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LAVORO MINORILE E “SOCIALISMO BOLIVARISTA”

(25 Luglio 2014)

Dal n. 19 di "Alternativa di Classe"

Non esiste un momento nella Storia dell'umanità, in cui è cominciato il fenomeno del lavoro minorile. Pare certo, però, che il periodo dello schiavismo, in cui il padrone si “faceva carico” della intera vita dello schiavo, sia stato quello in cui, ovviamente solo fra gli schiavi, i bambini erano dediti al lavoro come se fosse una loro normale attività. Si può discutere su cosa significhi “età adulta” per le diverse etnie e civiltà, ma il dato certo è che l'attività propria del bambino sia il gioco, e non certo solo fino ai cinque anni!...
E' solo dal 20 Novembre 1989 che è stata enunciata la “Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia”, che, a differenza della prima “Dichiarazione dei diritti del bambino”, adottata dalla Società delle Nazioni nel 1924, introduce per tutti i bambini il diritto “di essere tutelati da tutte le forme di sfruttamento e di abuso”. La Convenzione, ad oggi, è stata ratificata da 194 Stati, e per il suo rispetto opera l'UNICEF, il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia; essa all'art. 31 sancisce il diritto al gioco da parte “del fanciullo”, mentre all'art. 32 ne prevede la “protezione dallo sfruttamento” sul lavoro, rinviando alle legislazioni dei singoli Stati le fissazioni di termini di età per le diverse tutele. La priorità dell'articolato è rappresentata però, comunque, dalla questione della formazione, che viene fatta passare per il primo “deterrente” contro il lavoro; sappiamo bene che non è così!
Eppure già la Convenzione n.138 dell'O.I.L. (Organizzazione Internazionale del Lavoro) del 1973 stabiliva, “per qualsiasi lavoro” o impiego, un'età minima prevista pari a quella per il termine della scuola dell'obbligo, e, comunque, mai “inferiore ai quindici anni”, riportabile, per le economie “più deboli” ai quattordici anni. Si stabiliva anche un'altra regola, e cioè che, nel tempo, il limite minimo di età non si poteva che innalzare! La dissonante formulazione della, pur posteriore, Convenzione ONU si spiega col fatto che, pur essendo anche OIL un suo organismo, vi aderiscono, ad oggi, più di 130 Paesi (la maggior parte dei quali ha aderito solo dopo il concreto Programma IPEC del '92 e la Convenzione n.188 del 1999, contenente “misure immediate contro le “forme peggiori di lavoro minorile”) sui più di 180 membri... Va ricordato che OIL agisce con la compresenza di sindacati ed “associazioni datoriali”, che i sindacati in ogni Paese hanno diritto ad un solo membro sui quattro che decidono, ed, infine, che l'attività principale di OIL consiste di finanziamenti alle imprese “virtuose”.
Certamente non va sempre disprezzata, poi, l'azione dell'UNICEF, che, in alcuni casi, opera davvero, e proficuamente, per la tutela dei minori. E' altrettanto vero, però, che “i briganti imperialisti” che compongono l'ONU non possono che perseguire, in definitiva, i loro interessi di classe, ed è questo a spiegare la prevalenza, nell'ambito della normativa, dello spazio dato alla formazione rispetto a quello dato al gioco: il capitale si preoccupa di avere individui adulti conformati alle proprie esigenze ed “adeguatamente” preparati a produrre! Ne consegue che il suo principale interesse nei confronti dei bambini è proprio questo; ed è il motivo per cui si lascia, infatti, lo spazio per adeguare le legislazioni statali ad eventuali “necessità” di lavoro minorile legate al tipo di sviluppo del singolo Paese.
Nell'ottica della liberazione da ogni sfruttamento, il diritto al gioco da parte del bambino ci pare, invece, essere fondamentale almeno fino al raggiungimento della “maggiore età”, ed anche oltre! E' l'obbligo al lavoro, il lavoro salariato (che sconfina anche nel lavoro gratuito), a distogliere la persona da un proprio sviluppo armonico; ovviamente, più tale obbligo è fatto valere precocemente, più pesantemente condiziona, e più, per noi, risulta odiosamente inaccettabile!
Ovviamente il capitale non si è limitato ad offrire una formazione costruita “a sua immagine e somiglianza”, ma, approfittando del fatto che il tipo di gioco preferito, in quanto più adatto, cambia con il progredire dell'età del bambino, è entrato in modo sempre più “invasivo” anche nell'offerta di giochi preconfezionati, con l'intento di condizionare le persone al consenso verso il suo sistema il più precocemente possibile! ...Ma, per fortuna, il gioco non è il lavoro, anche se la cultura borghese lo definisce come “il lavoro del bambino”, ed il condizionamento ottenuto attraverso di esso non è, di certo, paragonabile a quello ottenuto attraverso il lavoro.
Le statistiche ufficiali dicono che il lavoro minorile è diminuito in questi ultimi anni, e ne gloriano il sistema; in realtà non esistono dati ufficiali completamente attendibili, e questo perché il fenomeno è talmente vergognoso, che i padroni stessi tendono a nasconderlo, ad occultarlo del tutto. A questo si aggiunga la piaga del “lavoro domestico”, molto diffuso nelle economie più povere, ma non solo in esse...
Il più recente Rapporto OIL, quello del 2013, stima come “minori al lavoro” circa 168 milioni di ragazzini fra i 5 ed i 17 anni di età, mostrando un trend in decrescita, rispetto ai 246 milioni, stimati nel 2000, ma si tratta “ancora” del 10% di tutti i ragazzi del mondo! Tra questi, di cui circa la metà lavora “a tempo pieno”, ben 85 milioni, più della metà, sono impiegati in lavori che certamente porteranno delle conseguenze sul loro futuro, in termini di sicurezza, salute e sviluppo! Sono numeri impressionanti! Molto spesso si tratta di condizioni vicine al limite dei “lavori forzati” e/o legati allo sfruttamento sessuale, cioè quei lavori che l'ONU ha detto di voler debellare entro il 2016...
Guarda caso, il calo maggiore si sarebbe verificato dal 2008 in poi, proprio da quando gli effetti della crisi economica si sono manifestati! Ciò riconduce ad una diminuzione dovuta a fattori estranei ad una vera “lotta contro la piaga” da parte degli organismi internazionali... La percentuale record di bambini al lavoro la detiene l'Africa, in particolare quella sub-sahariana, con il 21,4%, che corrisponde a 59 milioni di minori; poi, nell'ordine, vi sarebbe l'Asia con il 9,3% (77 milioni) ed i primati di Nepal, dove lavora il 60% dei minori, ed India, con le cifre assolute più alte (44 milioni), l'America centro-meridionale con l'8,8% (12,5 milioni) ed il Medio Oriente con l'8,4% (9 milioni).
Da più piccole sono le bambine a prevalere nel numero, poi, con l'aumentare dell'età, si riducono a circa il 20% dei minori interessati dal fenomeno. Più della metà dei minori sono impiegati in agricoltura (di questi il 20% ha meno di dieci anni), solo il 7,2% lo è nell'industria, mentre è addirittura in aumento il loro utilizzo nei servizi, che ha raggiunto il 32,3%!
Si tratta, in genere, ovviamente, di lavori a basso contenuto tecnologico, e notevolmente sottopagati, se non gratuiti (se svolti con i familiari, come è per l'80% dei minori); in agricoltura, oltre a seminare e raccogliere messi, accudire il bestiame e spruzzare pesticidi, utilizzano anche attrezzi pericolosi, taglienti e/o pesanti. Nell'industria, ad esempio in Pakistan, il 20% dei lavoratori sono bambini, che producono “palloni da calcio”, in Bangla Desh la metà dei lavoratori tessili sono minorenni, in Brasile sette milioni di bambini producono calzature sportive per l'esportazione. Ai minori, per la scarsa cognizione del pericolo, si ricorre spesso anche in miniera (soprattutto in Cambogia) ed in edilizia.
Esempio di lavoro, emergente, nel settore dei servizi, lo si vede, invece, in Kenya, dove molti minorenni fanno i “domestici” dei ricchi e sono “pagati” con gli scarti delle tavole imbandite! Sempre soprattutto in Africa, molti bambini sono dediti, insieme o meno al resto della famiglia, al recupero dalle discariche, scalzi ed a mani nude (!), di generi vari... oppure, in Rwanda, vi è ancora un “corpo militare”, composto da 8000 bambini!
Anche negli stessi Paesi imperialisti, che brillano per “civiltà”, è diffuso il lavoro minorile, per quanto in misura inferiore. Negli USA ragazzi di dodici anni sono usati, legalmente, nella raccolta del tabacco (anche se, “molto civilmente”, non possono fumare...)! In Italia ben 260 mila ragazzi tra i sette ed i quindici anni (più del 5% di tutti i ragazzi di quella fascia di età), di cui quasi metà le ragazzine, lavorano nella ristorazione, nel commercio ambulante, negli allevamenti di animali, ma non è escluso neppure un lavoro rischioso come l'edilizia!
E' questo il contesto internazionale nel quale la Bolivia di Evo Morales, il Presidente indio, “anticapitalista”, leader del MAS (Movimento per il Socialismo), quello dell'”Asse del Bene” con Cuba e Venezuela, con i quali ha consolidato l'ALBA (Alleanza Bolivarista) nel 2006, per un “socialismo del XXI° secolo”, anch'esso bolivarista, e si è “associato” al Mercosur latinoamericano, con la prevalenza del Brasile, ha costruito la “rivendicazione” del “sindacato dei bambini” di abbassare l'età minima per il lavoro. In un Paese, dove più del 28% dei minori ancora lavora, e che fino dal '97 aveva aderito alla Convenzione n.138 dell'OIL!...
Utilizzando l'ipocrisia dell'UNICEF, che distingue tra “child labour”, definito come “sfruttamento economico in condizioni nocive per il benessere psico-fisico del bambino”, e “children's work”, che rappresenterebbe, invece, “una forma di attività economica più leggera e tale da non pregiudicare l'istruzione e la salute del minore”, ma soprattutto l'altrettanto ipocrita principio UNICEF, sostenuto anche dalla Banca Mondiale, che “i principali interlocutori...” sul tema sarebbero proprio “i bambini lavoratori”, la Bolivia ha da tempo “riconosciuto” (o costruito?) l'UNATSBO, il “Sindacato dei Bambini Boliviani”.
Ebbene, proprio tale “sindacato”, guidato da tale Henry Apaza, un diciassettenne, avrebbe chiesto al Governo di abbassare l'età minima (!) per lavorare, peraltro già fissata a soli 14 anni. Non è dato sapere quanti scioperi ci siano voluti (?!), ma pare che il “socialista” Morales sia stato ben contento, il 3 Luglio, di abbassare tale età a 12 anni per i dipendenti e (udite, udite...) a 10 anni per gli “autonomi”! Si tratterebbe di “eccezioni”, attuabili a tre condizioni fino all'età di 14 anni: 1) il consenso dei genitori; 2) il “benessere fisico e mentale” del bambino assicurato dal padrone; 3) l'obbligo di passare a scuola un quarto delle 8 ore ufficiali di lavoro.
Si tratta di un “Accordo storico”, al quale (meno male!) anche in Bolivia c'è ancora chi si oppone, e troppo simile alla “contrattazione di restituzione”, che stiamo conoscendo in Italia. Così, nel terzo Paese latinoamericano che vanta di avere “debellato l'analfabetismo”, d'ora in poi si potranno vedere, pienamente legali, lustrascarpe per le strade, braccianti nelle fattorie ed “aiutanti” nelle miniere, più giovani di quanto non siano accettati oggi! NON C'E' CHE DIRE: CHE PROGRESSO PER IL NAZIONALISMO DI MORALES! Questa, infatti, è stata la dichiarazione di Evo Morales, dopo l'approvazione del nuovo “Codice del bambino”: “...Non è sfruttamento, ma è parte del sacrificio che comporta la vita!”.
Anche per cancellare la piaga del lavoro minorile, non ci sono scorciatoie: va costruita davvero l'Internazionale Comunista!

Alternativa di Classe

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