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Salario minimo e profitto massimo

(16 Maggio 2019)

scintilla

All’approssimarsi di tornate elettorali, i parlamentari borghesi e piccolo borghesi – che siano al governo o all’opposizione poco importa – depositano alle Camere provvedimenti legislativi «in difesa dei lavoratori».

Con l’occasione delle prossime elezioni europee di maggio, i riflettori sono stati accesi sul salario minimo garantito per legge, all’esame della Commissione del Senato, e su di esso hanno preso ad esercitarsi pensosi dotti in materie economiche e sociali.

Non è errato ritenere che i capitalisti conoscono l’origine elettoralistica della discussione parlamentare sul salario minimo orario, e che nessun politicante borghese ha intenzione di costringerli ad aumentare i salari per legge.

Addirittura due erano le proposte di legge all’esame dei senatori, che dovrebbero fissare il limite sotto il quale la paga oraria non dovrebbe scendere.

La proposta del M5S del 12 luglio 2018, riprendendo un articolo di un vecchio disegno di legge presentato nel 2013 e finito negli atti parlamentari, è orientato sul principio di fissare il salario minimo nella misura di 9 euro/ora al lordo degli oneri previdenziali e assistenziali.

Quella del PD depositata ancor prima, il 3 maggio 2018, lo fissava in 9 euro/ora netti.

Ambedue le proposte prevedono un adeguamento annuale dell’importo sulla base di indici statistici differenti e una serie di norme pratiche di applicazione ai rapporti di lavoro in essere.

Mentre era in corso la discussione nella Commissione del Senato, il «nuovo» PD di Nicola Zingaretti, con un colpo di teatro ha lanciato una nuova formulazione del salario minimo: non un importo fissato per legge, ma affidare la sua quantificazione alla contrattazione collettiva tra confindustriali e sindacati ufficiali, nel quadro del principio della difesa del profitto a seconda della quantità di forza lavoro e del livello della sua qualificazione necessari ai differenti settori economici e del sostegno illimitato alla lotta capitalista per i mercati.

La nuova proposta affida ad una «Commissione paritetica per la rappresentanza e la contrattazione collettiva» istituita al Cnel di stabilire il salario minimo di garanzia applicabile negli ambiti di attività non coperti da contrattazione collettiva. Questa commissione (composta da dieci rappresentanti dei lavoratori dipendenti, dieci delle imprese e dal presidente del Cnel) sarà anche chiamata ad indicare i criteri di misurazione e certificazione delle rappresentanze sindacali e delle imprese.

Il tentativo consiste nel «dimostrare» che l’attuale Stato nei paesi capitalisti non rappresenta il potere della borghesia, il suo apparato di violenza per salvaguardare la proprietà capitalistica e il proprio dominio di classe, ma è un potere al di sopra delle classi sociali, un potere di tutte le classi sociali.

Ma è la paura che ha mosso i capi del PD a venire in soccorso dei capi dei sindacati ufficiali, il timore fondato per l’inesorabile perdita della credibilità di questi ultimi agli occhi di tanti militanti e lavoratori e per l’insoddisfazione sempre più marcata dei rappresentanti confindustriali per l’incapacità di questi capi sindacali di ingannare a lungo i lavoratori.

L’introduzione di un salario minimo orario legale è indubbiamente un tentativo malcelato di vulnerare la contrattazione nazionale.

Secondo un recente rapporto Eurostat, in Italia circa il 12% dei lavoratori dipendenti riceve un salario inferiore ai minimi contrattuali.

Una legge che per tutte le categorie di lavoratori e settori produttivi in cui non sia fissato dalla contrattazione collettiva, stabilisca che ogni ora del lavoratore non possa essere retribuita al di sotto di un certo limite, produrrebbe un unico risultato: lo Stato – in quanto rappresentante collettivo del capitale – in nome del “salario minimo” si rende garante per quei capitalisti che non vorranno retribuire un’ora di lavoro in misura maggiore di quella «legalmente» stabilita.

Allo stesso tempo lo Stato si fa garante per un’altra legge, non scritta ma effettivamente operante nella società dominata dal capitalismo monopolistico: quella del profitto massimo.

Per la sua stessa formulazione, il salario legale può addirittura essere una beffa per i lavoratori – facendolo divenire la paga oraria comprensiva di tutti gli istituti contrattuali attualmente esistenti – e può comunque essere modificato in ogni momento con i pretesti più vari delle crisi finanziarie ed economiche.

Agli effetti pratici la legge non farà altro che alzare di un pizzico i salari di una parte di quel 12% dei lavoratori senza copertura contrattuale per abbassare quelli del restante 88%, ovvero ridurre il monte salari globale della classe operaia e di conseguenza aumentare i profitti della classe dei capitalisti.

Il gran parlare di salario minimo non serve ad altro che a celare il fatto che immediatamente sopra la fascia degli operai industriali, e soprattutto agricoli, inquadrati nei livelli retributivi più bassi, tutta la restante massa dei lavoratori è anch’essa costretta in condizioni salariali penose.

Le condizioni economiche della classe operaia e delle altre masse lavoratrici si definiscono dal complesso delle condizioni di lavoro e di vita. Il salario, il grado d’intensità del lavoro e la durata della giornata lavorativa, la disoccupazione, i prezzi degli articoli di largo consumo, le spese per i mutui e per la casa, le tasse e le imposte, le tariffe per i servizi socio-culturali, sono tutti fattori dai quali dipende il tenore di vita delle masse lavoratrici in complesso. Perciò, per poter dare un giudizio corretto sulle condizioni e sull’impoverimento crescente di tali masse, questi fattori dovranno essere analizzati tenendo conto della loro azione e dei loro stretti collegamenti reciproci. La mobilità di ciascuno di questi fattori esercita la propria influenza sulle condizioni economiche delle masse lavoratrici.

I capi opportunisti dei sindacati “di base” scoccano tutti i loro dardi contro la monopolizzazione della contrattazione sindacale da parte dei tre sindacati ufficiali.

Nessun dubbio che la perorazione del salario minimo legale diventa anche per costoro un espediente per conquistare a buon mercato tra i lavoratori quel credito che essi non acquisteranno mai con il tentativo di ingrossare le proprie file con i funzionari e i burocrati che cercano fama per sé fuori dalla CGIL.

Questi «capi» reclamano per i lavoratori la libertà di scegliere il sindacato che li rappresenti. Nessun dubbio che i bonzi dei sindacati ufficiali sono molto riconoscenti a simili «rivoluzionari», i quali predicano l’uscita dai sindacati dominati dalla socialdemocrazia e dal clericalismo e il rifiuto di lavorare in essi tra gli iscritti, con lo scopo di strapparli da questa influenza reazionaria, e questa loro teoria serve, in realtà, a rafforzare l’influenza della borghesia sul proletariato.

Non la “monopolizzazione” della contrattazione collettiva, ma l’attuale monopolio esercitato dalla socialdemocrazia e dal clericalismo sulla classe operaia è il nemico da battere.

Non l’abuso del termine di «sciopero generale» (ridotto nei fatti a scioperetti di sigla), ma la realizzazione delle due condizioni indispensabili perché si possa parlare di sciopero generale: la prima, il legame tra lavoratori disorganizzati e quelli organizzati e la loro comune partecipazione alla lotta; la seconda, il legame tra la lotta economica, politica e rivoluzionaria della classe operaia.

Nessun dubbio che gli opportunisti che si annidano nei sindacati confederali e in quelli «di base» vogliono celare agli occhi dei lavoratori la vera questione che oggi s’impone: l’organizzazione di un fronte unico dei lavoratori d’avanguardia, prescindendo dalla loro affiliazione sindacale e politica, per sviluppare, rafforzare ogni lotta che viene accendendosi spontaneamente, per coordinarla e indirizzarla lungo la via della generale lotta classista contro il capitale.

La teoria marxista sul depauperamento del proletariato, così magnificamente esposta da Marx ne «Il Capitale», costituisce un’arma ideologica per la classe operaia nella lotta di classe per la trasformazione rivoluzionaria della società capitalista.

Secondo questa teoria, il depauperamento del proletariato nella sua forma assoluta, cioè nella forma di un puro e semplice abbassamento del livello di vita della classe operaia, e in quella relativa, cioè nella forma della diminuzione della quota che spetta alla classe operaia nel reddito nazionale mentre in modo sempre più rapido si arricchiscono gli appartenenti all’oligarchia finanziaria, alle classi facoltose della società, è un fenomeno oggettivo che deriva dalla natura stessa dell’ordinamento capitalista e dall’azione delle leggi economiche che lo caratterizzano.

La lotta per gli aumenti salariali deve diventare una questione generale del proletariato, e non può essere invocata di volta in volta allo scadere dei singoli contratti collettivi, come è nell’indirizzo di tutta la burocrazia sindacale, confederale e «di base».

Non di una lotta per il salario minimo orario c’è bisogno, ma di una lotta generale per l’aumento consistente del potere d’acquisto degli operai, per l’aumento dei salari, delle pensioni, per dire NO ai contratti-truffa e a quelli “pirata”, per l’unificazione dei contratti e delle categorie, per la detassazione completa del salario e una forte tassazione del capitale.

Tuttavia il proletariato non deve dimenticare che nel capitalismo la lotta economica da sola non è in grado di eliminare la povertà, non può liquidare la disoccupazione e arrestare la tendenza alla diminuzione del salario reale.

Nessuna lotta economica è in grado di liquidare le leggi economiche proprie del capitalismo.

La contraddizione antagonista che si manifesta nel capitalismo tra le esigenze indispensabili degli operai per la normale riproduzione della forza lavoro ed il basso livello reale del loro soddisfacimento, ha la sua base nel carattere di sfruttamento dei rapporti capitalistici di produzione, nel fatto che i mezzi di produzione sono proprietà privata nelle avide mani dei capitalisti.

Alla soluzione di queste contraddizioni si perviene distruggendo i rapporti capitalistici mediante la rivoluzione proletaria, per la cui riuscita è indispensabile la ricostruzione del partito comunista (marxista-leninista) della classe operaia.

Da “Scintilla”, n. 99 – maggio 2019

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