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(20 Febbraio 2010) Enzo Apicella
Continua la guerra mediatica (e non solo mediatica) all'Iran

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Guerra economica contro l'iran

(26 Gennaio 2012)

anteprima dell'articolo originale pubblicato in ciptagarelli.jimdo.com

Guerra economica contro l'iran

foto: ciptagarelli.jimdo.com

Nessuno ha mai perso soldi scommettendo sull’insensatezza dei politici dell’Unione Europea (UE). E se commerciate in petrolio, rallegratevi – e schiattate dalle risate: come c’era da aspettarsi i ministri degli Esteri della UE, seguendo docilmente il governo di Barak Obama, hanno dato semaforo verde ad un embargo totale del petrolio iraniano.

L’embargo non si applica solo a nuovi contratti ma anche a quelli esistenti, che scadranno il 1° luglio, e sono previste anche sanzioni addizionali contro la banca centrale iraniana e sulle sue esportazioni petrolchimiche verso la UE. E’ fondamentale ricordare sempre che l’embargo – una dichiarazione di fatto europea di guerra – è stata energicamente proposta in primo luogo dal neo-napoleonico “liberatore” della Libia, il presidente della Francia Nicolas Sarkozy. La scusa ufficiale per la guerra economica sono le “serie e crescenti preoccupazioni per il programma nucleare iraniano”.

Non è servito a nulla che Mosca abbia avvertito i paesi della UE di smettere di agire da semplici burattini di Washington, precipitandosi una volta di più coi loro piedi calzati da Ferragamo. I russi sanno tutto ciò che c’è da sapere sul come questo embargo può essere terribilmente controproducente.

La UE difende la sua strategia – o guerra economica – quale unico modo per evitare “il caos in Medio Oriente”. Ma la guerra economica può finire per provocare la guerra fatta e finita che teoricamente cerca di prevenire; parliamo delle conseguenze che può avere.

E questo ci porta direttamente al dramma dello Stretto di Hormuz. Teheran ha ripetutamente affermato che chiuderà Hormuz solo – e dobbiamo ripetere, solo – se verranno bloccate le esportazioni di petrolio dell’Iran. Questa misura rappresenterebbe un colpo mortale all’economia iraniana – completamente dipendente dalle esportazioni di petrolio – per non parlare del regime controllato dal Leader Supremo Ayatollah Alì Kamenei. Il vero piano di Washington e delle sue marionette europee è il cambio di regime, ma questo non può essere detto all’opinione pubblica mondiale.

Le tracce delle mie lacrime

Dei cinque principali importatori di petrolio iraniano, quattro sono in Asia; due membri del BRICS (Cina e India), oltre agli alleati degli USA Giappone e Corea del Sud. Imparzialmente si può pensare che tutti questi importatori incolperebbero con forza gli statunitensi/europei per le loro provocazioni (e, di fatto, alcuni lo stanno già facendo) se l’Iran prendesse in considerazione il blocco dello Stretto di Hormuz, o l’attivazione di una serie di mine.

L’Unione Europea, da parte sua, importa 600.000 barili di petrolio al giorno dall’Iran; si tratta del 25% circa delle esportazioni giornaliere di 2,6 milioni di barili dell’Iran. Il principale importatore della UE è l’Italia. Altri importatori chiave sono Spagna e Grecia. Tutti questi paesi del Club Med, per dirlo esattamente, sono attualmente avviluppati da profondi problemi economici.

La UE insiste nel suo discorso politico nella cosiddetta impostazione della “doppia corsia” verso l’Iran. In sintesi la doppia corsia si traduce praticamente nel “tacete, cedete ai nostri paesi, smettete di arricchire l’uranio e sedetevi al tavolo a trattare alle nostre condizioni”.

Quindi, quando il capo della politica estera della UE – la incredibilmente innocua Catherine Ashton – fa discorsi sulla “validità della doppia corsia”, i diplomatici seri in tutto il mondo sviluppato li interpretano per quello che sono: una barzelletta. Non è proprio un incentivo perché l’Iran rinnovi i suoi negoziati nucleari con il gruppo dei “Sei dell’Iran” (i membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: USA, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania).

Intanto il Signore delle marionette europee – il governo di Obama –applica tutta una serie di pressioni sulle potenze asiatiche perché smettano di comprare petrolio iraniano. Per tutte queste – compresi Giappone e Corea del Sud – continuerà ad essere lo stesso: hanno bisogno del petrolio dell’Iran ancor più dell’Occidente.

Anche la British Petroleum (BP) – il super contaminatore del Golfo del Messico – ha richiesto al governo di Obama una esenzione dalle sanzioni. Tutto ha a che fare col capitolo cruciale del Ductistan – lo sviluppo dell’immenso giacimento di gas Shah Deniz II in Azerbaigian.

Non c’è modo che l’Europa possa beneficiare del gas del Mar Caspio senza un massiccio investimento di 22.000 milioni di dollari per sviluppare Shah Deniz II – nel quale l’Iran ha una partecipazione del 10%. Shah Deniz II sarebbe essenziale per rifornire il gasdotto Nabucco – se arriverà ad essere costruito. Nabucco va di traverso alla Russia, alleato strategico dell’Iran, che guarda caso ha una influenza occulta sulla somministrazione di gas all’Europa, come gli stessi europei non mancano mai di lamentarsi a Bruxelles.

Se l’Iran lo blocca, l’accordo muore. Quindi abbiamo una situazione post-surrealista in cui il Grande Petrolio della Gran Bretagna – attraverso BP – implora gli USA che lo escluda dalle sanzioni, altrimenti la sicurezza energetica dell’Europa sarebbe in pericolo. Succede anche che la Gran Bretagna è un nemico implacabile del regime di Teheran, ma si basa ancora sull’Iran perché “salvi” l’Europa dagli artigli di Gazprom. Qualcosa di impossibile da inventare.

La City non dorme mai

Il nome del gioco in Iran sarà sempre quello del cambio di regime, perché il sogno di Washington e delle sue marionette europee è di impadronirsi della favolosa ricchezza di petrolio (12,7% delle riserve globali) e di gas. E il fatto è che questa ricchezza sta beneficiando la Rete di Sicurezza Energetica Asiatica, e non l’Occidente.

Gli immensi giacimenti di Azadegan del Nord e del Sud – 26 milioni di barili – sono sfruttati da, chi mai se non…… la Cina; la Corporazione Nazionale del Petrolio di Cina sta sviluppando entrambi, investendo 8.400 milioni di dollari per i prossimi 10 anni. Quanto ai campi di Yadavaran, questi li sta sviluppando la Corporazione del Petrolio e della Chimica di Cina; in 4 anni produrranno quasi 200.000 barili al giorno. E tutto questo senza parlare il più grande giacimento di gas del mondo – South Parks – del quale l’Iran possiede, insieme al Qatar, una grande parte.

E poi abbiamo il cruciale fronte del petrodollaro. Dominique Strauss-Kahn (DSK), poco prima di essere obbligare a rinunciare all’incarico di direttore generale del Fondo Monetario Internazionale da uno scandalo sessuale, insisteva sulla fine del dollaro statunitense quel moneta mondiale di riserva, proponendo al suo poso i diritti speciali di giro del FMI – la moneta virtuale del FMI che comprende il dollaro statunitense, l’euro, la lira sterlina, la yen e lo yuan.

Bene, sta già succedendo, per altre vie. Un memorandum all’asse Washington/Bruxelles che non compie il suo dovere: la Cina e l’India già stanno guardando male le sanzioni di USA/UE contro l’Iran.

Tre membri del BRICS (Russia, Cina e India), oltre a Giappone e Iran – un potente insieme dei maggiori produttori e consumatori di energia – già commerciano o sono sul punto di farlo con le loro monete. La Russia e l’Iran hanno appena iniziato a commerciare in rials e rubli. Tutte queste potenze hanno accordi bilaterali, che inesorabilmente si orientano a diventare multilaterali; e questo si traduce nel fatto che il dollaro statunitense sta cominciando a svanire lentamente come moneta di riserva globale, con tutte le conseguenze sismiche che questo comporta.

E’ come se un mondo attonito stesse osservando un suicidio rituale al rallentatore, commesso da un Occidente dominato da Washington.

Esiste anche il frutto di buon auspicio per il resto di questo Anno del Dragone – la prossima borsa delle divise negoziate in yuan nella City di Londra. Pechino la vuole – e la City la vuole come non mai. Teheran già vende petrolio in yuan a Pechino. Pensate all’Iran che utilizza la borsa delle divise della City per usare il suo yuan e mantenere così accesso a tutti i mercati globali – non importa la valanga di sanzioni/embargo di USA/UE.

Ovviamente gli operatori della City sanno che una borsa di yuan “di libero commercio” a Londra potrebbe essere un vantaggio per l’Iran; ma, a differenza di quegli idioti di Bruxelles, perlomeno i truffatori della City sanno che gli affari sono affari.

da: rebelion.org; 25.1.2012
(traduzione di Daniela Trollio Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli” Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni)

Pepe Escobar
Scrittore e giornalista di Asia Times Online.

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