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Salvate la Sanità

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(28 Novembre 2012) Enzo Apicella
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Roma, Policlinico Umberto I: effetti devastanti di un appalto "al massimo ribasso” nel settore della ristorazione

(6 Marzo 2014)

Per capire in che direzione sta andando la sanità pubblica - a Roma come nel resto del paese - occorre sempre più riferirsi a servizi come le pulizie e la ristorazione. Che, in virtù dei tratti aziendalistici assunti dai grandi complessi ospedalieri, vengono considerati come una "voce di spesa" su cui risparmiare e appaltati a ditte esterne. Con conseguenze pesanti tanto sui lavoratori quanto sui pazienti, come testimonia il caso del settore ristorazione al Policlinico Umberto I di Roma. Ne abbiamo parlato con Antonio Cordeschi, dell’esecutivo regionale dei Cobas Sanità, Università e Ricerca.

alpoliclinico

Al servizio di ristorazione del Policlinico è in corso da mesi una mobilitazione. Puoi cominciare a illustrarcene le cause?
La questione è articolata. Noi abbiamo avuto negli anni scorsi una gestione del settore ristorazione piuttosto peculiare, al di fuori della legalità. In tempi non lontani, la cucina, in si prepara il vitto per i pazienti e anche per la mensa dei dipendenti, veniva gestita direttamente dall’azienda. Poi, man mano che, magari per raggiunti limiti di età, è andato via il personale, lo si è sostituito ricorrendo a una ditta che forniva un servizio di pulizia all’interno del complesso ospedaliero. Ciò, senza neanche indire una gara d'appalto. Su questo fronte, abbiamo peraltro avuto delle vertenze perché non solo questo personale veniva immesso all’interno della ristorazione impropriamente, ma non venivano nemmeno riconosciute le mansioni a chi aveva competenze e capacità specifiche (nella ristorazione ci sono figure come i cuochi, gli aiuto cuochi ecc.).
Fino alla fine del 2012 ancora c’era una situazione per cui la gara d’appalto era stata fatta soltanto per il trasporto dei carrelli, che venivano lasciati all’interno dei reparti e in seguito ritirati, dato che la distribuzione interna ai pazienti veniva fatta dal personale ospedaliero. E questo settore era gestito dalla Ditta Innova. Nelle cucine, invece, c’era il personale della società La Pul Tra. Poi è intervenuta la gara d’appalto, pubblicata dalla Regione Lazio al tempo della Polverini il 07/01/2012 ed assegnata con Determina della stessa Regione l' 11/02/2013. Essa riguardava una serie di ristorazioni della sanità pubblica laziale, ognuna corrispondente a un diverso lotto. Per quanto concerne il nostro lotto, il Policlinico Umberto I, la società vincitrice dell’appalto è stata la Innova, che – come ho anticipato – aveva già in mano una parte del servizio. Ma forse è meglio dare dei dati semplici per far capire come è avvenuta la gara. Considerate che solo per il trasporto e l’invaschettamento la Innova aveva 1700 e qualche ora a settimana. Naturalmente queste ore vanno suddivise in tempo di lavoro per ogni dipendente.
Ora, la gara indetta sotto il regno della Polverini concerne il settore ristorazione nella sua globalità, quindi – oltre a quello che vi ho detto – la preparazione nelle cucine, la mensa dei dipendenti, i ricettari, l’asilo nido. Bene, la Innova ha vinto con poco più di 1800 ore. Noi, ovviamente, abbiamo denunciato la gara come “al massimo ribasso”, chiedendo come era possibile che la Innova potesse svolgere, con una manciata di ore settimanali in più, una mole di lavoro incomparabile con quella che svolgeva prima. Già la Innova non riusciva a fornire un servizio adeguato quando si occupava d’un segmento della ristorazione, figuriamoci adesso. Poi, ci sembravano inevitabili delle pesantissime ricadute sul piano occupazionale.

La ditta Innova ha preso concretamente in gestione l’appalto il 10 gennaio 2014, ma la vostra mobilitazione è partita prima
Sì, perché l’Azienda Policlinico ha recepito il lotto di gara che la riguardava con una delibera del giugno 2013. Noi, presa visione delle conseguenze di questo passaggio, dall’autunno abbiamo dato vita a una vertenza, nella consapevolezza che non era possibile – viste le condizioni previste dall’appalto - continuare a fornire un servizio di ristorazione decente. Nel corso della vertenza vi sono state sia inchieste che momenti di mobilitazione. La regione è stata costretta a concedere 1000 ore in più. Ciò, tanto in conseguenza delle nostre rimostranze quanto per evitare il ricorso da parte della società che era arrivata seconda nella gara d’appalto. Però, l'aumento del “monte ore” ha coinciso con la distribuzione diretta del vitto al malato.
Il che significa consegnare a circa 1500 pazienti, a uno a uno, il vassoio, ritirarlo dopo la consumazione del vitto e riportarlo.
E stiamo parlando di uno dei complessi ospedalieri più grandi d’Europa, con un notevolissimo sviluppo orizzontale. Immaginate i tempi necessari per compiere queste operazioni.

A parte questo ampliamento delle mansioni, cos’altro è cambiato per il personale della ristorazione?
Prima di tutto va specificato che nell’appalto, oltre a tutto quello che ho detto, è previsto che le cucine non a norma, siano ristrutturate entro sei mesi. La ditta, appena entrata, non ha aspettato neanche un giorno, chiudendo subito le cucine funzionanti sino a 24 ore prima. Ciò ha comportato che i pasti venissero da fuori, ossia da Pomezia, dove ha sede la Innova. Questo cambiamento repentino ha fatto sì che nei primi giorni si creasse una situazione di grande confusione, di cui peraltro i quotidiani locali si sono occupati diffusamente. I pasti arrivavano con diverse ore di ritardo (a volte colazioni e cene insieme!).
Man mano ci sono stati degli aggiustamenti ma, dopo che sono passati almeno due mesi, noi ci troviamo ancora in una situazione inaccettabile. Noi svolgiamo costantemente riunioni, all’interno della struttura, e raccogliamo continue lamentele dai pazienti e dai lavoratori che usufruiscono della mensa.
Ma per tornare al vostro quesito, va detto che con l’arrivo di Innova non è stato più rispettato niente del rapporto contrattuale. Le mansioni non sono più prese in considerazione: i lavoratori fanno tutto. I carrelli – che talvolta pesano 60 kg - vengono spostati a mano, perché non sono stati acquistati muletti nuovi. In generale, i proprietari della ditta hanno un pessimo rapporto con i lavoratori.
Qualunque istanza o richiesta sia stata portata avanti dai dipendenti, subito ha incontrato un atteggiamento repressivo. Un nostro rappresentante, già legato da contratto alla Pul Tra e passato alla Innova, dopo pochi giorni è stato oggetto di provvedimenti disciplinari, fino al licenziamento, dovuto al fatto che lui ha detto in giro, sulla base della sua lunga esperienza nella ristorazione, che l’organizzazione del servizio non era adeguata. Per questi motivi (e per aver scritto due frasi su facebook) è stato accusato di aver rotto il rapporto fiduciario con l’azienda. Un’altra lavoratrice, per aver risposto a ingiurie dei suoi capetti, è stata licenziata. E, nel frattempo, molteplici sono state le lettere di sospensione. La ditta Innova non ha mai accettato la minima segnalazione da parte dei lavoratori, e anzi la proprietaria, in alcune interviste, è arrivata ad accusarli di incapacità, scaricando su di loro le responsabilità per le disfunzioni del servizio.
Costei nasconde che queste persone, per almeno 20 anni, sono riuscite a gestire il servizio della cucina senza che accadesse nulla di paragonabile a quel che si vede adesso.

Rispetto ai lavoratori la situazione è, purtroppo, chiarissima. Puoi entrare di più nel dettaglio rispetti danni che la nuova gestione ha arrecato ai pazienti?
Partiamo dal fatto che l’alimentazione del paziente è una cosa fondamentale. Ci sono tante patologie che richiedono diete specifiche. Se queste non vengono minuziosamente rispettate, la condizione del paziente rischia di aggravarsi. Soprattutto per alcuni soggetti, l’alimentazione è una parte della cura. E’ per questo che la situazione attuale deve essere risolta. In tal senso, abbiamo anche chiesto un confronto con la Regione: del resto, con questo ente locale eravamo rimasti che si sarebbe aperto un tavolo di confronto dopo l’ingresso della Innova. Noi sin dall’inizio avevamo precisato che non era possibile portare avanti il servizio alle condizioni con cui era stata vinta la gara d’appalto. Pretendiamo adesso che tale tavolo si faccia, perché ogni giorno che passa, le lamentele aumentano. Ci sono degli impegni che vanno assolti, sia dal punto di vista sociale generale, sia sul piano formale. Quando, promuovendo una pur discutibile gara d’appalto, vengono indicati dei criteri di qualità minimi che poi vengono completamente disattesi, occorre che poi si intervenga per sanare veramente la situazione.

Alcuni dei problemi che ci hai segnalato, si sono già verificati in altri ospedali, coinvolgendo sempre la Ditta Innova. Si pensi al trasporto dei cibi congelati, con tutti i ritardi che può comportare: al San Camillo, dove le cucine non sono più operanti, i pazienti sono ormai abituati a consumare i pasti "fuori orario".
Per non dire del San Giovanni, dove il vitto è sempre fornito da questa ditta. Anche lì si è arrivati al punto di non cucinare più sul posto. Ma invece “cucinare in loco” è fondamentale. Anzitutto per la gestione delle diete specifiche, poi per il controllo della catena alimentare, che va "monitorata" costantemente anzitutto per motivi igienici e sanitari. Oggi anche noi – sebbene qui la situazione non sia formalmente arrivata allo stesso punto degli altri due grandi ospedali capitolini - stiamo sperimentando cosa comporti il fatto che i cibi vengano da fuori, e magari siano invaschettati senza rispettare i giusti tempi.
Quel che dà più fastidio è che il Policlinico Umberto I, per altre cose i soldi li spende. Invece sul piano della ristorazione si va al ribasso, con gli esiti di cui s’è detto.

Per caso avete avuto contatti con i lavoratori di queste altre strutture sanitarie dove opera la stessa ditta?
Se intendete rapporti stabili, direi di no. Abbiamo avuto delle chiamate, rispetto ad alcune iniziative. Ma stare dietro a queste vertenze “permanentemente” non è facile. Noi, diversamente dai rappresentanti dei sindacati confederali, non abbiamo distacchi, quindi lavoriamo tutti i giorni. In più, il clima di “dura repressione” che si vive in tutti gli ospedali fa sì che, in generale, vi sia un timore diffuso, che riduce la spinta ad attivarsi per il rispetto dei propri diritti. Ogni lavoratore che si permette di esprimere dissenso, rischia immediatamente il licenziamento.
In questo contesto, c’è però anche una forte responsabilità regionale. E’ la Regione che indice le gare d’appalto, dunque deve verificare – o direttamente, col suo personale, o tramite i direttori sanitari – che gli indici qualitativi da essa indicati, siano rispettati. Altrimenti, soggetti come la Innova continueranno a sentirsi forti e a gestire i rapporti con i lavoratori secondo le modalità che abbiamo sin qui evidenziato.

A parte la richiesta di apertura di un tavolo, cui accennavi prima, avete fatto presente alla Regione le sue inadempienze?
Guardate, qualche settimana fa c’è stata l’inaugurazione di un nuovo reparto, quello dell’oncologia pediatrica. Sono venuti tutti. Dalla ministra a Zingaretti, fino a D'Amato che è responsabile regionale della cabina di regia del settore sanità. In quel giorno, gli abbiamo consegnato uno scritto in cui venivano messi in evidenza gli impegni che loro non hanno rispettato. Ma questo non ha portato ad un diverso atteggiamento da parte delle istituzioni che, rispetto alle nostre istanze, si mantengono su un piano di elusività.
Ciò, in barba al fatto che la Innova viola le stesse condizioni che erano state pattuite per il suo ingresso. Ad esempio, risultava che i lavoratori dovevano fare una pausa di 10 minuti, però abbiamo appurato che a questa regola non si dava seguito. Dopo nostre rimostranze, sui muri è stato appeso un foglio che segnala questa pausa, ma quanto viene finalmente indicato non è comunque rispettato, altrimenti si blocca tutto.
In più è stata richiesta la cassa integrazione in deroga, legata ai lavori di ristrutturazione. Che però, dal 10 gennaio, da quando sono state chiuse le cucine, non sono partiti. Comunque, la loro richiesta iniziale era di mettere più di 40 persone in cassa integrazione in deroga. Noi abbiamo fatto presente che così sarebbe stato ancora più difficile, per non dire impossibile, portare avanti il servizio.

E’ dunque fondato il timore che, quella che state provando, non sia una situazione transitoria e che potrebbe accadere anche qui ciò che si è già verificato al San Camillo e al San Giovanni…
Noi non abbiamo la palla di vetro, però il timore c’è. Del resto se la Regione – magari facendosi scudo dietro la “spending review” – accetta che le norme di un appalto che ha indetto non siano rispettate, lo scenario che ci si pone davanti è fosco.
Certo, se davvero si arriva alla soluzione già adottata altrove, le cose si mettono male. I controlli che si possono fare internamente – sul piano igienico e sanitario – sono ben altra cosa rispetto a quelli che si possono svolgere quando una ditta come la Innova gestisce tutti i passaggi della catena alimentare, inclusa la preparazione dei vitti.

In questo contesto, quali passaggi di lotta prevedete di portare avanti?
Intanto abbiamo in programma questo incontro a livello regionale. La data non è ancora fissata però abbiamo già parlato col presidente della Commissione Sanità della Regione perché vogliamo chiarire sino in fondo questa situazione. Si tratta per noi di un passaggio cruciale: se ci sarà meno sordità istituzionale rispetto alle nostre istanze, i lavoratori - in parte intimiditi dalla cappa repressiva che si respira nell'ospedale - potrebbero tornare ad attivarsi.

A cura de Il Pane e le rose - Collettivo redazionale di Roma

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