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(14 Novembre 2010) Enzo Apicella

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(Memoria e progetto)

Quale riformismo? Oggi.

Piero Sansonetti, La sinistra è di destra,
Rizzoli, Milano, 2013.

(19 Febbraio 2013)

Il libro di Piero Sansonetti esamina la deriva liberista, o meglio destrorsa, della sinistra nazionalcomunista italiana che col marxismo, intendiamoci, ha ben poco a che fare. Ma quel poco basta a intorpidar le acque, in cui i cosiddetti «marxisti» dicono di navigare. E ragionarci sopra, non fa certo male. Anche perché l’autore è addentro nelle vicende e nei comportamenti della sinistra nazionalcomunista italiana. Parla quindi con cognizione di causa. Inoltre, lo sappiamo bene, l’Italia, sovente, è un laboratorio politico per soluzioni che possono riguardare altri Paesi, le cui condizioni presentano analogie, come Francia e Spagna. Motivo per cui, il libro è sicuramente interessante, anche se resta sul piano della critica ideologica, senza fondarla in base alla recente evoluzione sociale del Bel Paese, e ciò giustifica qualche défaillance. Però è anche divertente, e gli possiamo perdonare questa pecca.

Nulla sarà come prima …

Sansonetti appartiene a una razza in estinzione, quella dei riformisti. Quelli veri, non quelli che parlando di riforme ci impongono controriforme stile Fornero … peraltro già preparate dai pionieri della sinistra (do you remember Tiziano Treu?). Ma questi son dettagli. Ora, turiamoci il naso, ed entriamo nel merdaio.

Il punto di partenza di Sansonetti è il crash dell’autunno 2008. Esordisce affermando:

« … l’idea che fino al 2008 era dominante tra gli intellettuali e anche nel “popolino” [quel famoso popolo della sinistra …, ndr] – cioè che ormai il capitalismo era in piena inarrestabile espansione e un’inaudita moltiplicazione dello sviluppo e della produzione avrebbe risolto i problemi dell’umanità – be’, in pochi mesi quell’idea si è sgretolata».

Una bella doccia fredda, che avrebbe potuto far rinsavire la sinistra (o meglio il Pd), dando fiato a un orientamento riformista. Invece è avvenuto il contrario. La sinistra si è indirizzata verso la scuola economica ultraliberista di Milton Friedman – quella dei Chicago boys –, che ispirò prima il golpe in Cile e poi la svolta reaganiana, da cui lo smantellamento dello stato sociale, con le devastanti conseguenze che vediamo oggi negli Usa. Questa è la medicina per l’Italia, propinata dal governo «tecnico» del professor Monti! Di fronte alla quale, la sinistra ha abbandonato ogni pur pallida velleità riformista, ancora presente negli accenti anticapitalistici di Occhetto alla Bolognina.

Come è potuto accadere?

Per spiegarlo, Sansonetti ripercorre le vicende che, dal Pci, hanno visto via via sorgere il Pds, l’Ulivo e infine il Pd con, a latere, l’appendice dissidente, raccolta dentro e attorno Rifondazione Comunista, in un nostalgico ritorno al passato, fuorviante e inconcludente. Per condire il viaggio, si sofferma sulla formazione politica e culturale dell’attuale gruppo dirigente del Pd, dipingendoci un bel quadretto di «tipini tranquilli», che non furono mai giovani ... e che spesso ebbero paura della loro ombra. E soprattutto non colsero quanto avveniva sotto i loro occhi. Ligi a quella prudentia, tanto cara a Togliatti. E a Santa Madre Chiesa.

Momenti cruciali nell’evoluzione dal Pci al Pd sono stati il crollo del muro di Berlino (ottobre 1989), «Mani pulite» (1992) e il berlusconismo (1994 …). Nel corso di quegli anni, vennero a galla gli aspetti caratteristici del background ideologico nazionalcomunista: il giustizialismo moralista (un po’ forcaiolo e con accenti sessuofobi), l’elitarsmo politicante (una sorta di dispotismo illuminato o democrazia octroyée), l’idiosincrasia per la libertà, «e dunque per la libera elaborazione politica» (dal basso, aggiungo io).

Lo sbocco è l’attuale pantano ideologico, dominato da quel rigido legalitarismo perbenista (le regole!), degno dei benpensanti d’antan, amanti dell’ordine sociale, della sicurezza nelle strade e della famiglia monogamica (anche omosex, ma pur sempre famiglia). Francamente, sono valori meschini, un po’ retrò, a mala pena nobilitati con l’esaltazione dello Stato etico di hegeliana (e gentiliana) memoria.

A questo proposito, Sansonetti commenta: «La sinistra italiana, anche la più moderata (soprattutto la più moderata), non si è mai liberata dallo stalinismo». Cosa vuol dire? In soldoni vuol dire: tanto fumo organizzativo e poco arrosto progettuale. E, una volta venuto meno il fumo e bruciato l’arrosto, è rimasto il nulla, vestito di moralità. Con la paura del «nuovo», che ha accompagnato la sinistra negli ultimi vent’anni.

Quale intervento politico? Oggi

A prima vista, il saggio di Sansonetti sembrerebbe un viaggio nella preistoria; facendo però maggiore attenzione, ci fa scoprire i vizi d’origine della sinistra nazionalcomunista, che hanno determinato prima la deriva liberal e poi l’attuale scivolone reazionario. Sansonetti indica come peccato originale, fonte di tutti i mali futuri, la via putschista o giacobina al potere (per la conquista dello Stato), non necessariamente violenta, ma comunque attuata da élite, ovvero il partito «leninista». Accompagnata da tattiche politiche più o meno raffinate ma che, alla lunga, scadono in espedienti di piccolo cabotaggio. Con risultati fallimentari, di fronte alle grandi svolte della storia patria, ma soprattutto internazionale.

Sono osservazioni che faccio anch’io, nel mio Quale intervento politico? Oggi*. Beninteso, anche se le remote radici sono comuni (e anche gli errori), la mia critica si rivolge alla sinistra comunista internazionalista, rivoluzionaria, alla quale pongo l’esigenza di un intervento politico proletario, rivoluzionario. Degno di questo nome. Che esca dalle secche della propaganda e del proselitismo, entrambi di stampo religioso, e non politico. E tanto meno rivoluzionario.

Sansonetti, invece, si rivolge alla sinistra nazionalcomunista (scusate se mi ripeto!), alla quale propone di ritornare al riformismo. Ipotesi che, per quanto sentita di fronte all’incombente debâcle (non per nulla il libro è pubblicato da Rizzoli) oggi, secondo me, non è più possibile. Perché? L’ipotesi riformista si fonda su aiuti economici pubblici (statali) per sostenere la produzione (e quindi il mercato) – il cosiddetto keynesismo –, i cui margini di manovra, oggi, sono assai precari. Gli eventuali aiuti (quando ci sono) vengono assorbiti dal vortice della speculazione finanziaria. Come si è visto recentemente con il crack del Monte dei Paschi di Siena, gestito da nazionalcomunisti, cresciuti all’ombra delle logiche keynesiane. Anche la partecipazione democratica, che dovrebbe dar impulso al progetto riformista, ha il fiato corto, se lo stesso Sansonetti ci dice: «La democrazia del ventunesimo secolo diventa una tecnica e una gara tra persone». La democrazia ha il fiato corto perché, dico io, cerca di mettere insieme proletari e borghesi, quando, sull’onda della crisi, gli spazi di mediazione e di accordo tra «padroni e operai» sono sempre più esili, almeno in Italia. Altrove sono inesistenti da tempo, se non da sempre.

In conclusione, se oggi la crisi vanifica un intervento politico riformista, degno di questo nome, a maggior ragione diventa possibile, anzi indispensabile, colmare il vuoto che inevitabilmente viene a crearsi (e non ci son Grilli che tengano), con un intervento politico proletario rivoluzionario.



Milano, febbraio 2013

Dino Erba

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