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Riflessioni auree

Il dollaro scende sempre più giù, mentre l'oro risale ... sul trono

(14 Dicembre 2004)

L’oro, da tempo ormai, non funge più né da mezzo di circolazione (currency), né da mezzo di pagamento, neppure nel commercio internazionale. Di conseguenza, anche la parte aurea delle riserve mondiali si è sempre più ridotta, anche se è tuttora consistente (poco meno del 20%). Esso, tuttavia, anche se strada facendo ha perso e perde le funzioni monetarie non essenziali, resta tuttora il denaro per eccellenza (money), la moneta mondiale. Il dollaro Usa è, oggi, la valuta mondiale, sostenuta dalla forza economica e militare degli Usa; l’Euro lo sta tallonando da presso, sostituendolo gradualmente come valuta di riserva (ma le banche centrali hanno in cassa tuttora circa 2.500 miliardi di dollari Usa, per cui ancora per parecchi anni esso resterà la valuta di riferimento dell’economia mondiale, anche se solo per inerzia).

Quando ci si riferisce all’oro è ormai una verità considerata evidente da tutti che esso sia stato detronizzato quale denaro, dal dollaro e, in genere, dalle varie monete nazionali. E’ una vera e propria dòxa (opinione comune), divenuta col tempo una vera e propria episteme (scienza diffusa), fuori discussione. In realtà, di solito, si fa una grande confusione tra denaro, moneta e valuta.

Il denaro è, innanzitutto e soprattutto, una merce, anzi la merce universale, equivalente generale del mondo delle merci particolari. In quanto tale esso è essenzialmente misura dei valori. La moneta altro non è che la forma concreta (mutevole) assunta dal denaro sul mercato, quale scala dei prezzi, nelle sue funzioni di mezzo di circolazione e di mezzo di pagamento. Ma la moneta non è il denaro, in quanto essa misura i prezzi, non i valori; e ne è una sua manifestazione derivata. La valuta, infine, è la moneta dei singoli Stati nazionali, la moneta nazionale.

Ciò premesso, appare chiaro allora, contro ogni evidenza opinabile, che l’oro – pur avendo perso tutte le sue connotazioni, per così dire, logicamente (ma non storicamente) inessenziali, resta tuttora la misura dei valori del mondo delle merci, che costituiscono il mercato mondiale, quindi, il denaro per eccellenza.

Come si spiega, allora, l’insufficienza della riserva mondiale d’oro rispetto alla quantità e al valore delle merci sul mercato mondiale? Si spiega, in generale, con l'enorme velocità di circolazione delle monete; in particolare, con l’abnorme sviluppo del “capitale fittizio”; nonchè con l’iperbolico aumento di ogni forma di indebitamento (individuale, familiare, aziendale, statale e nazionale). Mediante l'indebitamento sistematico si rimandano i pagamenti (la resa dei conti) a un domani sempre più lontano, scaricandone i costi (spese, interessi e commissioni) e il saldo sulle generazioni future, forse nella convinzione che tanto – prima o poi – il nostro pianeta verrà distrutto da un meteorite troppo grosso o da una guerra nucleare globale, così che tutti i debiti verranno cancellati, assieme alla faccia della terra!

Intanto, tuttavia, le attuali generazioni operaie e proletarie in genere (e non solo), sono schiacciate oggi, qui ed ora, dai debiti contratti da quelle che le hanno precedute e, ricattate di continuo, sotto la minaccia dei licenziamenti, sono obbligate a vivere ai limiti della sopravivenza, perché “non dobbiamo superare il 3% di rapporto deficit/pil”, perché “dobbiamo scendere sotto l’attuale 106% di rapporto debito/pil”, perché “lo Stato non ha più soldi per i servizi sociali, le pensioni, i suoi dipendenti, ecc.” Tutti discorsi senza senso visto che l’operaio col suo lavoro mantiene tutti, e non si capisce come, ciò facendo, non possa aver diritto ad una scuola e sanità decenti, e ad una pensione decorosa, ecc.

Evidentemente il denaro, la ricchezza reale, viene incanalata verso le tasche di un gruppo di famiglie, che si trovano ai vertici dell’oligarchia finanziaria, le quali sono diventate una sorta di gigantesca sanguisuga che succhia il prodotto del sangue e del sudore di circa 7milioni di operai, lasciando a secco i restanti circa 15milioni di lavoratori (artigiani, contadini, impiegati, quadri tecnici, ecc.).

La presunta detronizzazione dell’oro in realtà serve a nascondere l’anima sparviera del capitalismo contemporaneo, cui la camicia aurea sta troppo stretta, perché lo costringerebbe coi piedi per terra e, soprattutto, gli impedirebbe di assorbire plusvalore senza passare per la cruna dell’ago della produzione. Un ritorno all’oro, come denaro mondiale, sarebbe un bagno salutare per fare piazza pulita della montagna di carta straccia che tenta di coprire i rapporti di sfruttamento attuali. Ma comporterebbe anche una resa dei conti tra gli imperialismi rivali, con un bagno di sangue di proporzioni inimmaginabili.

Solo una società che avrà abolito la proprietà privata dei mezzi di produzione, per cui non ci sarà bisogno di commerciare, perché la distribuzione dei prodotti sociali avverrà in modo naturale, secondo le esigenze dei produttori liberamente associati, potrà fare veramente a meno dell’oro e del denaro in genere. Sarà meglio convincersene prima possibile, almeno un minuto prima che chi trae vantaggio dall’attuale stato delle cose non ci precipiti in una ennesima carneficina mondiale, in nome delle patrie, delle bandiere nazionali, della religione o della “civiltà” migliore.

s.b.

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