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Danilo Mannucci
Da Livorno a Marsiglia, passando per Salerno, con soggiorni di studio nelle galere fasciste

(14 Gennaio 2014)


Ubaldo Baldi, "Varcando un sentiero che costeggia il mare. L’avventurosa vita di Danilo Mannucci", Con la collaborazione di Giuseppe Mannucci, Editrice Gaia, Angri (Salerno), 2013. Pagine 333. 15€.

Il volume può essere richiesto a Editrice Gaia, via Tenente Manniello 3, 84012 Angri (Salerno).

Spesso, i figli dei militanti rivoluzionari rimuovono il ricordo dei padri. È comprensibile. Il più delle volte sono ricordi di grandi disagi, se non di veri e propri drammi, in cui essi furono coinvolti, involontariamente e «irresponsabilmente». Lo scorrere del tempo contribuisce poi a relegare in un lontano passato la memoria di eventi che, nella nostra percezione immediata, sembra quasi che non siano mai avvenuti. Complice l’ideologia dominante, che fa di tutto per nascondere il «lato cattivo» della storia.

Giuseppe Mannucci, figlio di Danilo, è un’ammirevole eccezione. Gli scorsi anni, Giuseppe ha ricostruito con grande passione e tenacia le vicende del padre, trovando uno storico non di mestiere ma di gran vaglia, il medico Ubaldo Baldi, che con altrettanta passione ha messo nero su bianco «l’avventurosa vita di Danilo Mannucci». Ma ha saputo anche legare questa «vita avventurosa» alle vicende di un periodo assai caldo della storia italiana, gli anni che abbracciano le speranze accese dalla Rivoluzione russa e le tragedie della Seconda guerra mondiale. Sono anni di grandi lotte operaie e contadine, prima contro la guerra e poi contro il fascismo. Sempre con la speranza e la meta di un mondo migliore, senza sfruttamento e senza oppressione. In queste lotte, Danilo Mannucci fu il rappresentante tipico di una generazione proletaria balzata alla ribalta della storia, e che spesso ebbe significativi ruoli.

Danilo nacque a Livorno il 28 agosto 1899, in una famiglia proletaria di tradizioni repubblicane. Tornato dalla guerra, rinvigorì il proprio impegno politico, prima nella gioventù socialista e poi nel Partito comunista d’Italia. Fu in prima linea nella lotta contro lo squadrismo fascista, a Livorno particolarmente feroce. Nel maggio 1921, fu tra i fondatori del battaglione cittadino degli Arditi del popolo, entrando a far parte dell’esecutivo segreto. Nella primavera del 1923, in seguito alle pressanti persecuzioni poliziesche e alle aggressioni fasciste, decise di emigrare clandestinamente in Francia. Si stabilì a Marsiglia, dove già si era trasferito il padre, e riprese l’attività politica, entrando nelle Centurie proletarie, organismo paramilitare di ispirazione comunista, che ebbe vita stentata.

Questa appartenenza gli procurò un arresto con conseguente estradizione in Italia. Rientrato presto in Francia, fu sottoposto a una crescente attenzione da parte delle autorità francesi e italiane. Dopo essersi sposato, nel 1927, ed essere divenuto padre di Nadia, visse e lavorò tra Marsiglia e altre località del Midi, svolgendo attività politica e sindacale, in particolare a sostegno delle lotte dei minatori delle Bocche del Rodano. Nelle miniere di Provenza, a La Londe-les-Maures, in quegli stessi anni, faticava e bestemmiava un altro reietto, il polacco Jean Malaquais, che ci ha lasciato una vivace descrizione di quell’inferno nel romanzo Les Javanais. Immancabilmente, Danilo partecipò agli scontri con i fascisti che, imbeccati dal locale consolato italiano, cercavano di reclutare adepti tra i molti lavoratori italiani immigrati.

Entrato nell’occhio del ciclone poliziesco, il 24 dicembre 1935 fu espulso dalla Francia in aperto spregio al diritto di asilo politico. Nonostante proteste e attestati di solidarietà da parte di molti esponenti della sinistra francese, fu consegnato alle autorità italiane, che lo processarono, lo condannarono e quindi lo inviarono al confino, che trascorse in varie località, dove conobbe diversi esponenti del movimento operaio italiano. Furono anni di studio e di riflessione politica, in cui maturò il dissenso con il partito. La rottura avvenne a Ventotene, nel settembre 1939, in merito al Patto Hitler-Stalin. E con la rottura, dovette fare i conti con le meschinità di un partito ormai profondamente corrotto dallo stalinismo, che lo afflisse in una situazione personale già molto difficile, con la salute minata e le preoccupazioni per la moglie e la figlia lontane.

L’armistizio (8 settembre 1943) lo colse ancora al confino, a Baronissi, nelle vicinanze di Salerno, dove era stato concentrato un gruppo di irriducibili. Con l’arrivo degli americani (28 settembre 1943), riacquistò piena libertà e poté stabilirsi a Salerno. Nel frattempo aveva stretto ottimi rapporti di amicizia e affinità politica con Ippolito Ceriello, vecchio compagno della Sinistra comunista, legato ad Amadeo Bordiga. Insieme ad altri vecchi militanti, Mannucci e Ceriello organizzarono la Federazione comunista salernitana, che ebbe come portavoce «Il Soviet», cui entrambi collaborarono.

La loro iniziativa entrò presto in contrasto con l’orientamento del Pci e divenne inconciliabile con l’arrivo di Togliatti in Italia e con la conseguente «svolta di Salerno» (marzo 1944). Nel giugno 1944, con Ceriello, fu prima destituito da ogni carica e quindi espulso. Con il solito contorno di calunnie infamanti. In quei mesi aveva partecipato alla fondazione della Frazione di sinistra dei comunisti e socialisti italiani che, a Salerno, pubblicava «Il Proletario». Contemporaneamente, fu eletto segretario provinciale della Camera del Lavoro di Salerno, aderente alla Confederazione Generale del Lavoro, «rossa», per distinguerla dalla Confederazione Generale Italiana del Lavoro che i nazional-comunisti stavano cucinando con i venduti e collaborazionisti della peggior risma. I risultati li stiamo pagando oggi.

Nel luglio 1945, Danilo approvò la fusione della Frazione con il Partito Comunista Internazionalista e, nei mesi seguenti, si prodigò in numerose iniziative di agitazione e propaganda. Nell’aprile del 1946, fu espulso dalla sezione di Salerno del PCInt., poiché contrario all’espulsione di Ceriello, avvenuta in seguito alla sua decisione di candidarsi alle elezioni amministrative nel paese natale, Laviano, piccolo centro nell’alta valle del Sele, dove fu eletto sindaco e confermato per due legislature.

Questa volta, il dissenso politico non inficiò il reciproco rispetto e i rapporti personali, che si mantennero saldi negli anni. E così deve essere tra compagni. Come Danilo dimostrò, proseguendo la sua strada, al di fuori di ogni meschina logica di bottega.

Con questo spirito, si iscrisse al Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup) e partecipò attivamente alle lotte contadine per l’occupazione delle terre, in Calabria e in Puglia, assumendo incarichi politici e sindacali. Nonostante l’impegno profuso (o forse proprio a causa di quell’impegno), gli scherani del «Partito nuovo» di Togliatti lo tenevano d’occhio e colsero ogni pretesto per rendergli dura la vita, fino a isolarlo politicamente, costringendolo infine, nell’agosto 1949, a ritornare in Francia con la seconda moglie e i tre figlioletti nati a Salerno. A Gardanne, tra Marsiglia e a Aix-en-Provance, visse il resto dei suoi giorni, tra mille difficoltà, assicurando il pane alla famiglia e senza mai desistere dai suoi giovanili ideali, anzi, rinfocolandoli ogni volta che si prestava l’occasione. I suoi interventi ebbero allora poco risalto, tranne le sporadiche apparizioni su fogli ospitali, come «Umanità Nova». Morì il 28 marzo 1971, dopo una vita contro corrente che Ubaldo Baldi ci narra con dovizia di particolari, accompagnati da una ricca documentazione e arricchiti da numerose fotografie.


14 gennaio 2014.

Dino Erba

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