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Violenza sulle donne

Violenza sulle donne

(27 Febbraio 2011) Enzo Apicella

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(Capitale e lavoro)

Per una nuova rappresentanza politica del mondo del lavoro.

Il documento-appello a firma di Patta ed altri

(5 Dicembre 2002)

Le lotte dei lavoratori in Italia, come in Europa e più in generale nel mondo, hanno riproposto in primo piano la questione del lavoro.

Se ne era proclamata la fine.

Il lavoro ed i lavoratori sono serviti come giustificazione ideologica per una pratica di potere che ha improntato per un lungo periodo organizzazioni del movimento operaio e che si è dimostrata falsa coscienza. Il quel periodo, produzione di ricchezza e potere dello stato si sono presentati come presupposto materiale e come condizione soggettiva necessari per l’emancipazione della classe operaia. Quando emancipazione e gestione del potere si sono separati, come l’esperienza socialista, si è avviata la fase del declino e della dissoluzione di tale esperienza.

Anche questo avvenimento ha contribuito alla affermazione della ineluttabilità del declino e della estinzione dei lavoratori come soggetto collettivo, protagonista sociale e soggetto della trasformazione politica.

La categoria dello sviluppo delle forze produttive, presupposto indiscutibile della affermazione del socialismo, si è rovesciata nel suo contrario: è il capitalismo il modello che garantisce lo sviluppo ed una forza di sinistra deve renderlo compatibile con le stesse contraddizioni sociali sino a dichiararne l’estinzione.

Contemporaneamente, il capitalismo ha determinato nuove condizioni con la diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e con l’esplosione del mercato del denaro a livello mondiale. Dalla “qualità totale”, ultimo residuo del modello fordista, si passati alla “competitività totale” che ha coinvolto individui, imprese, popoli e nazioni. Come era stato previsto la competitività economica ha trascinato con se la guerra.

Per molti anni i lavoratori hanno subito questa nuova condizione, apparentemente a conferma della tesi della loro estinzione come soggetto collettivo. Ovunque nel mondo le adesioni ai sindacati sono state in costante declino.

Ma il nuovo modello faceva crescere le contraddizioni sociali ed i lavoratori sono ritornati in campo. È diventata evidente l’assenza di una loro rappresentanza culturale e politica.

Questo convincimento ci induce ad impegnarsi in prima persona alla costruzione di un movimento che dia voce e garantisca una effettiva partecipazione dei lavoratori alla vita democratica nel nostro paese, superando le ossificazioni elitarie ed oligarchiche che hanno teso e tendono a sostituire la democrazia.

È possibile superare le condizioni di passività e di delega che hanno caratterizzato questi anni: nei luoghi di lavoro con la affermazione della partecipazione diretta e del voto dei lavoratori, con la ricostruzione di un pensiero critico della società moderna.

L’esperienza sociale ci dice che il lavoro si conferma come luogo di definizione di rapporti sociali che vanno ben oltre la produzione, coinvolgendo più in generale la collettività, i rapporti con la natura, l’evoluzione e la diffusione della conoscenza. Non è necessario avere una visione deterministica del lavoro per confermarne la sua centralità nelle relazioni sociali che improntano i rapporti tra i singoli individui come l’intera società. Si deve essere, invece, consapevoli, che la crescita della produzione ha incontrato il limite delle risorse della terra e della biosfera, e che questo rende più acute le contraddizioni tra poveri e ricchi, in ogni società ed a livello mondiale.

Il modello della competizione globale rappresenta la risposta del capitalismo a tale limite: un uso esasperato delle risorse (sino a dare dei nuovi indirizzi alla ricerca scientifica) senza alcuna redistribuzione sociale.

L’altra faccia di questo modello è la flessibilità, il nuovo ciclo di uso del lavoro, esclusivamente influenzato dal mercato. Un nuovo ciclo biologico in cui è la domanda di forza lavoro a decidere del destino degli individui. Siamo ben oltre al lavoro, la forza lavoro, come merce. Questo modello produttivo e sociale mette al lavoro, o meglio a disposizione del mercato, l’intera esistenza di un individuo. Non solo, il lavoro deve costare meno per essere competitivi, cioè deve costare meno la vita, riprodursi e nascere, avere una cultura, essere assistiti e curati, vivere una vecchiaia dignitosa e sicura.

Contemporaneamente, queste condizioni non sono più un diritto, ma una condizione data dal mercato. È il mercato a determinare le condizioni di accesso a quelli che abbiamo chiamato i servizi, la cui privatizzazione, oltre ad accentuare il doppio lavoro per le donne, rende la disponibilità i servizi alla sola condizione data dalla ricchezza .

Uno dei presupposti della flessibilità è l’esclusione sociale. Non solo la disoccupazione, ma la perdita dell’accesso a cure sanitarie adeguate, alla casa, alla sicurezza rispetto alla vecchiaia. Per avere una qualche assistenza devi dimostrare di essere povero, ai margini della società. Devi dimostrare di esserti arreso ed accettare di vivere nella fascia sociale più bassa.

Si rompono quindi legami personali e solidarietà collettive, in un modello sociale ed ideologico che tende ad affermare il primato del conflitto tra uguali per sopravanzare e non essere esclusi, rispetto a quello della redistribuzione delle ricchezze prodotte, la fine della idea stessa di giustizia sociale.

Per questo deve essere offerta una informazione del mondo che ci circonda mediocre e deformata: puntuale e senza una dimensione del passato per essere senza memoria, ma anche senza una dimensione del futuro, per essere senza speranza.

Solo una ristretta minoranza di esseri umani conserva una sua identità individuale e collettiva, con una sua memoria e mantenendo la possibilità di immaginarsi un futuro, di progettare la propria esistenza. Il discrimine è il possesso: di patrimoni e di relazioni nella elite che decide del futuro. Troppe volte si resiste ricorrendo alle identità date dalle convenzioni e dalla tradizione, siano esse di origine razziale o religiosa.

Il risultato materiale di questi processi è che questa minoranza nel mondo diventa sempre più ricca, decide della conoscenza e del linguaggio e, sempre di più, sostiene ed usa lo strumento della guerra per garantire questo stato di cose.

È necessario che rientrino in campo i lavoratori, contro questo stato di cose, contro i modelli egemonici in atto, per cambiarli. È necessario costruire un programma ed una azione collettiva che si proponga, anche per difendersi, di cancellare le vecchie e le nuove origini dell’ineguaglianza sociale.

1. il crescente divario nel reddito e nel possesso di ricchezze non è riducibile alla sola proprietà privata dei mezzi di produzione. Invero, stiamo assistendo, quando è l’esistenza dell’individuo messa al servizio del mercato, ad un crescente processo di socializzazione dell’economia di cui il degrado del lavoro rappresenta il più importante contraltare. Anche in questo nuovo contesto, il controllo sociale del lavoro e dei lavoratori continua ad essere un punto strategico essenziale, valorizzando sia gli aspetti più importanti della tradizione consiliare di intervento sull’organizzazione del lavoro che un rinnovato intervento dello Stato nei settori strategici dell’economia, per garantire autonomia produttiva e sviluppo delle conoscenze scientifiche e tecnologiche.

2. Questa scelta propone un ripensamento del tema, già proposto dal movimento sindacale italiano nella fase alta dello sviluppo fordista, del “cosa” produrre. Del rapporto cioè con la condizione imposta dal fatto che le risorse della natura sono finite. Anche da questo punto di vista, usato da alcuni per confermare la fine del lavoro, lo scontro sulla qualità del lavoro e sulla qualità dell’operare, cioè sui consumi e sul modello sociale che ne consegue diventano un terreno di lotta determinante. Basti pensare agli indirizzi che sta assumendo la ricerca scientifica, dagli organismi geneticamente modificati, agli impieghi dell’energia ed al controllo, mano armata, del petrolio.

3. Il modello taylorista della divisione tra chi pensa e chi lavora sembra scomparso semplicemente perché si è esteso ed ha plasmato l’intera società. Un sinonimo di flessibilità è l’adattabilità: c’è chi pensa, realizza, cambia, elimina occasioni di lavoro e che si adatta ad esse di volta in volta. I primi fanno parte dell’elite mondiale che progetta il futuro, i secondi devono avere in giovane età una formazione generica che permetta loro di adattarsi alla domanda di forza lavoro per la sua, breve, durata. La lotta per il controllo democratico della informazione diventa un terreno essenziale della battaglia più generale, sia nei luoghi del lavoro – l’unità produttiva ed anche il territorio – che nella società. Per questa lotta è necessario riprendere la lezione di Gramsci sulla necessità di costruire tra i lavoratori, avendo attenzione al singolo lavoratore, il “momento della critica e della consapevolezza”, evitando di “pensare senza avere consapevolezza critica, in modo disgregato e occasionale, per partecipare ad una concezione del mondo imposta”. Anche con l’adattabilità dell’uomo ai lavori offerti dal mercato, esattamente come avveniva nella catena di montaggio, si afferma un uso della risorsa umana – per usare il loro linguaggio – per un milionesimo della effettiva potenzialità di un essere umano.

4. l’esperienza ed il punto di vista delle donne è condizione ormai irreversibile per i rapporti sociali. Oggi, non posiamo però ignorare come l’attuale modello produttivo e sociale, che impone i lavori di cura come costo e li trasforma sempre più in merce, tende ad accentuare le divisioni del lavoro tra i generi anche sulla base del censo. Senza cambiare l’attuale organizzazione produttiva e del lavoro, ma anche il modello sociale della esclusione, il lavoro non pagato delle donne diventerà sempre di più una necessità, almeno per una parte della popolazione.

5. In Italia e in molte parti del mondo occidentale, la questione salariale si conferma terreno di scontro determinante, una cartina di tornasole capace di indicare le tendenze reali del modello produttivo e sociale. Una equa redistribuzione della ricchezza prodotta con il lavoro non rappresenta solo il fatto del riconoscimento che anche i lavoratori possano avere un giovamento nelle loro condizioni di vita. Ha anche un altro, non secondario significato, di mantenere aperta la lotta per una prospettiva produttiva e del lavoro migliore. La nostra società, anche quando tende a caratterizzarsi per le possibilità di consumo che offre, sta regredendo dal piano scientifico agli assetti produttivi, con il rischio di diventare, nella divisione internazionale del lavoro, un paese della subfornitura. Questo processo è favorito dalla possibilità offerta alle imprese di risolvere le difficoltà produttive esclusivamente riducendo i costi.

6. Contro la concorrenza ed il conflitto tra lavoratori che il modello della competitività ed il ricatto della esclusione sociale tendono ad imporre, c’è bisogno di una rinnovata solidarietà ed unità tra i lavoratori. In questa direzione, il referendum per l’estensione dell’articolo 18 a chi oggi ne è escluso assume un valore molto importante. In Italia, nell’ultimo anno, hanno trovato un lavoro limitato nel tempo più di 2.800.000 persone attraverso un contratto a tempo determinato, un lavoro in prestito, una collaborazione coordinata continuativa, un contratto professionale. Non siamo più alla eccezione, siamo alla regola. La battaglia per l’estensione dei diritti è un fondamento strategico per la ricomposizione e l’unità dei lavoratori. È strategico anche per un sindacato che non rinuncia alla sua autonoma rappresentanza, a caratterizzarsi per eliminare la concorrenza tra lavoratori con l’obiettivo di liquidare il lavoro precario.

7. Proprio dalla consapevolezza che il lavoro attuale impronta tanta parte della società nazionale e della comunità mondiale è necessario che i lavoratori e le loro organizzazioni facciano parte di quella esperienza plurale che sta avanzando nel mondo per renderlo migliore. Esistono ideali e speranze condivise e comuni, mentre i lavoratori devono stabilire alleanze e percorrere strade insieme a tutte quelle forme di associazionismo competente e di scopo che agisce per combattere le distorsioni e rimuovere sin da oggi i danni più gravi che il neoliberismo sta provocando. I temi dell’acqua, della salute, della libera circolazione delle scoperte scientifiche, della lotta contro il dominio del mercato della moneta e del denaro sono obiettivi che un movimento dei lavoratori deve fare propri.

8. La democrazia dei lavoratori, nei loro luoghi di lavoro, diventa essenziale. Il diritto di voto dei lavoratori, iscritti e non iscritti al sindacato, sulle piattaforme e sugli accordi sindacali è una scelta irrinunciabile per garantire la partecipazione. Quindi un diritto indisponibile, che non può essere appannaggio di pochi e nelle circostanze utili per pochi. Senza questa condizione di partenza, non si riusciranno neppure a determinare le condizioni di una partecipazione attiva dei lavoratori che vada ben oltre alla loro consultazione, per offrire loro le sedi per discussione e la decisione sulle azioni da intraprendere per rispondere ai loro bisogni, alle loro idee, alle loro speranze.

9. La questione della partecipazione democratica dei lavoratori si pone anche a livello politico e non trova oggi alcuna risposta. Nessun partito politico della sinistra italiana si propone oggi un programma generale ed una forma organizzata che si fondi sulle istanze di cambiamento e di partecipazione dei lavoratori. L’attuale sistema elettorale tende a determinare una selezione di censo o, al meglio, di natura elitaria nell’esercizio dell’elettorato passivo; nessun partito può esserne estraneo, anche per motivi di semplice sopravvivenza. Contemporaneamente, l’astensionismo ha avuto effetti pesantissimi per la sinistra nelle ultimi elezioni in Spagna, in Italia ed in Francia. È necessario lavorare per la ricostruzione di una partecipazione dei lavoratori alla vita politica attraverso un loro impegno diretto. Questo sarà possibile se le loro istanze e le loro aspettative di cambiamento caratterizzeranno il programma politico di una rinnovata esperienza di sinistra.

10. Siamo consapevoli che la guerra può travolgere tutto, che la guerra è distruzione, anche nello spirito degli esseri umani. Da qui l’impegno più risoluto contro la guerra, per una pace fondata sulla giustizia, per un nuovo sviluppo riequilibratore e rispettoso della terra, per la fratellanza, contro la competizione e l’individualismo.

Claudio Sabbatini
Fulvio Perini
Gianni Rinaldini
Gian Paolo Patta
Paola Agnello

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