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Il fascino “indiscreto” della burocrazia

Sul funzionamento e sulle "regole" in “Lavoro Società – cambiare rotta”

(25 Ottobre 2003)

Una delle cose su cui spesso si è discusso in “Lavoro Società – cambiare rotta” è la questione delle regole. Le regole non sono tutto ovviamente. L’elemento determinante di un progetto rimane la sua linea e la sua coerenza e su questo esiste da tempo, ed è da più parti sollecitata, la necessità di una seria verifica rispetto alle recenti esperienze dell’area.

Che un’area programmatica abbia comunque necessità di dotarsi di regole è cosa ovvia poichè queste attengono al suo funzionamento. Ma ci sono regole e regole.

Come abbiamo sottolineato in altre occasioni, occorre prestare attenzione a regole che producono un esagerato ed immeritato potere a favore dell’apparato sindacale, non solo perché ciò contraddice uno degli obiettivi dell’area programmatica (lo sviluppo della democrazia sindacale e di modelli organizzativi che favoriscano la massima partecipazione), ma anche perchè si innescano così processi di centralizzazione che finiscono per produrre una “casta di burocrati” che potrebbero agire esclusivamente in difesa di se stessi, come in parte già succede.

Non c’è nulla di più negativo per un progetto politico (come è la battaglia che la sinistra sindacale Cgil si è impegnata a fare per lo sviluppo di un sindacalismo di classe in contrapposizione alle ipotesi concertative) che rompere il legame, anche nelle forme dell’organizzazione e della partecipazione, tra la base che sostiene e rende possibile questo progetto e quei compagni che (grazie proprio a questa base) hanno avuto l’incarico e l’opportunità di sostenere il “progetto” dall’interno degli apparati della Cgil. E’ inevitabile infatti che tale separazione organizzativa produca nel tempo (in assenza di verifiche e di partecipazione vera alle discussioni ed alle decisioni) rischi di una ben più preoccupante separazione anche politica.

E’ da tempo che l’area programmatica “Lavoro e società – cambiare rotta” soffre di una preoccupante tendenza a rendere stabile questa separazione. Ogni riflessione e decisione in merito alla linea dell’area è sempre più chiusa nelle strette stanze degli apparati. Sempre più gli apparati soffrono di quella mania di autoreferenzialità che li porta a credersi autentici rappresentanti della linea, unici e capaci interpreti della complessità di una situazione che la base non può comprendere, di una fine e studiata tattica che l’inesperta e “movimentista” base potrebbe compromettere.

Di fronte alla questione delle regole (cioè della necessità di tenere vivo il legame tra la base ed i suoi apparati, attraverso percorsi di partecipazione, verifiche e decisioni collettive) sempre più forte è l’insofferenza della burocrazia verso chi, dal basso, esprime delle critiche o chiede momenti di discussione e verifica sull’attività dell’area. Il risultato è che riunioni dell’area che vedano la partecipazione dei delegati si fanno sempre più rare, e sempre di più l’apparato decide da solo e rifiuta di sottoporsi a verifica. ... Praticamente... un’area nell’area.

A chi critica questa deriva burocratica si risponde che l’area ha assunto come proprie regole di funzionamento quelle della Cgil le quali prevedono che la sede della verifica e della direzione dell’area sia rappresentata dall’insieme dei compagni eletti nei direttivi.

Una visione ristretta della democrazia, ben lontana da quello che l’area dovrebbe praticare per dimostrare, anche dentro la Cgil, che un altro sindacato è possibile. Ma anche queste limitate regole incontrano i loro limiti proprio in quel “fascino indiscreto della burocrazia” che porta l’apparato a supporre se stesso come cosa altra, più potente, più pregnante, più preparato ed intelligente, tanto da non poter sopportare neppure queste stesse regole che lui stesso ha proposto.

Così, l’apparato, diventato burocrazia, non rispetta neppure le limitate regole che ha dichiarato di voler rispettare. Anzi le modifica e le trasgredisce ogni volta a suo piacimento poichè tutto si può sopportare, meno il dover dipendere dall’obbligo si essere rappresentanti di qualcosa, di un progetto collettivo, a cui rendere conto politicamente. La burocrazia si riconosce solo in ciò che valida se stessa, e si difende da ciò che può compromettere quel percorso personale che il burocrate ha deciso di seguire.

Vediamo alcuni esempi recentissimi su come la burocrazia non rispetta neppure le regole che si è data:

Scuola.

Nel direttivo Milanese della Cgil scuola ci si è trovati, a giugno 2003, di fronte ad una richiesta del coordinatore dell’area (in segreteria) di andare a cambiare il compagno distaccato nell’apparato. In quella occasione la maggioranza dei componenti il direttivo della Cgil scuola Milanese si esprimeva per confermare il compagno già distaccato. Nonostante ciò il coordinatore dell’area (in segreteria) procedeva alla sostituzione del compagno distaccato con un altro di suo gradimento.

La maggioranza dei componenti il direttivo chiede allora una riunione di chiarimento sulle regole alla presenza dei centri regolatori. Riunione che si tiene il 3 ottobre 2003 alla presenta dei coordinatori nazionale di categoria e provinciale e regionale confederale.

Con loro sorpresa i compagni di lavoro e società del direttivo milanese si sono sentiti dire che:

1. il segretario che rappresenta l'area può prendere decisioni contrarie all'opinione chiaramente espressa della maggioranza dei componenti del direttivo aderenti all'area.

2. se i componenti del direttivo aderenti all'area valutano di non essere più rappresentanti dal suddetto, possono "sfiduciarlo" ma loro, i centri regolatori, gli chiederebbero di rimanere, cioè .. rimarrà comunque al suo posto.

3. ogni futura riunione dell'area di Lavoro Società scuola di Milano sarà "commissariata" con la presenza di un segretario camerale dell'area.

In pratica, secondo la burocrazia, gli unici a decidere sono loro, e vanno bene solo le decisioni che risultino a loro gradite.

Alla maggioranza del direttivo è stato così detto (in sostanza) che la loro presenza nella struttura non serve a nulla. Il vero padrone dell’area è il coordinatore e lo rimarrà anche se questi sarà sfiduciato dagli stessi compagni che lo hanno eletto, anche perché così piace al coordinatore nazionale ed ai coordinatori confederali provinciale e regionale. La Burocrazia difende se stessa. Non è questione di regole, ma di potere.

Poste.

Mentre il coordinatore nazionale di sinistra sindacale Cgil della Slc esprime un giudizio positivo sul recente rinnovo contrattuale, senza per altro avere mai convocato il coordinamento di area nazionale, nei territori, da parte di molti delegati dell’area si esprime invece un giudizio negativo. Gli attivi dell’area convocati in Toscana, Puglia, Lombardia, Liguria, esprimono il loro giudizio votando documenti che invitano al voto contrario sul contratto, ed in molti altri territori la critica si manifesta altrettanto forte. Oltre al merito, una delle critiche riguarda la decisione (sostenuta anche dal coordinatore nazionale dell’area) di andare immediatamente alla consultazione tra i lavoratori, in pieno periodo estivo, essendo stato firmato il contratto a metà luglio. Le assemblee (deserte per ovvi motivi) si sono tenute quindi tra fine luglio ed agosto.

I Coordinatori dell’area (tutti funzionari) più che dell’esito della discussione tra i delegati dell’area manifestano invece particolare preoccupazione al fatto che la componente di maggioranza della categoria si sia ufficialmente dispiaciuta della posizione contraria al contratto, dei delegati dell’area. Infatti la segreteria della SLC della Toscana, successivamente all’assemblea dei delegati Toscani, aveva inviato una lettera al coordinatore regionale dell’area manifestando stupore e insofferenza verso le critiche che i delegati dell’area hanno espresso in merito al contratto e domandandosi, in pratica, se sia il caso di continuare l’esperienza di “gestione unitaria della categoria”. Cosa da non credere e che getta nell’insonnia il coordinatore regionale dell’area.

A settembre, il coordinatore nazionale dell’area, assieme ai coordinatori regionali di categoria e confederale convoca 15 compagni del coordinamento regionale Toscano (non solo delegati delle Poste) a cui si chiede di votare un documento che sostiene la positività del contratto Poste. Si pensa cioè di fare votare ad un gruppo ristretto di ”eletti”, in maggioranza neppure interessati al contratto delle poste, un qualcosa che non tiene in nessun conto, anzi smentisce, il parere espresso da un attivo regionale di delegati dell’area ufficialmente convocato e quindi legittimato anche formalmente. Su 15 presenti 5 votano contro esprimendo il parere che in presenza di divergenze politiche così chiare e preoccupanti tra l’apparato e la posizione espressa dall’attivo dell’area, si dovesse ritornare di nuovo all’attivo dei delegati interessati a quel rinnovo contrattuale per un approfondito chiarimento.

Ma queste procedure democratiche non interessano. Il merito ed il progetto di sinistra sindacale sono altra cosa. Ciò che serve è poter sventolare un pezzetto di carta che rassicuri la maggioranza della Slc Toscana della fedeltà, sopra ogni dubbio, del coordinatore dell’area di minoranza. La stessa operazione viene fatta successivamente, non senza contrasti, anche a livello nazionale poiché anche il coordinatore nazionale sente il bisogno di poter sventolare un analogo pezzettino di carta.

Di fatto decidono di non tenere conto di quella che è la posizione espressa dalla base che loro dovrebbero rappresentare e si rifiutano di convocare delle riunioni con i delegati interessati per verificare il loro consenso o meno al fatto che i coordinatori intendono invece ribadire il loro giudizio positivo sul contratto. Il massimo della democrazia di cui sono capaci si limita alla convocazione di riunioni di 15 persone in Toscana e forse poco di più a livello nazionale, solo perché sicuri di averne il controllo.

Verrebbe da pensare quindi che i coordinatori si siano convinti che la loro base non “capisce nulla”, per non dire di peggio, (secondo loro nessuna persona sana avrebbe potuto bocciare quel contratto) e così si rielaborano le regole per dare alla burocrazia quella parvenza di consenso che permetta loro di tornare a girare a testa alta e senza vergogna nei palazzi della Cgil.

Chimici.

Il 17 ottobre 2003 viene convocato il direttivo Milanese della Filcea Cgil. All’ordine del giorno, indicato nella lettera di convocazione, c’è di tutto, meno che la sostituzione di componenti dimissionari del direttivo. Il coordinatore milanese dell’area effettua due giorni prima un veloce e assolutamente generico giro di telefonate comunicando che l’area si trova di fronte alla necessità di individuare proposte per la sostituzione di due compagni dimissionari. Dei compagni del direttivo (neanche tutti), contattati telefonicamente molti rispondono altrettanto genericamente, senza impegno, non sembrando la cosa urgente e ritenendo che ci fosse tempo per una riunione dell’area per valutare meglio le proposte. Almeno una di queste sostituzioni si presentava in effetti problematica perché da questa dipendeva l’opportunità di inserire nel direttivo, finalmente, un delegato in rappresentanza della parte chimica dell’Eni, azienda importante della realtà Milanese unicamente ed esageratamente rappresentata nel direttivo, fino a quel momento, solo da delegati del comparto energia. Una questione questa che richiedeva una serena discussione tra tutti.

Si arriva quindi al giorno del direttivo con la richiesta di metà dei compagni del direttivo che sollecitano l’individuazione di una data per la riunione dell’area che avrebbe dovuto decidere in questo senso.

Con sorpresa si scopre che il coordinatore milanese dell’area ritiene conclusa la questione. Le sostituzioni sono già state decise da Lui e della loro validità si dice convinto non avendo trovato nel giro di telefonate opposizioni particolari. A chi gli ricorda che il non aver fatto opposizioni al telefono era legato al fatto che ci si attendeva una riunione vera con tutti nella quale discutere, si rispondeva che la proposta era ormai stata concordata con la maggioranza e che era immodificabile e che la questione era all’ordine del giorno del direttivo odierno.

In questo caso abbiamo scoperto che esiste anche la democrazia via cavo. “Io ti ho telefonato, visto che non mi hai mandato a quel paese, vuol dire che la mia proposta ti andava bene”.

Mentre i compagni dell’area erano all’esterno del locale in cui si teneva il direttivo a discutere sul che fare, ancora prima della relazione di apertura, al direttivo vengono fatte votare le cooptazioni.

Ai compagni non resta che rivolgersi al coordinatore confederale per chiedere il rispetto delle regole. Ma il coordinatore milanese della Filcea Cgil dichiara subito la sua non disponibilità ad una riunione di chiarimento. Da quando è diventato segretario si deve essere montato la testa. Ora si è convinto che l’area è lui, gli altri sono invitati ai direttivi solo per fare numero.

La violazione di qualsiasi regola attraversa tutta la categoria, fino al livello nazionale, dove ormai non si riesce più a convocare nessuna assemblea dell’area e neppure i componenti i direttivi, non solo su problemi di ordinaria gestione ma neppure sulle politiche contrattuali. Il rifiuto a portare le decisioni a riunioni dell’area nasce dalla strana e preoccupante (per lui) teoria attorno a cui si arrovella il coordinatore nazionale dell’area che considera l’insorgere di critiche, o opzioni diverse dalla sua in materia di politica contrattuale, come la prova lampante di un complotto ordito da alcuni per dare dispiacere a lui.

Grazie a questa teoria il coordinatore nazionale viaggia ormai da almeno due anni per conto suo, incurante del fatto che lui dovrebbe rappresentare un’area che è fatta di uomini e donne che ne hanno resa possibile l’esistenza in categoria, convinto di essere l’unico ad avere le idee chiare.

Non si capisce poi che cosa ci stia a fare in segreteria nazionale visto che è sempre d’accordo con la maggioranza e visto che persino sulle critiche alla legge 30 risponde affermando che queste vengono fatte solo grazie a “pressioni esterne”.

A Milano come a Roma non si riesce più a convocare una riunione dell’area. Viene quindi da domandarsi se esiste ancora un’area in categoria o se qualcuno non stia in realtà lavorando per la sua liquidazione. E se i delegati dell’area si autoconvocassero? Ma ciò non è previsto dalle “regole”. Le convocazioni le può fare solo chi è coordinatore dell’area.

Questi sono alcuni casi recentissimi a cui andrebbero aggiunti altri, vecchi e nuovi, in diversi territori e diverse categorie.

Da ciò appare chiaro come in realtà l’area stia funzionando in “assenza di regole”, neppure di quelle limitate a cui l’apparato dichiara di fare riferimento.

La necessità di una assemblea nazionale dell’area, più volte richiesta anche a fronte dell’urgenza di metterne a fuoco una linea ed una strategia ricavata da quel documento congressuale che tutti abbiamo sostenuto, appare ancora più urgente a fronte di questa caduta di democrazia e di regole nel suo funzionamento.

Sarebbe un errore sottovalutare ciò, e sarebbe un errore ritenere che la delega agli apparati di rappresentare sempre e comunque l’interesse dell’area, debba essere la regola.

Diventare burocrati è molto più facile di quanto appaia. Molti già sono stati catturati da questo “fascino indiscreto della burocrazia” che, se valorizza loro, facendo loro presumere di essere diventati soggetti potenti e quindi non criticabili, capaci di progettualità infinite, e tattiche strabilianti, porta inevitabilmente alla sconfitta del progetto dell’area programmatica.

L’area ha sicuramente bisogno di apparati che sostengano il suo progetto, ed è suo diritto averli in base al consenso ottenuto congressualmente. Ma un conto è avere dei compagni nell’apparato ed un altro è avere a che fare on dei burocrati. L’apparato rappresenta uno strumento operativo per lo sviluppo dell’area. I burocrati lavorano invece per loro stessi e …. siamo pronti a scommetterci, saranno i primi a passare (ufficialmente, visto che sostanzialmente già lo sono) con la maggioranza, alla prima occasione.

Se vogliamo salvare e rilanciare l’area programmatica ed i contenuti di una battaglia, tuttora attualissima, che stiamo sostenendo da anni con il sacrificio di tanti, la questione delle regole diventa altrettanto importante e dirimente della discussione che dovremo fare sui contenuti delle battaglie contrattuali. Altrimenti, è solo questione di tempo … la burocrazia ucciderà il lavoro di tanti anni e di tanti compagni.

Ottobre 2003

Le delegate ed i delegati aderenti all'area "Lavoro Società - cambiare rotta" della Cgil, aderenti al movimento per un coordinamento nazionale delle Rsu

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