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Da Bologna: Bassora come Stalingrado

un'intervento di "Proletari nella metropoli"

(1 Aprile 2003)

La resistenza in Iraq ha stupito tutti, per primi gli imperialisti statunitensi e britannici che credevano di poter entrare lanciando bombe e regalando coca cola.

La resistenza del popolo irakeno non ha come fulcro la difesa del regime di Saddam Hussein (messo al potere dai servizi segreti statunitensi), ma si combatte per non diventare schiavi di un regime economico militare diretto apertamente dalle truppe anglo-americane.

Bassora, città sciita del sud dell’Iraq, resiste ai bombardamenti, agli accerchiamenti e dimostra che il popolo può contrastare l’imperialismo. La guerriglia si è dimostrato più volte l’unico metodo di lotta che si può utilizzare contro un esercito regolare, tecnologicamente molto più avanzato. La guerriglia non è solo una tattica militare contrapposta a quelle ufficiali, ma una forma propria del proletariato in lotta, che rende ogni aspetto della società una possibile arma contro il nemico. Ogni macchina, ogni via, ogni casa diviene una possibile base di guerriglieri fedayn.

Il mondo arabo è in subbuglio, è incredibile vedere come in Iran, storico avversario militare ed economico dell’Iraq, masse sempre più grandi manifestano in favore della resistenza irakena. Il proletariato medio-orientale è attivo in queste mobilitazioni così come nella resistenza armata. Le borghesie arabe sono vassalli ubbidienti degli interessi imperialisti, le organizzazioni islamiche sono le uniche che riescono a incanalare la protesta e darsi forme d’organizzazione. Non esistono margini di autonomia del proletariato, il massimo che può esprimere in quella area precisa del pianeta è una lotta radicale antimperialista.

La guerra in Iraq è solo l’ennesima manifestazione della guerra permanente che l’imperialismo attua nel mondo. La resistenza irakena, così come quella palestinese non potrà vincere se non sarà supportata da una rottura del fronte interno: le metropoli industriali occidentali. Questa rottura oltre a basarsi sulla lacerazione sociale che il processo di crisi capitalista porta con sé (precarizzazione del lavoro, proletarizzazione dei ceti medi, flussi migratori) può subire una accelerazione se la resistenza delle masse arabo-islamiche incrinerà la compattezza dell’esercito imperialista. Più soldati dell’esercito imperialista ritorneranno orizzontali ed imbustati maggiore sarà la lacerazione del fronte interno.

In occidente, le mobilitazioni per la pace (manifestazioni, blocchi, scioperi) sono spinte da una forte dimensione etico-morale. Non si pone il problema di come contrastare i processi imperialisti in atto, saldando la lotta delle masse arabe con le mobilitazioni operaie in occidente. Il pacifismo si accontenta di manifestare la propria indignazione. Si assume la sconfitta prima di aver combattuto.

Alcune forme utilizzate nelle mobilitazioni contro la guerra come blocchi e azioni dirette, erano state introdotte come pratiche diffuse nei mesi precedenti da settori di classe operaia nuovamente attiva: dai lavoratori delle pulizie ferroviarie agli operai del blocco fiat. Il fronte interno, la metropoli capitalista, vede i lavoratori resistere contro gli effetti dei processi di crisi in atto. Le lotte in questo periodo, pur coinvolgendo dopo tanti anni sempre più fasce di operai, non riescono ancora a sviluppare delle forme di azione autonoma, tali da incidere realmente nei rapporti di forza contro i padroni. Non c’è quindi il problema di creare nuove organizzazioni più a sinistra della cgil o al tempo stesso di dare vita a correnti rosse all’interno del sindacato, ma di sviluppare dove è possibile forme di autonomia proletaria. Autonomia proletaria come processo di liberazione dai codici, dalle organizzazioni, dalla morale, dai tempi del capitalismo.

Se gli scioperi sono vietati, i precari minacciati di licenziamento, ecc.. sarà necessario darsi forme adeguate per lo scontro in atto non piangere rincorrendo il vuoto diritto borghese.

Oggi ogni elicottero abbattuto, ogni soldato imperialista morto aiuta oggettivamente la lotta operaia nella metropoli capitalista, incrina la compattezza dell’imperialismo e rende possibili nuovi scenari tali da rendere praticabili forme di liberazione del proletariato dal giogo capitalista.

Proletari nella metropoli

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