anziani austeri, ma sorridenti fino all’affettuosita’, in jallabia bianca o velo nero scita, ci accompagnano nel trapasso da pozze di liquami a cortiletti colonnati. Dove magari ci accoglie un café’ nascosto, sotto stuoie lacerate da venti secolari, con panche impagliate in passati immemorabili e tavolacci di legno nero su cui si abbattono le carte di baffuti giocatori a una specie di scala quaranta. No, il ciai, il te’, ve lo offriamo noi, guai ! Sempre e ovunque cosi’.

E, fuori, il pane che fotografiamo mentre lo sfornano da un antro in fiamme ci ustiona le dita, ma non puo’ assolutamente essere pagato. In tutto il quartiere un  campo elettromagnetico di cordialita’. Cordialita’ per noi, di un paese che ha contribuito a bombardarli, affamarli, diffamarli. Raje ha dieci anni e parlicchia inglese come tutti qui. Serio e silenzioso, sorridente, ci indica una direzione, ma poi ci accompagna lasciando giochi e compagni. Ci guida per vicoli e slarghi, lontano, fino alla Posta, per i francobolli. A titolo di grazie gli offriamo qualcosa, che so, per un gelato. Risoluto rifiuta, con la mano sul cuore. Va via, si volta e ci saluta da lontano con le dita a V. Nel mio video avra’ un posto d’onore.

Da li’ alla centrale via del commercio, Shara Sadoon, saranno un paio di chilometri e almeno dodici ritratti del Rais : in piedi, seduto, in divisa, in doppiopetto, con il fucile, con dei fiori, solenne, gioviale, spesso con alle spalle simboli sumerici e assirobabilonesi. Da sempre questo gruppo dirigente indirizza la memoria del popolo al passato remoto, pagano, oltre quello islamico. Probabilmente una strategica spinta alla laicita’. Ma di laicita’ parla anche questo mercato della festa araba. Accanto a tortore, pesci, tartarughine, galli o conigli, sono esposti per la prima volta cagnetti. Non da guardia o attacco, da amicizia e affetto. Cani che, per anacronistici retaggi religioso-igienisti, in tutto il mondo islamico sono considerati impuri. Non si prega nella casa dove c’e’ un cane. Un tempo i cani arrivavano a Baghdad di notte, dal deserto, randagi, a rovistare tra i rifiuti.

Anche la scoperta di un nuovo compagno di vita e di amore, diverso, molto diverso, e’ un segno di laicita’. Migliore dell’altro.   




 
Baghdad.

Il giovedi’ qui e’ la baraonda. E’ il giorno in cui la gente preferisce sposarsi e lo Stato regala a tutte le coppie la notte di nozze gratis in un bell’albergo. Cosi’, negli alberghi di Baghdad, e’ tutto un cozzo di mondi: algerine in fuseau e corpetto, qui per esibirsi in danze e canti a Babilonia, che si mescolano ai bianco-neri di spose e sposi, nonche’ a fruscianti donne-tenda in nero di passaggio dall’Iran per pellegrinare verso le citta’ sante scite, Najaf e Kerbala, quelle di Ali, genero di Maometto e rinnegato per i sunniti. E, di notte, nei giardini e sulle piste da ballo ad attirare i sensi dei maschi locali sono piuttosto le piroette ventrali di ragazzine armene assai scostumate (nel senso di costumi ridotti a quattro laccetti sulla schiena e jeans verniciati sulla pelle), piuttosto che i tamburi e le trombe che accompagnano il solenne incedere delle spose allestite come ballerine da carillon. 90 km piu’ a sud, il Festival di Babilonia che si svolge sul filo del rasoio costituito dal limite della zona proclamata dagli anglo-americani di non volo, ma che ormai e’ quotidianamente violata, anche se a rischio di gran begli schianti, i bombaroli provenienti dal Kuwait fanno da campanella dell’intervallo. I raid, a partire dal primo giorno del Festival, sono tornati a essere quotidiani e prediligono l’ora del tramonto, quando tra i merli delle mura babilonesi partono le luci degli spettacoli. Attimi di sospensione, poi tutto riprende come se nulla fosse. Le bombe, di solito, cadono piu’ lontane, tra Najaf e Bassora, a punire gli “amici” sciti che ancora non si accingono a rovesciare il regime (succede lo stesso con gli “amici” curdi al nord). Ora l’Iraq ha chiesto al Consiglio di Sicurezza, non solo di respingere la risoluzione voluta dai teppisti di Washington, che intenderebbe affiancare agli ispettori brigate corazzate a stelle e striscie, ma anche di porre un freno a queste incursioni del tutto illegali.
 
Intanto al nuovo dossier-burletta (definizione di Ivanov) di Blair, qui si e’ reagito imbarcando tutti i giornalisti britannici, compreso un portoghese italiano, e facendogli fare il giro dei siti incriminati. Il piu’ minaccioso e’ risultato uno stabilimento dove si fabbricano propellenti per pistole o cannoni. Altrove abbiamo visto detersivi e farmaci. Ovviamente nulla vieta che li si facciano fuori, come nel 1998 a Khartum la famosa fabbrica di “armi chimiche”, andata in fumo con tutti i suoi farmaci anti-Aids e antibiotici e con una trentina di addetti ai lavori. In ogni caso, a dispetto della gran solidarieta’ che l’Iraq va raccogliendo in tutto il mondo e che ne ha fatto l’”Anti-USA” per eccellenza, tutti sentono avvicinarsi l’uragano. Ne e’ convinto anche Shamel al Hadithy, direttore generale del Ministero degli esteri, che ci ha detto:”Gli USA attaccheranno, non c’e’ dubbio. E presto, per impedire un’ulteriore crescita del fronte di pace. Sono pronti in Kuwait e negli Emirati. Sara’ un attacco di sorpresa. Non aspetteranno novembre o gennaio. Hanno bisogno di mettere tutti davanti al fatto compiuto. Ora provano solo di far passare quella loro risoluzione che vorrebbe offrire agli ispettori i pretesti per dire che creiamo intralci, magari perche’ ci opponiamo che mettano il naso sotto il letto del presidente, o perche’ “troveranno” una bustina piena del loro antrace. Noi comunque vogliamo che vengano e subito. Li aspettiamo per meta’ ottobre e li lasceremo andare dove vogliono, anche se gli staremo addosso per controllare che non facciano come l’altra volta, prima che fossero ritirati su ordine USA per i bombardamenti del dicembre ’98, quando spiavano e seminavano nei campi coltivati larve di  locuste”.
 
C’e’ una specie di orgogliosa rassegnazione tra gli iracheni di ogni tipo e livello. Sentono che il loro sacrificio attuale e l’eventuale catastrofe futura gli fara’ adempiere al ruolo storico di cartina di tornasole della ferocia colonialista americana, a vantaggio di una definitive presa di coscienza planetaria. Come quei bambini di Andesen che incrinarono tutte le monarchie gridando “il re e’ nudo”. Mi dice Maruan, operaio della raffineria di Baghdad (nata nel 1954, quasi archeologia industriale, colpita 12 volte, riparata con lo sputo, carburante per un terzo dell’Iraq, pane per 1800 operai), sul suo ruolo di bersaglio perenne:”Non ci pensiamo. Non pensiamo neanche al giorno dopo. Viviamo come se fossimo invulnerabili e tutto fosse normale. Senno’, forse, usciremo matti. E siamo anche contenti di sfidare con la nostra tranquillita’ la ferocia degli ameericani”. Non male come antidoto al panico. Intanto, con ieri, siamo arrivati a 15.889 incursioni aeree dal 17 dicembre ‘98
 
La pensano cosi’ anche i giovani americani di “Voices in the Wilderness”, arrivati qui con il loro “Peace Team”, con 40.000 dollari in medicine e la promessa che presto, “prima e durante l’attacco ne arriveranno ancora mille e molti altri da tutto il mondo”, a fare da scudi umani. E’ quello che ci inventammo noi, col “Ponte per…” nel febbraio del 1998, quando solo un andarivieni di Kofi Annan svento’ l’attacco, anzi, lo rinvio’ a dicembre. E avemmo la solidarieta’ di Denis Halliday, rappresentante ONU, poi dimessosi nel clamore delle sue denunce contro l’embargo genocida. C’eravamo anche noi all’ospedale pediatrico Al Mansur e c’era Kenneth Kaunda, il padre della patria dello Zambia, uno dei grandi della liberazione africana, in procinto di partire per un giro africano a mobilitare governi e genti contro la guerra: “Una guerra”, dice, “che, dopo i palestinesi, intende mettere in ginocchio tutte le forze che si oppongono ai progetti strategici USA di controllo dei territori, delle vie di comunicazione, delle risorse petrolifere. I popoli hanno conosciuto il colonialismo e se ne sono liberati. Ci riusciranno di nuovo”.
 
Il Festival di Babilonia e’ invece cio’ di cui tutti parlano e s’inorgogliscono. Finisce il 2 ottobre e ospita rappresentanze di 46 paesi, un  record. Grande evento culturale del mondo arabo da 12 anni a questa parte, non e’ stato sospeso nemmeno nell’anno della guerra e neppure per la spaventosa devastazione delle sanzioni, quando l’Iraq, prima dell’autarchica e parzialissima, ma significativa ripresa di questi due anni, era stato ridotto, come pronosticato dal segretario di Stato Baker, “all’epoca preindustriale”.
 
E’ inesorabile, pare, la marcia della piu’ terribile macchina da guerra conosciuta da questa regione. Con tanto di armi nucleari minacciate e chimico-biologiche detenute dal nemico. Ma con questo Festival, come con tutte le sue manifestazioni di vita e di lavoro, questo popolo afferma cocciutamente il suo diritto alla normalita’. La sua volonta’ di coraggio. Coraggio che non e’ certo sostenuto dai mitra arrugginiti con i calci scorticati che spuntano tra guardie del corpo che fanno finta di proteggere il tuffo nella folla del vicepresidente Taha Yassin Ramadan, a due metri da me e da chiunque volesse tirargli una coltellata, mentre arriva per aprire il Festival.
 
Una grande palla di fuoco era la luna piena sugli spalti delle millenarie mura di Babilonia. Tutto parte dalla Porta di Ishtar – dea della vittoria – rifatta dagli archeologi sui resti della metropoli neobabilonese del primo millennio a.C., celebrata da Strabone e altri storici greci e amata da Alessandro Magno per le sue meraviglie ingenieristiche, dai giardini pendenti alle irrigazioni e fontane al decimo piano di palazzi mastodontici. Da qui partono per il grande anfiteatro i vari gruppi nazionali lungo la strada delle processioni, gia’ lastricata con un asfalto che dovette poi attendere qualche millennio per essere reinventato. Ma prima, all’ombra di quella porta-simbolo di una civilta’ che al mondo regalo’ ruota, diritto, scrittura, note musicali, la citta’, una danza di guerrieri sumeri aveva congiunto storia remotissima e embargo attuale. Lance e archi, un gonnellino azzurro, vasti occhi neri addosso a cento corpi magri, piu’ minuti del dovuto  (l’altezza dei neonati iracheni e’ diminuita di 2,5 centimetri, il peso di 400 grammi). Sono figli di contadini, ragazzi delle superiori di Hilla, come si chiama oggi il paesone agricolo in cui si e’ ristretta Babilonia. Sono tutti indistintamente denutriti da embargo i nipoti di Hammurabi, il primo legislatore, di Nabuccodonosor, il conquistatore, di Harun el Rashid, il califfo delle bellezze e dei piaceri. Ti sorridono quando li inquadri nella telecamera, strizzano l’occhio. Ma le loro ossa in vista, i loro occhi grandi fanno rabbrividire.
 
All’ospedale pediatrico di Al Mansur un loro fratellino muore. Il terzo di quell giorno. Sono sei in media nelle 24 ore, grazie all’incrocio tra mal- e denutrizione e contaminazione da uranio. Taher ha due mesi, la mamma accanto che singhiozza piano, poi altri letti, altri pianti, qualche papa’ muto. E’ affetto da glicogenosi: il fegato assorbe catene di zuccheri, ma non sa piu’ romperle ed espellerle. Il glicogene si accumula e uccide. Da noi un trapianto facile, qui  figurarsi, l’embargo nega perfino le bende: “dual use”. A nord di Baghdad si sta mettendo in piedi una fabbrica per non essere proprio del tutto dipendenti dai farmaci che in Commissione sanzioni gli angloamericani negano. Arrivera’ troppo tardi per Taher. Il medico con cui parliamo scatta via sul richiamo di un’infermiera, si butta sul bambino, gli fa un messaggio cardiaco, poi gli mette la maschera d’ossigeno, un collega corre per una fiala, torna dopo interminabili minuti, la fiala non c’e’. Il bambino se ne va, ci lascia solo il suo corpo bianco. Sono sette anni che vedo queste scene.
 
Nel 1987 la fertilita’ media era di 6,2 nascite per donna, nel 1999 era scesa a 4,5. L’uranio rende sterili, l’embargo scoraggia. 1990-1999: il tasso di mortalita’ delle partorienti sale da 106 a 295 per mille, quella infantile da 26,2 a 115,9 su mille. Quella dei bambini sotto i 5 anni da 30,7 a 159,6. L’embargo uccide l’istruzione: l’analfabetismo femminile (ovviamente le donne sono le piu’ penalizzate dall’embargo, arrivano al triplo lavoro) e’ risalito dal 12% del 1990 al 34,7% del 1997. Quello che l’ONU definisce, considerando tutti i parametri, l’Indice di Sviluppo Umano (HDI) aveva collocato l’Iraq – crescita del PIL dell’8% negli anni 80 – tra i paesi sviluppati, al 70. posto su 160 paesi. Dopo la guerra del 1991 era sceso al 91. e nel 1999 si trovava al 143. posto.
 
Dalla Porta di Ishtar la processione babilonese avanza tra algerini inneggianti a se stessi e che non differiscono da una scolaresca romana, beduini giordani in candida jallabia e bandoliere incrociate, olandesi con le cioce, svedesi oppressi da costumi di lana cotta e con cuffiette alla monaca, italiani con bandierone tricolore e due gruppi: quello acclamatissimo pugliese di “TerrAnima”, 7 musicisti e 3 danzatori di worldmusic innestata sulle radici etniche della tarantella, e le 2 ballerine con 4 musicisti dell’Accademia Nazionale di Danza, capeggiati da Enrica Palmieri e che si esibiscono in un raffinato spettacolo dedicato alla Palestina e a tutti i popoli cui si negano giustizia e pace. Sono i piu’ recenti di una fila illustre: Battiato, Mau-Mau, Africa Unite, Avion Travel, tanti altri. Se ne fregano anche loro delle bombe e delle minacce dei dementi di Washington.
 
Trionfale l’excursus storico del piu’ importante gruppo iracheno: un casino di folla sulle gradinate percosse dal laser (proibito ma contrabbandato dal Libano sempre piu’ amico), attorno a mezza dozzina di impettiti  vertici dello Stato in divisa, segue a bocca aperta e con occasionali boati di approvazione la storia delle glorie della Mesopotamia, nei costumi, nelle musiche, nella danze, nei mimi, dai sumeri ai tempi della “madre di tutte le battaglie”. Significativa l’assenza di qualsiasi riferimento a temi religiosi, pur nell’incalzare di una religiosita’ di ritorno che fa apparire gli anni ’60 e ’70 come una selvaggia emancipazione laica dei costumi.
 
Tutti euforici alla fine, i 2000 che hanno festivaleggiato all’ombra degli F16. Un tempo, quando ci individuavano come italiani, ci salutavano esclamando “Felice Riva!”, poi venne “Paolo Rossi!”, piu’ in qua “Roberto Baggio!” . Oggi gridano a qualsiasi forestiero “Schroeder! Schroeder!” e ridono contenti.
 
Fulvio Grimaldi

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