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Perchè siamo contrari alla missione Unifil 2 in Libano

(19 Settembre 2006)

Da alcune settimane un dibattito talvolta aspro è in corso nel movimento contro la guerra e nei partiti della sinistra sulle finalità e la natura della missione militare ONU in Libano e sul ruolo che in essa viene svolto dall’Italia. In previsione della manifestazione nazionale del 30 settembre, questo dibattito pare destinato ad approfondirsi.

Se infatti la rappresentanza politica parlamentare appare piuttosto omogenea nel sostegno alla missione Unifil (vedi l’unanimità nelle Commissioni Esteri e Difesa), le valutazioni del movimento contro la guerra e dell’opinione pubblica non sembrano corrispondere a tale unanimità.

Alcuni recenti sondaggi, hanno confermato che almeno un italiano su due è contrario all’invio dei militari in Libano e che sulle finalità della missione si assiste alla medesima polarizzazione: per quasi la metà la missione serve a proteggere il Libano, per l’altra metà serve a disarmare Hezbollah.

Non solo, i più convinti della bontà della missione sembrano essere gli elettori di centro-sinistra mentre i più ostili sembrano quelli del centro-destra.

Dentro al movimento contro la guerra – definizione che riteniamo diventata più calzante di quella di movimento pacifista – si assiste ad una frattura profonda e spesso dura nei toni.

Le associazioni storiche (ARCI, CGIL, Tavola della Pace) si sono riallineate rapidamente al governo e ai loro azionisti di riferimento, arrivando a dare vita ad una marcia Perugia-Assisi con lo slogan “Forza ONU” di aperto sostegno alla missione militare in Libano.

I partiti della sinistra radicale (PRC, PdCI, Verdi) hanno espresso in ogni sede il loro sostegno alla missione in Libano.

Nella Direzione Nazionale del PRC ci sono stati solo tre voti contrari all’operazione Unifil (Cannavò, Turigliatto, Bellotti).

Nel PdCI prevale una posizione favorevole alla missione Unifil 2 senza discrepanze interne, anche se non scevra di preoccupazioni sull’esito della missione stessa. Una posizione analoga è quella dei compagni de “L’Ernesto” e di molti altri autorevoli esponenti del movimento pacifista che appaiono critici ma possibilisti (Zanotelli, Baracca, Dinucci ed altri) sul ruolo della missione ONU in Libano.

Al momento l’opposizione alla missione militare in Libano appare limitata ad una minoranza del movimento che il 30 settembre darà vita ad una prima manifestazione nazionale di aperta opposizione all’operazione Unifil 2. In questa minoranza ci sono i Cobas, il Forum Palestina, i comitati Iraq Libero, il collettivo Red Link il Comitato per il ritiro dei militari italiani e organizzazioni politiche come la Rete dei Comunisti e il Partito Comunista dei Lavoratori e individualità come Stefano Chiarini, Lucio Manisco, Gino Strada, Joseph Halevi, che in varie occasioni hanno espresso un giudizio negativo sulla missione militare Unifil 2.

Il tentativo di liquidare sbrigativamente le posizioni di questa attuale minoranza come “pregiudiziali” o “ideologiche” (cosa del tutto possibile ma non necessariamente ed esclusivamente negativa) si infrange però davanti ad alcune argomentazioni strettamente connesse alla realtà sul campo (in Libano), alle valutazioni prevalenti nei movimenti e nei partiti di sinistra a livello internazionale e ad analisi del tutto in coerenza e non in discontinuità con quelle sulle quali si è dato vita ad un forte movimento contro la guerra.

La costruzione di un punto di vista più articolato e completo possibile sulla natura e le finalità della missione militare ONU in Libano, offre l’occasione per un dibattito vero che va portato finalmente in profondità dentro il movimento sia prima della manifestazione del 30 settembre che successivamente.

La situazione sul campo (in Libano).

Il ritorno dei compagni della delegazione per ricordare Sabra, Chatila e Cana, consente di raccogliere ed elaborare le informazioni raccolte in decine di incontri e colloqui con tutte le forze politiche presenti sullo scenario libanese.

La missione militare ONU non è stata accolta a braccia aperte né dagli Hezbollah, né dal Partito Comunista Libanese, né dalle organizzazioni palestinesi. I soli a sentirsi rassicurati dalla missione Unifil 2 sono i protagonisti della “primavera libanese” o personaggi come Walid Jumblatt che è venuto a colloquio con Fassino e che hanno visto con timore la crescita di credibilità di Hezbollah. Perché? Perché in Libano oggi quello che tutti temono è la ripresa della guerra civile in un paese di frontiera dove i templari della guerra di civiltà dispongono di tutti gli ingredienti necessari. E’ inutile nascondersi dietro un dito: la forza multinazionale ha il chiaro obiettivo di neutralizzare politicamente e militarmente la forza politica uscita vittoriosa dalla resistenza contro l’occupazione israeliana: Hezbollah. Non si tratta solo della vittoria militare ma della possibilità di riaprire una dialettica interna alla realtà libanese che metta fine ad un equilibrio confessionale-elettorale ereditato dal colonialismo e che, per esempio, tiene fuori dal Parlamento i comunisti libanesi (nonostante abbiano il 10% dei consensi) in quanto partito “non religioso”.

La presenza della forza ONU ha il compito di governare – anche con la forza – un processo politico che impedisca in Libano l’affermazione di forze politiche anti-israeliane, antimperialiste e indipendenti dalle relazioni politico-economiche prioritarie e subalterne con l’Europa e gli Stati Uniti. Era questo – del resto- anche l’obiettivo della precedente risoluzione dell’ONU sul Libano, la 1559 voluta dal tandem Francia-Stati Uniti in funzione antisiriana e antihezbollah.

In secondo luogo, il dispiegamento della forza militare ONU è avvenuto solo sul territorio libanese, con le armi puntate verso l’interno del territorio e non (anche) verso il confine israeliano. Le testimonianze raccolte, ci dicono che i soldati dei vari contingenti – incluso quello italiano – girano per i villaggi in assetto di combattimento e non con l’atteggiamento di chi è lì a protezione della popolazione e con il ruolo di interposizione. Non ci sono al momento atti ostili (se non qualche sassata dei ragazzini) ma non c’è simpatia né benevolenza.

Le dichiarazioni degli esponenti Hezbollah sono chiare: “La missione Unifil non ha il compito di disarmare la resistenza e quindi se le truppe si atterranno al mandato ricevuto non dovrebbero esserci problemi. Le giudicheremo da come si comporteranno” (Hassan Hudrush) ed ancora “Non intendiamo neppure discutere di un nostro disarmo, qualunque cosa dicano a Beirut. Certo nessuno vedrà le nostre armi nel Libano del sud ma nessuno, è bene essere chiari su questo punto, né l'esercito, né l'Unifil le dovrà cercare e toccare” (Nabil Qaouk).

Sostenere che gli Hezbollah appoggino la missione ONU è quantomeno un eufemismo. Hezbollah ha giustamente sostenuto il cessate il fuoco e lo ha salutato positivamente, ha scelto una posizione non ostile alla missione ONU per non far precipitare la delicatissima situazione interna all’equilibrio delle forze in Libano. Un atteggiamento intransigente di Hezbollah avrebbe avuto come risultato uno scontro con i falangisti e i gruppi filo-occidentali appoggiati da una forza multinazionale sin dall’inizio e con la ripresa degli attacchi israeliani nel sud. La trappola è stata sventata ma è ancora operativa. Hezbollah ha preso tempo e sta cercando di gestirsi politicamente la credibilità conquistata fermando sul campo la macchina militare israeliana.

Le valutazioni sulla risoluzione 1701 dell’ONU

Ad una discussione sulla risoluzione 1701 dell’ONU che ha previsto l’invio di una forza militare multinazionale in Libano, e alla luce delle considerazioni sopra esposte, occorre anteporre una domanda: è giusto o sbagliato il disarmo di Hezbollah e dei campi profughi palestinesi in Libano? Dalla risposta a questa domanda – e la nostra è chiaramente no – discendono le valutazioni nel merito della questione. Anche perché i precedenti della missione internazionale del 1982 in Libano, hanno avuto conseguenze tragiche come i massacri di Sabra e Chatila e questo non è un dettaglio.

“La risoluzione dell’ONU consente ad Israele di ottenere quello che non è riuscita ad ottenere con la guerra”. Le parole di Sadlallah Mazraani, vice segretario del Partito Comunista Libanese che abbiamo incontrato qualche giorno fa a Roma, sono chiare. Sono le stesse parole del responsabile esteri e del segretario generale del PCL incontrati a Beirut la settimana scorsa.

Curiosamente sono le stesse valutazioni di un dirigente del Partito Comunista Cubano o dei comunisti greci o della conferenza dei partiti dell‘area mediterranea e mediorientale tenutasi ad Atene questa estate.

Nei movimenti contro la guerra in Gran Bretagna, Grecia, Germania, Spagna sono state convocate manifestazioni con piattaforme e valutazioni del tutto analoghe a quelle della manifestazione convocata il 30 settembre a Roma contro la missione ONU in Libano.

Samir Amin, intervenendo in un dibattito alla festa dell’Humanitè a Parigi, ha sostenuto la medesima tesi. Joseh Halevi, in un saggio circolato in queste settimane sostiene che “Questa risoluzione dell’ONU – talmente mal concepita dalla Francia che perfino un governo filofrancese come quello di Beirut l’aveva rifiutata in una prima istanza – vorrebbe vincolare Libano, Siria e Hezbollah senza porre il vincolo fondamentale ad Israele che è quello di procedere all’evacuazione delle alture del Golan ed alla striscia di Shaba. Tale azione fa soltanto risaltare l’atteggiamento unilaterale da parte dell’Europa e degli USA nei confronti del problema del MO e soprattutto nell’attuazione delle risoluzioni dell’ONU: vincolanti per gli arabi, non vincolanti per Israele. Permette quindi ad Israele di pianificare con ordine assieme agli USA la nuova guerra in cui l’Italia si troverà coinvolta in pieno”

Insomma il fronte di coloro che nelle forze della sinistra, nei movimenti, negli stessi partiti comunisti, danno una valutazione negativa e preoccupata della risoluzione 1701 dell’ONU è ampiamente maggioritaria ma al momento è minoritaria in Italia. Sembrerebbe una anomalia ma non lo è. Il movimento contro la guerra in Italia e in Francia, in questi anni è stato spesso un “frenatore” rispetto a quelli degli altri paesi europei ed extraeuropei sulle piattaforme da sottoscrivere al termine dei forum internazionali. Ma in questa vicenda del Libano e della missione Unifil 2 siamo di fronte a contraddizioni che potremmo definire paradigmatiche.

Il ruolo dell’Italia e dell’Europa nella missione Unifil 2

Il ruolo dell’Europa e dell’Italia nella missione militare ONU in Libano, è un po’ il nodo gordiano della discussione di queste settimane. Molte delle forze politiche o delle personalità “possibiliste” su un esito positivo della missione Unifil 2, condividono in misura maggiore o minore alcune delle osservazioni fin qui esposte. La divergenza interviene nella lettura di alcuni fattori obiettivi che sembrano però lasciar fuori questioni importanti come i fattori soggettivi e l’indipendenza dei movimenti dai governi.

Nel colpo di reni della politica estera italiana e soprattutto dell’asse Prodi-D’Alema-Parisi in contrapposizione a quello Rutelli-Fassino (decisamente filo-israeliano), molti compagni hanno visto una rottura del monopolio unipolare degli Stati Uniti e della loro alleanza con Israele nella realizzazione del Grande Medio Oriente attraverso la guerra preventiva.

C’è stato un cessate il fuoco imposto a Israele mentre l’amministrazione Bush difendeva la completa mano libera ai bombardamenti e alle incursioni israeliane in Libano; c’è stata una riconsegna della crisi nelle mani dell’ONU invece che in quelle esclusive della Casa Bianca e di Downing Street, c’è stato l’attivismo di Kofi Annan in Medio Oriente e la ripresa del negoziato con l’Iran, c’è una composizione e una leadership della missione Unifil in mano a Francia e Italia e ci sono state le parole di D’Alema a favore di uno Stato Palestinese Indipendente.

Visto così è innegabile che lo scenario mediorientale di oggi sia diverso da quello di quattro mesi fa e sarebbe miope non coglierne i cambiamenti oggettivi. Non solo. La politica estera di D’Alema e Prodi non è la stessa di Berlusconi e Fini. Dal servilismo a USA e Israele, si sta virando verso un recupero della tradizionale equidistanza italiana nelle vicende mediorientali.

Alcuni compagni si spingono a vedere nella possibile partecipazione di contingenti russi e cinesi alla missione Unifil 2, una ipoteca importante sulle tentazioni statunitensi-israeliane per una escalation regionale della guerra verso Iran e Siria.

La presa d’atto di questo nuovo scenario, per alcune forze porta però ad atti politici concreti come il sostegno alla missione Unifil 2 in Parlamento, a sostenerelo nel dibattito dentro il movimento e nella stesura delle piattaforme per le iniziative politiche. Pur con tutte le cautele, si dà, di fatto, carta bianca al governo Prodi e alla politica estera di D’Alema. E’ in questo passaggio tra analisi dello scenario oggettivo e scelte soggettive che emerge la contraddizione.

Alcuni ritengono che questo attivismo multilaterale dell’Italia sia l’elemento di novità. Altri, meno lieti di sentirsi appiattiti sul governo, sottolineano come a rendere possibile questo nuovo scenario sia stata la sconfitta militare e morale israeliana in Libano ad opera di Hezbollah. In questo secondo caso una domanda sorge spontanea: ma se a riaprire lo scenario politico e diplomatico mediorientale sono le resistenze (oggi quella libanese, ieri quella irachena e palestinese) perché mai dovremmo sintonizzare la nostra iniziativa politica sulla linea del governo italiano e non su quella delle resistenze popolari che hanno riaperto politicamente la situazione in tutta l’area? Sta qui il nodo gordiano. L’indipendenza dei movimenti dalle politiche dei governi, non è solo una garanzia e una ragione sociale naturale ma deve essere la piena consapevolezza della propria funzione indipendente e non subalterna.

Riconoscere come una fotografia i dati oggettivi, anche e soprattutto quelli che aprono in positivo nuovi scenari, non può significare la rinuncia alla propria autonomia di elaborazione ed iniziativa politica. I movimenti, i partiti, le associazioni, non sono dei fotografi ma dei soggetti politicamente attivi che hanno la funzione di orientare l’opinione pubblica, di incalzare i governi, di indebolire le forze militariste e le ambizioni imperialiste anche del proprio paese in sintonia con le forze che agiscono sulla linea del fronte.

In Italia stiamo assistendo all’esatto contrario. Sulla base di un “pudore politico” inspiegabile ci si nega e si nega il confronto con le forze che animano la resistenza in Libano, in Palestina, in Iraq, finanche in Afganistan e ci si adegua a convivere negli interstizi della politica estera del nostro governo, limitando la propria azione ad una serie di auspici e speranze che le cose vadano per il verso giusto e non come vorrebbero le autorità di Washington e Tel Aviv.

Non solo. Ci sono molti compagni, onesti compagni di strada di questi anni, che vedono nell’entrata in campo dell’Unione Europea un fattore positivo a prescindere dagli obiettivi e dalla natura dell’intervento militare dei contingenti europei in Libano. Che l’Europa debba cominciare a sgomitare nel Mediterraneo rispetto all’egemonia statunitense, sta nell’ordine delle cose da diversi anni. La nostra insistenza sulla competizione tra il progetto del Mercato Unico Euro-Mediterraneo del 2010 e il Grande Medio Oriente, non è una fotografia dell’oggi ma di una tendenza reale che ancora non si manifesta come realtà, ma è anche l’indicazione di uno scenario che vedrà gli stessi interessi di classe che hanno edificato il Trattato di Maastricht, il Patto di Stabilità, la Banca Centrale Europea, la Costituzione Europea la Direttiva Bolkestein, agire concretamente per omologare a questa edificazione anche i paesi del Mediterraneo Sud.

Se il giudizio negativo sulla natura, gli obiettivi e gli interessi della grande borghesia europea ha visto le mobilitazioni di questi anni, come possiamo improvvisamente affidare a questa natura, a questi obiettivi e a questi interessi di classe una funzione comunque progressiva per i paesi del bacino mediterraneo? Il protagonismo europeo (italiano e francese soprattutto) nella missione militare in Libano sta tutto dentro questa ambizione. E’ una ambizione che a volte deve convivere e volte deve confliggere con gli Stati Uniti ma che non ne disegna una alterità nelle relazioni sociali e internazionali nell’area mediterranea e mediorientale.

L’indipendenza dei movimenti è decisiva

Quello a cui stiamo assistendo è sicuramente la dimostrazione delle crescenti contraddizioni interimperialiste, ma esaurire la propria funzione nel fotografare queste contraddizioni senza discutere e decidere in quale direzione cercare di orientarle, sul come intervenirci concretamente (consapevoli certo dei propri limiti ma avendo almeno una prospettiva da perseguire), rischia di rendere i partiti della sinistra e i movimenti in Europa spettatori inerti e subalterni di processi determinati da altre forze e spinti in direzioni opposte da quelle perseguite dalle forze progressiste.

Non avere a disposizione tutti gli elementi di valutazione o non poter avere le idee chiare sugli esiti possibili della missione Unifil in Libano, non assolve dalla necessità di dare coerenza al proprio percorso antimilitarista e antimperialista e dallo svolgere la propria funzione indipendente nello scenario politico italiano ed internazionale. Dov’è e come agisce altrimenti la soggettività dei movimenti, dei partiti della sinistra?

Sull’ultimo numero di Le Monde Diplomatique, un libanese autorevole come Georges Corm si pone le stesse domande che si stanno ponendo tanti nostri compagni di strada di questi anni : “Le numerose lacune e i non detti della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza verranno usate per consentire a Stati Uniti e Israele di imporre la loro volontà al governo libanese e immischiarsi nei suoi affari interni, come hanno sistematicamente fatto dopo l’adozione della risoluzione 1559?” A queste domande occorre cominciare a dare delle risposte sulla base delle informazioni raccolte, di una discussione portata in profondità, del confronto con le forze politiche e sociali del Medio Oriente e del resto del mondo. Ma occorre dare delle risposte anche sulla base della consapevolezza della propria funzione soggettiva nella “relazione tra gli eventi” (come direbbe Isabel Allende) e della propria indipendenza di elaborazione e iniziativa politica. Per questo il 30 settembre occorre dare vita ad una prima manifestazione in cui il movimento contro la guerra dica chiaro e forte il suo NO ad una missione militare dell’ONU in Libano e chiede il ritiro di tutti i contigenti militari dai teatri di guerra. E’ questo il segnale da mandare in questo momento al governo, alle forze della resistenza in Medio Oriente e ai movimenti nel resto del mondo. Ora, non quando sarà troppo tardi.

19 settembre 2006

Sergio Cararo
direttore di Contropiano per la rete dei comunisti
http://www.contropiano.org

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