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Nel "giardino di casa" degli USA

Nel giardino di casa degli USA

(5 Ottobre 2010) Enzo Apicella
Elezioni presidenziali 2010. Il Brasile si sposta a sinistra.

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DIRITTI DEI LAVORATORI

Domenica le elezioni in Brasile

Il Pstu è l'unica alternativa operaia e socialista

(29 Settembre 2010)

supplemento del Correo Internacional

Domenica prossima si svolgeranno le elezioni generali in Brasile. La competizione elettorale si tiene in un momento di relativa tranquillità per la borghesia brasiliana e lo stesso governo Lula.
Da un lato, la crisi economica internazionale, che nel 2009 ha provocato una caduta del Pil pari allo 0,2% (invertendo un ciclo di crescita di diversi anni), sembra dare respiro al Paese: il ministro dell’industria, Guido Manteiga, ha previsto per il 2010 un aumento fra il 5 e il 6%. Benché l’economia inizi a mostrare alcuni sintomi di raffreddamento e sia all’orizzonte la minaccia di un’estensione della difficile situazione europea, è questo panorama che domina ora la scena e la parola “crisi” è scomparsa dai comizi dei principali candidati borghesi.
D’altro canto, le elezioni si tengono anche in un quadro di relativa tranquillità nella lotta di classe, attraversata solo dai conflitti che si producono attraverso le contrattazioni salariali annuali dei diversi settori dei lavoratori.
Una relativa tranquillità espressa anche dal fatto che Lula porta a termine il suo secondo mandato con un indice di consenso vicino all’80%. Il più alto per un presidente da quando, vent’anni fa, sono iniziate queste rilevazioni.

Una falsa polarizzazione

In tal modo, la borghesia brasiliana può di nuovo “giocare a due punte” e imporre una falsa polarizzazione fra i suoi due principali candidati: la rappresentante del Pt, Dilma Roussef, e quello dell’opposizione di destra, José Serra, ex governatore di San Paolo, per il Psdb.
Essi sono stati protagonisti di un primo noiosissimo dibattito televisivo, in cui la prima ha reso evidente che, a differenza di Lula, non è una figura sorta dal movimento di massa bensì dall’apparato del Pt e si è limitata a garantire la continuità della politica di Lula; mentre il secondo ha evitato di criticare frontalmente il governo, limitandosi ad argomentare sulla linea del “noi lo faremmo meglio”.
Le notizie circa i finanziamenti delle imprese alle campagne elettorali dei due candidati mostrano che una crescente maggioranza della borghesia comincia a propendere in favore di Dilma. E la stessa tendenza comincia ad essere evidente nelle rilevazioni delle intenzioni di voto, nelle quali ella supera Serra di almeno 5 punti percentuali.
La borghesia brasiliana sostiene anche una falsa alternativa “di sinistra” al governo attraverso la candidatura di Marina Silva (ex ministro dell’ambiente del governo Lula) per il Partito Verde, favorita dal rifiuto a ricandidarsi di Heloisa Helena (che nel 2006 ottenne più di sei milioni di voti come candidata del Fronte di Sinistra Psol-Pstu-Pcb). Al di là del suo “vestito verde”, Marina rivendica tutta la politica economica dei governi del Pt e di Fernando Henrique Cardoso, affermando che vorrebbe “unire il Pt e il Psdb” nel suo governo. Esprime anche posizioni molto reazionarie come il rifiuto pubblico del diritto all’aborto libero e gratuito.

Una realtà molto diversa

La realtà profonda vissuta dai lavoratori e dal popolo brasiliano è, tuttavia, molto lontana dall’ottimismo mostrato dalla borghesia e dai suoi candidati. Il Brasile – in cui le grandi banche e le imprese hanno realizzato durante il governo Lula (che lo ha sempre rivendicato pubblicamente) profitti record – è il Paese al mondo con la più iniqua ripartizione del reddito. Mentre il 10% della popolazione più ricca detiene il 50% del reddito del Paese, il 50% più povero riceve appena il 10% (1).
Cifre di un panorama di milioni di brasiliani che vivono in povertà nelle favelas e senza accesso ai servizi pubblici elementari, la moltitudine dei contadini senza terra e i tantissimi che dipendono da piani assistenziali (come la Bolsa Familia) per non morire di fame.
Anche l’impressionante aumento del debito pubblico è molto lontano da questo ottimismo. Il debito estero ammonta a 282.000 milioni di dollari e quello interno si è triplicato dal 2008, per il meccanismo di sovvenzionamento a banche e imprese durante la crisi, raggiungendo circa un bilione di dollari. Il deficit corrente (entrate fiscali meno pagamenti) può arrivare quest’anno a 60.000 milioni. In altri termini, una recrudescenza della crisi economica internazionale troverebbe il Brasile in condizioni molto più fragili rispetto alla prima fase della crisi.
Ma “di questo non si parla” nella campagna elettorale dei candidati della borghesia. Come neanche si parla della sottomissione del Paese e del governo Lula all’imperialismo e del ruolo che essi recitano come suoi agenti sotto diversi aspetti, come quando ha contribuito con il principale contingente e ha diretto le truppe dell’Onu nell’occupazione di Haiti.

Diffondere il programma socialista

In altre parole, il Brasile è un Paese molto ricco di risorse naturali e di ricchezza prodotta dal lavoro, ma il cui popolo è condannato alla povertà e a restare con le necessità più urgenti irrisolte, in conseguenza del saccheggio di queste ricchezze da parte dell’imperialismo e della borghesia brasiliana.
Per invertire questo quadro e soddisfare queste necessità popolari è necessario abbattere il capitalismo, imponendo un autentico governo dei lavoratori che applichi un programma di radicale cambiamento della struttura socio-economica del Paese. Un programma che preveda misure come il rifiuto del pagamento del debito estero e interno, l’espropriazione senza indennizzo e la nazionalizzazione delle grandi imprese e delle banche nazionali e internazionali, una profonda riforma agraria che espropri i latifondisti e ridistribuisca la terra, la riduzione della giornata lavorativa a parità di salario, un piano di opere pubbliche destinato alle necessità popolari.
In tal modo, attraverso un piano economico statale centralizzato potranno essere garantiti un aumento generale dei salari fino al raggiungimento della misura di quello minimo equivalente al paniere di base completo e lavoro per tutti; potranno essere triplicati i bilanci della sanità e dell’istruzione pubblica; potranno essere assicurate case dignitose per tutti e terra per tutti i contadini.
In altri termini, la necessità di una rivoluzione socialista. Questa è la proposta e il programma presentato e diffuso dal Pstu, nonostante il boicottaggio della grande stampa e della Tv, specialmente attraverso il suo candidato presidente, José Maria De Almeida (Zé Maria), in numerose manifestazioni e iniziative, come vari seminari programmatici realizzati in tutto il Paese, e con un’edizione speciale del giornale Opinião Socialista dedicata al programma socialista per il Brasile che viene venduta dinanzi ai cancelli delle fabbriche e delle imprese.
Il Pstu dà anche alla sua campagna un profilo internazionalista e antimperialista, avanzando la parola d’ordine dell’immediato ritiro delle truppe brasiliane da Haiti e la loro sostituzione con medici, tecnici e specialisti che aiutino realmente il popolo haitiano duramente colpito dall’ultimo terremoto; e rivendicando l’immediata rottura delle relazioni diplomatiche e commerciali con lo Stato genocida di Israele e l’appoggio della lotta del popolo palestinese per recuperare il suo territorio.

Disputare la coscienza dei lavoratori

Il Pstu non crede che sia possibile una trasformazione in senso socialista attraverso una competizione elettorale o le istituzioni parlamentari borghesi. Essa potrà prodursi solo all’esito di un profondo processo di organizzazione e lotta dei lavoratori e delle masse e attraverso la presa del potere.
Tuttavia, è assolutamente necessario che un partito rivoluzionario presenti e diffonda il programma socialista nelle elezioni per discuterlo con milioni di lavoratori disputando così la loro coscienza all’influenza della borghesia. Proprio questo era uno dei punti centrali dei criteri che la Terza Internazionale di Lenin postulava per l’intervento di un partito rivoluzionario nelle elezioni borghesi. Perché ogni lavoratore guadagnato a questo programma rappresenta un passo avanti in una prospettiva di lotta più strategica.

Il Psol abbandona la difesa del socialismo

D’altro lato, in queste elezioni, la difesa del programma socialista è rimasto di fatto nelle mani di Zé Maria e degli altri candidati del Pstu. Il candidato di sinistra che sta ricevendo più spazio sui media e che ha potuto partecipare al dibattito in tv, Plinio Arruda Sampaio del Psol, lo ha esplicitamente abbandonato. In un’intervista al quotidiano Folha de São Paulo (1/8/2010), Plinio ha dichiarato: “Io non pretendo di impiantare il socialismo in Brasile né è la pretesa del mio partito adesso. Avanzo una proposta nel quadro del capitalismo. Le uniche forme socializzate che vogliamo avere sono la sanità e l’istruzione”. Secondo Plinio, ciò è quanto richiesto dal “buonsenso”.
In altre parole, una nuova versione delle proposte già chiaramente fallite di “riformare” o “umanizzare” il capitalismo, inciampate inesorabilmente nel rifiuto del capitalismo imperialista di essere riformato o umanizzato. Al tempo stesso, ora sono ancora più evidenti le profonde differenze programmatiche che hanno impedito la riedizione del fronte elettorale di sinistra del 2006.

Sostenere le lotte e l’organizzazione dei lavoratori

Nella diffusione del programma socialista in campagna elettorale, il Pstu cerca di legarlo alla realtà quotidiana dei lavoratori. Da un lato, tenta di spiegare in parole semplici come queste misure si relazionino con la soluzione delle loro necessità più concrete come i salari, il lavoro, la sanità, l’istruzione o la casa, che potranno essere risolte definitivamente solo se quelle misure saranno applicate.
Dall’altro lato, cerca di appoggiare e sostenere le lotte concrete che i lavoratori e il popolo portano avanti, come ad esempio lo sciopero vittorioso per una migliore Plr (Partecipazione nei guadagni e risultati) e per un miglioramento delle condizioni di lavoro realizzato dai lavoratori della Caf (Costruzioni e Infrastrutture Ferroviarie) della città di Campinas, o la campagna salariale congiunta che, su proposta del sindacato metalmeccanico di São José dos Campos, sarà realizzata dai sindacati che raggruppano le fabbriche di automobili in varie regioni del Paese.
In questo quadro, si tratta anche di sostenere l’organizzazione unitaria dei lavoratori e dei settori popolari per lottare per queste rivendicazioni, come hanno fatto i militanti del Pstu sostenendo la centrale fondata nel congresso svoltosi lo scorso giugno nella città di Santos, la Csp-Conlutas (Centrale Sindacale e Popolare).
Da ultimo, ma non per importanza, si tratta di sostenere e avanzare nell’organizzazione politica dei lavoratori, specialmente nei “battaglioni pesanti” dei principali settori della produzione. Per esempio, circa 200 lavoratori del petrolio di Rio de Janeiro hanno firmato una dichiarazione di appoggio alla candidatura di Zé Maria. E la stessa cosa hanno fatto 500 lavoratori, in maggioranza metalmeccanici, di São José dos Campos.
In definitiva, in queste elezioni, la borghesia brasiliana ha due alternative principali e diverse secondarie. A fronte di esse, esiste un’unica alternativa autenticamente operaia, di lotta e socialista: quella presentata dal Pstu e da Zé Maria.
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(1) “Diseguaglianza e povertà nel Brasile”, Ipea (Istituto di Indagine Economica Applicata) su dati e indicatori della Banca Mondiale, della Banca Interamerica di Sviluppo, dell’Ibge e dell’Onu.


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Una falsa democrazia

La borghesia presenta le competizioni elettorali come la massima espressione della “sua” democrazia, perché in esse i lavoratori e il popolo “eleggono liberamente” i loro rappresentanti e governanti.
È totalmente falso. I partiti appoggiati dalla borghesia fanno affidamento su risorse qualitativamente superiori per affrontare le loro campagne rispetto ai partiti operai e/o di sinistra. Innanzitutto, per i grandi apporti finanziari che, direttamente o indirettamente, ricevono da aziende e imprenditori.
Il Pstu rifiuta tassativamente di ricevere qualsiasi contributo finanziario dalla borghesia perché ciò rappresenta, nei fatti, un impegno o un debito che presto o tardi sarà pagato politicamente, poiché come si dice in Brasile “chi paga l’orchestra sceglie anche la musica”. Al contrario, il Pstu finanzia le spese della sua campagna con i contributi ricevuti dai lavoratori, dai militanti e dai simpatizzanti. Questa è la garanzia della sua indipendenza politica di fronte ai padroni e ai loro governi: ed è la cosa più importante. Ma, al contempo, rappresenta una limitazione nelle sue possibilità di sviluppare una grande campagna sui media.
D’altra parte, questa condizione è accentuata da una legislazione che discrimina i tempi gratuiti obbligatori concessi in tv a seconda del numero di deputati di ogni partito o coalizione. Il che significa che il Pstu ottiene meno di un minuto per ogni presentazione (3 giorni alla settimana), mentre il Pt o il Psdb utilizzano rispettivamente 10 e 8 minuti all’incirca in ogni periodo. Contrariamente a paesi come Francia o Portogallo in cui i tempi sono equamente divisi fra le candidature registrate, qui i partiti minoritari sono completamente discriminati.
Questa stessa legislazione stabilisce che nei dibattiti televisivi fra i candidati alla presidenza o i candidati alla carica di governatore, le emittenti debbono invitare obbligatoriamente solo quelli espressione di partiti rappresentati in parlamento. Potrebbero invitare volontariamente gli altri candidati, ma non lo fanno. In realtà, le reti televisive hanno interesse ad invitare soltanto i rappresentanti di opzioni che considerano “ragionevoli”. Così è accaduto nel dibattito della Red Bandeirantes ed è previsto che accadrà nei dibattiti che si terranno alla Record e alla Globo. In tal modo, discriminano chiaramente vari partiti di sinistra che, come il Pstu, il Pcb o il Pco non possono partecipare a questi dibattiti.
Per questo, a differenza del Psol che, attraverso Plinio, ha rivendicato il carattere democratico del dibattito svoltosi alla Red Banderiantes sol perché invitato, il Pstu denuncia il suo carattere discriminatorio ed esige la partecipazione di tutti i candidati.

Traduzione dall’originale in spagnolo di Isa Pepe e Valerio Torre - Partito di Alternativa Comunista

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