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No alla guerra no alla falsificazione della storia

presa di posizione del Circolo Granarolo-Minerbio (BO) del PRC sulla questione delle foibe

(29 Dicembre 2002)

Al Direttore responsabile
Giancarlo Mazzuca
del quotidiano il Resto del Carlino

E p. c.
a tutti i mezzi d'informazione
con preghiera di pubblicazione

Egregio Direttore

È apparso sul giornale che Lei dirige, il Resto del Carlino del 13 dicembre 2002 a pagina 30, un articolo scritto da un suo collaboratore, Lorenzo Previato, in cui afferma che Rifondazione Comunista avrebbe votato in Consiglio Comunale a Minerbio un ordine del giorno per intitolare una strada alle vittime delle foibe. Constatiamo con dispiacere come questa notizia sia del tutto destituita di fondamento e palesemente falsa, dato che il Partito della Rifondazione Comunista non è rappresentato nel Consiglio Comunale di Minerbio.

Con tutto il rispetto per il Signor Romano Masi e la lista che rappresenta (progetto per Minerbio socialisti democratici), facciamo presente come egli non sia iscritto a Rifondazione Comunista, non lo è mai stato, non è neanche simpatizzante e non lo è mai stato. La lista non appartiene a Rifondazione Comunista e nessun iscritto ne fa parte.
La invitiamo pertanto a riportare sul Carlino, entro pochi giorni, la smentita di quanto è stato scritto. Non è sufficiente la correzione di tiro apparsa sul Carlino del giorno dopo che comunque fa intravedere la complicità dell'elettorato di Rifondazione Comunista. Qualora questo invito alla correzione dell'articolo non venisse tempestivamente ottemperato, considerato il grave danno politico e di immagine subito dal nostro Partito, considerata inoltre la palese ed inequivocabile falsità della notizia, ci riserviamo ovviamente di adire le opportune vie legali.

Inoltre, per salvare l'immagine del partito sulla questione delle foibe, si chiede di pubblicare integralmente la posizione del PRC rappresentata da quanto segue:

No alla guerra no alla falsificazione della storia

Le foibe come l'espulsione delle minoranze di lingua italiana da vaste zone dell'Istria e della Dalmazia rappresentano un dramma storico di vaste proporzioni, una conseguenza della seconda guerra mondiale, che ha visto morire milioni di uomini e di donne, vittime della pazzia umana che si chiama guerra.
Le guerre sono portatrici di odio, rancori, sete di vendetta; le guerre anche quelle cosiddette umanitarie non risolvono i problemi anzi li rendono ancora più drammatici. È giusto quindi che il dramma delle foibe venga studiato e discusso, in maniera seria e approfondita, senza pregiudizi ideologici o addossando responsabilità unilaterali, come invece strumentalmente la destra italiana fa da anni, e non solo, ma anche qualche eminente personaggio della sinistra si è accodato, certamente oltre che a disfarsi dell'ideologia ci si vuol disfare anche della storia.
Il fenomeno degli infoibati, e cioè del seppellimento di persone (fucilate o in altro modo giustiziate) nelle cave carsiche dette foibe e nelle cave di bauxite ad opera degli insorti guidati dal Movimento resistenziale sloveno, croato e italiano in Istria e nella Venezia Giulia, conobbe due periodi e due territori distinti. Il primo riguarda l'Istria e va dal 9 settembre al 13 ottobre 1943 e cioè subito dopo l'armistizio firmato da Badoglio, quando quasi tutta la penisola incuneata fra Trieste e Fiume cadde sotto il controllo degli insorti, rispettivamente dei partigiani di quella regione e militari italiani; il secondo periodo va dal 1° maggio alla metà di giugno 1945 e riguarda le città di Trieste e Gorizia con i rispettivi territori conquistati ed amministrati per 45 giorni dalle truppe jugoslave.

Quando terminò la prima guerra mondiale e nell'Istria ex austro-ungarica sbarcarono le truppe italiane, nella regione risiedevano più di duecentomila croati e sloveni autoctoni (ne erano stati registrati 225.423 nell'ultimo censimento austriaco nel 1910) e cioè più del 60 per cento della popolazione totale. Era una popolazione, quella slava, composta in prevalenza da contadini; la popolazione italiana invece era composta da lavoratori dell'industria, da artigiani, da commercianti e proprietari terrieri presenti più o meno compattamente nelle cittadine costiere.
Ancor prima della firma del Trattato di Rapallo del 1920 che assegnò definitivamente l'Istria all'Italia, quando ancora la regione era soggetta al regime di occupazione militare, la popolazione dell'Istria si trovò di fronte allo squadrismo italiano in camicia nera, parzialmente importato da Trieste, che in quella regione si manifestò con particolare aggressività e ferocia, servendosi non soltanto dell'olio di ricino e del manganello.

Gli stessi storici fascisti, tra i quali spicca l'istriano G.A. Chiurco, vantandosi delle gesta degli squadristi e glorificandole nelle loro opere, hanno abbondantemente documentato i misfatti compiuti dagli assassinii di antifascisti italiani quali Pietro Benussi a Dignano, Antonio Ive a Rovigno, Francesco Papo a Buie ed altri, alla distruzione delle Camere del lavoro ed all'incendio delle Case del popolo, alle sanguinose spedizioni nei villaggi croati e sloveni della penisola, ecc.

Questi misfatti continuarono sotto altra forma dopo la presa del potere a Roma da parte di Mussolini
L'avvento del fascismo fu disastroso soprattutto per gli slavi istriani: furono distrutti e/o aboliti tutti gli enti e associazioni culturali, sociali e sportivi della popolazione slovena e croata; sparì ogni segno esteriore della presenza dei croati e sloveni, vennero abolite le loro scuole di ogni grado, cessarono di uscire i loro giornali, i libri scritti nelle loro lingue furono considerati materiale sovversivo; con un decreto del 1927 furono forzosamente italianizzati i cognomi di famiglia (in alcuni casi il cambio dei cognomi fu attuato con tale diligenza che due fratelli, o padre e figlio, ricevettero due cognomi diversi), furono italianizzati anche i toponimi; migliaia di persone finirono al confino (Tremiti, Ustica, Ponza, Ventotene, S.Stefano, Portolongone, Lipari, Favignana, ecc.) o nel migliore dei casi, se dipendenti statali, specialmente ferrovieri furono trasferiti in altre regioni d'Italia; nelle chiese le messe poterono essere celebrate soltanto in italiano, le lingue croata e slovena dovettero sparire perfino dalle lapidi sepolcrali, queste stesse lingue furono cacciate dai tribunali e dagli altri uffici, bandite dalla vita quotidiana.

Gli slavi furono discriminati perfino nel servizio militare, finendo nei cosiddetti "Battaglioni speciali" in Sicilia e Sardegna. Alcune centinaia di democratici italiani, socialisti, comunisti e cattolici che lottarono per la difesa dei più elementari diritti delle minoranze subirono attentati, arresti, processi e lunghi anni di carcere inflitti dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Per gli slavi il risultato fu la fuga dall'Istria circa 80.000 persone, metà delle quali trovò rifugio nelle due Americhe e l'altra metà nell'ex Jugoslavia.

Sul piano ideologico il risultato fu che nella stragrande maggioranza questi esuli istriani slavi e quelli rimasti si schierarono su due fronti opposti ma accomunati dall'odio contro il fascismo e l'Italia.
Nella primavera del 41 le truppe italo tedesche attaccano la Yugoslavia quell'aggressione tra il 6 aprile 1941 e l'inizio di settembre 1943 fu caratterizzata come documenta lo storico triestino Teodoro Sala ("L'Espresso", Roma, 19 settembre 1996) non soltanto dalle brutali annessioni delle Bocche di Cattaro, di larghe fette della Croazia e di una parte della Slovenia, ma anche da una lunga serie di crimini di guerra compiuti da speciali reparti di occupazione, fra i quali si distinsero per ferocia le Camicie Nere, per ordine dello stesso Mussolini e di alcuni generali: "si giunse alle scelte più draconiane dei comandi militari italiani", ne derivarono "rapine, uccisioni, ogni sorta di violenza perpetrata a danno delle popolazioni".

Decine di migliaia di civili furono deportati nei campi di concentramento disseminati dall'Albania all'Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto.

Solo nei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel solo lager di Arbe (Yugoslavia) ne morirono 4.000 circa, fra cui moltissimi vecchi e bambini per denutrizione, stenti, maltrattamenti e malattie.
A proposito ecco un documento del 15 dicembre 1942, in quella data l'Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell'XI Corpo d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati "presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi dell'inanizione da fame", sotto quel rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: "Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo".

Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di "briganti comunisti passati per le armi" e "sospetti di favoreggiamento" arrestati, in una nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose; "Chiarire bene il trattamento dei sospetti, cosa dicono le norme 4C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!".

L'ultima frase è sottolineata, il generale Robotti alludeva alle parole d'ordine riassuntive del generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia (Supersloda) il quale nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge:
"Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente".

Una frase che ci fa ricordare l'eccidio di Gramozna Jama in Slovenia dalla quale furono riesumati nel dopoguerra i resti di centinaia di civili massacrati durante l'occupazione per ordine delle autorità militari italiane; furono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla "Provincia del Carnaro", dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti.
In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906) fu proposta la deportazione della popolazione slovena. "In questo caso scrisse si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all'interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana".

Il figlio di Nazario Sauro (l'eroe della Prima guerra mondiale), Italo Sauro, in un "Appunto per il Duce", nel quale riferisce un suo colloquio con l'SS Brigade Fuehrer Guenter (v. Bollettino n. 1/aprile 1976 dell'Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione del Friuli Venezia Giulia), lo informava tra l'altro: "Per quanto riguarda la lotta contro i partigiani, io avevo proposto il trasferimento in Germania di tutta la popolazione allogena compresa tra i 15 e i 45 anni con poche eccezioni", ma i tedeschi dissero di no.

Dopo L'8 settembre l'Istria insorse e gran parte del territorio fu liberato dai partigiani italiani e slavi con l'appoggio determinante di gran parte dell'esercito italiano, che era d'istanza sul territorio, vogliamo ricordare in questa occasione la divisione Bergamo, decimata dalle truppe naziste, dopo la resa, il 1 ottobre i nazisti fucilarono con l'accusa di avere collaborato con i partigiani di Tito tre generali e 47 ufficiali italiani; la divisione Emilia che si sacrifico nella difesa di Cattaro, prima di arrendersi ai nazisti ebbe 597 morti, 1000 ferti furono migliaia i deportati, la divisione Marche dopo una accanita resistenza si arrese il suo generale Giuseppe Amico fu fucilato. In tutta la Yugoslavia si combatteva, in Istria i fascisti italiani appoggiarono militarmente l'offensiva nazista Istrien che puntava a rioccupare i territori liberati, dopo una strenua resistenza l'Istria fu rioccupata dalle truppe nazi-fasciste, 13000 furono i morti, migliaia i catturati tra cui moltissimi soldati e cittadini italiani, pochi di essi fecero ritorno dai campi di concentramento, decine i villaggi dati alle fiamme.

Andremmo troppo lontano se volessimo citare altri documenti, centinaia, che ci mostrano il volto feroce dell'Italia monarchica e fascista in Istria e nei territori jugoslavi annessi o occupati nella seconda guerra mondiale.
Gli stupri, i saccheggi e gli incendi di villaggi si ripetevano in ogni azione di rastrellamento. Una documentazione di questi crimini la si può trovare nel libro "Bono Taliano" (Italiani in Jugoslavia 1941-43 - La Pietra, Milano, 1977), nel volume "La dittatura fascista" di Autori vari (Teti, Milano, 1984) ed altri.
Alla luce di questi fatti, dunque, vanno visti gli avvenimenti successivi.

Il regime fascista fu un regime caratterizzato da un violento spirito antislavo, che per un ventennio fece di tutto per distruggere culturalmente e non solo, le popolazioni croate e slovene con leggi liberticide, deportazioni di massa, tribunali speciali, condanne a morte.
E poi nel 41 aggredì la Yugoslavia instaurando un regime di occupazione durissimo che poco ebbe da invidiare a quello che l'Italia avrebbe subito dopo l'8 settembre 43.
Regio esercito e camice nere si resero responsabili di veri e propri crimini di guerra: fucilazioni di massa, incendi di villaggi, stupri, furti; a tutto ciò va aggiunto il tentativo degli alti comandi di strumentalizzare le tensioni interetniche tra i diversi popoli iugoslavi.

In questo senso, delle foibe e delle espulsioni di massa deve essere considerato corresponsabile il regime monarchico-fascista, con la sua politica imperiale e aggressiva.
Quando si parla di foibe, si deve avere il coraggio di dire tutto questo.

Se c'è una questione di cui la repubblica italiana deve farsi carico è semmai, il non avere mai fatto entrare nella propria coscienza collettiva i crimini di guerra di cui l'Italia si è macchiata in Yugoslavia e non solo; e il non avere mai processato alti ufficiali e gerarchi del regime che emanarono ordini criminali.
E' da tempo che uomini politici di diversi schieramenti e intellettuali, fanno di tutta un'erba un fascio, fascisti partigiani tutti sullo stesso piano, c'è chi parla di questi fascisti assassini come di giovani che fecero scelte sbagliate, che lo fecero per l'onore della patria, che lo fecero in buona fede.
Che i repubblichini servi dei nazisti, autori dei massacri, torturatori e aguzzini con simboli di morte ben espliciti sulle uniformi e sui loro gagliardetti, erano in buona fede e servito la patria, è un'offesa per tutti quelli che hanno pagato con la vita la costruzione della democrazia nel nostro paese e in Europa. Questa verità storica e questa memoria intendiamo difendere senza cedimenti, non per un pugno di voti, ma per impedire che delle mistificazioni, dettate da opportunismo politico diventino il nuovo fondamento della nuova memoria collettiva degli italiani.

Granarolo, lì 14-12-2002

Partito della Rifondazione Comunista
Circolo Granarolo-Minerbio

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