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La fatalità dominante

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(26 Novembre 2011) Enzo Apicella

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(Di lavoro si muore)

La sicurezza e la vita umana non si monetizzano

Alcune note dopo la sentenza d’Appello di condanna dei responsabili della strage ferroviaria di Viareggio (32 morti)

(1 Luglio 2019)

Intervento consegnato al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede nel corso dell'Assemblea Nazionale delle Associazioni e Comitati delle stragi
Per la difesa della vita, per la salute, la sicurezza, l’ambiente
Viareggio 29 giugno 2019

verità e giustizia viareggio

Contributo di Michele Michelino (*)


I morti sul lavoro, le malattie professionali e del profitto non sono mai una fatalità.

Gli infortuni sul lavoro, le malattie professionali, e le stragi del profitto sono sempre il risultato della mancanza di adeguate misure di sicurezza, che provocano condizioni di vita e di lavoro insicure in ambienti insalubri, a contatto con sostanze nocive e cancerogene, senza adeguate protezioni per i lavoratori che coinvolgono sempre più spesso anche la popolazione.

Secondo l’ILO (l’International Labour Office), ogni giorno muoiono nel mondo più di seimila persone per infortuni e malattie professionali, mentre le stragi provocati da disastri ambientali a tutt’oggi non sono conteggiate.
Le stragi di lavoratori morti per infortuni sul lavoro e malattie professionali sono sempre da bollettino di guerra, nonostante la diminuzione dei posti di lavoro dovuti alla crisi economica che dura dal 2008.

Le malattie professionali diluiscono semplicemente le morti nel tempo: per esposizione o contatto con sostanze nocive e cancerogene nel processo di produzione, l’ILO stima che ogni anno perdano la vita circa 438.000 lavoratori, cifra senz’altro in difetto rispetto alla realtà.
L’amianto, in particolare, è responsabile della morte di 100.000 persone l’anno (più di 4.000 nella sola Italia, 11 al giorno, uno ogni due ore).

Nella crisi si sono ridotti i posti di lavoro, ci sono meno lavoratori occupati ma aumentano i morti sul lavoro e le malattie professionali.

. Secondo i dati INAIL le denunce d’infortunio sul lavoro presentate all’Istituto tra gennaio e dicembre 2018 sono state 641.261 (+0,9%) rispetto allo stesso periodo del 2017), 1.133 delle quali con esito mortale (+10,1%). In aumento anche le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 59.585 (+2,5%). Eppure il governo invece di far pressione sui datori di lavoro per migliorare gli ambienti di lavoro e di vita e sull’INAIL per aumentare le rendite (in alcuni casi miserabili per chi è invalido a vita) ha premiato i datori di lavoro diminuendo il premio assicurativo. Cioè meno soldi per i risarcimenti delle vittime sul lavoro: questa è la novità di una delle nuove leggi contenute nel decreto, “Sblocca cantieri”, che prevede una riduzione del 30% dei premi assicurativi contro gli infortuni che devono essere pagati all’Inail dalle aziende.
Sul lavoro e di lavoro per il profitto si continua a morire come nell’Ottocento: ogni anno come prima e più di prima

Anche nel 2019 i morti e gli infortuni sono in aumento-
Le denunce d’infortunio sul lavoro presentate all’Istituto tra gennaio e aprile 2019, sono state 210.720 (+2,4% rispetto allo stesso periodo del 2018), 303 delle quali con esito mortale (+5,9%). In lieve aumento anche le patologie di origine professionale denunciate, che sono state 21.224 (+164 casi) .
Questo ha comportato un aumento dei processi tuttora in corso per ottenere una giustizia che non arriva mai e che - quando tardivamente arriva - grazie alla prescrizione concede l’impunità a chi avrebbe dovuto tutelare la salute dei lavoratori ma non l’ha fatto. La stessa comunità scientifica - distinta fra consulenti delle multinazionali (lautamente pagati) e quelli del PM e delle vittime - è divisa su quale approccio utilizzare. Così per i giudici attribuire le responsabilità è molto difficile: di solito si sceglie di assolvere gli assassini .

Il nostro Comitato, parte civile in numerosi processi, ha visto esposte tesi diverse con esiti giudiziari opposti.

Milano
è il simbolo della complessità giudiziaria della materia. Pirelli, Breda, La Scala, Alfa Romeo, Enel di Turbigo, Franco Tosi, ATM e altre ancora: la maggior parte dei processi in cui sono imputati i dirigenti delle aziende i cui dipendenti si sono ammalati di mesotelioma si è finora conclusa con assoluzioni. Pirelli è stata portata in tribunale sia nel capoluogo lombardo sia in quello piemontese: una vicenda giudiziaria all’apparenza speculare che però ha avuto esiti opposti. Nel maggio del 2017 il quarto processo Pirelli di Settimo Torinese ha visto condannati in primo grado sei ex dirigenti dello stabilimento. A Milano i sette ex manager dei poli di viale Sarca e via Ripamonti, imputati per la morte di 28 operai, sono stati invece assolti.
Datori di lavoro o manager che mandano a morte consapevolmente i lavoratori senza fornirgli misure di protezioni individuali e collettive pur di risparmiare sulla sicurezza, senza dare informazioni sui rischi e la pericolosità delle sostanze usate mettendo a rischio anche la popolazione vanno perseguiti penalmente.

Per i responsabili delle stragi dell’amianto, come per quelli di altre stragi (Viareggio, Ponte Morandi, Casa dello Studente dell’Aquila e altre ancora) secondo noi non esiste solo l’omicidio colposo ma anche il reato di dolo eventuale, che andrebbe punito con un aggravamento della pena, almeno al pari di quella per omicidio stradale, ipotizzando in questi casi anche il reato di anche il reato di strage.


Oggi gli esperti che stanno dalla parte delle aziende portano avanti una teoria più articolata – rispetto all’amianto - per impedire l’attribuzione di responsabilità ai manager. Sostengono che vadano prese in considerazione solo le esposizioni iniziali all’asbesto che risalgono ai momenti più remoti della storia lavorativa di quella persona, negando tutte le esposizioni successive, che secondo questo ragionamento, non avrebbero alcuna in-fluenza sull’insorgere della malattia. Una tesi che, nella stragrande maggioranza dei casi, non permette di perseguire penalmente i dirigenti perché si va troppo indietro nel tempo, i diretti interessati non ci sono più e quindi il reato è prescritto.
In realtà noi vediamo sulla nostra pelle e quella dei nostri compagni che più amianto respiri, più sei a rischio.

Un’altra fetta di ricercatori si è però schierata a favore di un’altra tesi che mette in correlazione l’esposizione prolungata all’amianto con il rischio di sviluppare il mesotelioma. Interpretazione che nei processi è solitamente presentata dall’accusa, perché riconosce anche ai manager che si sono succeduti negli anni la responsabilità di non aver bonificato gli stabilimenti.

Chi appoggia la teoria delle esposizioni iniziali non prende in considerazione il numero di studi a disposizione: ricerche condotte su lavoratori esposti all’asbesto da decenni e studi autoptici su persone morte di mesotelioma hanno dimostrato univocamente una relazione di proporzionalità tra la quantità di esposizione alla fibre e la probabilità di ammalarsi.
Più si è esposti e respira o ingerisce amianto, più fibra si deposita nella pleura, nei polmoni e nel corpo più è probabile che si formi il tumore o si acceleri la malattia. Lo stesso vale per tutti i cancerogeni: non esiste soglia di sicurezza se non il rischio zero da noi rivendicato.

Nell’incertezza su chi abbia ragione e chi torto, dunque, non si arriva ad alcuna attribu-zione di responsabilità. Per questo la sentenza sull’Enel di Chivasso (Torino) è considerata un caso-scuola eccezionale: per la prima volta la Cassazione ha riconosciuto l’effetto patogeno provocato dall’esposizione continuata all’amianto, rigettando le teorie sulla “dose killer” o sulle esposizioni iniziali. I tre amministratori della centrale avvicendatisi negli anni alla guida dell’azienda sono stati condannati in via definitiva per omicidio colposo.


Di lavoro si continua a morire


Gli incidenti sul lavoro in Italia hanno fatto più morti fra i lavoratori che fra i soldati dell’alleanza occidentale della 2° guerra del Golfo. L’Eurispes ha calcolato che dall’aprile 2003 all’aprile 2007 i militari che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre dal 2003 al 2006 in Italia i morti sul lavoro sono stati ben 5.252 e l’età media di chi perde la vita è intorno ai 37 anni.
Secondo dati Eurostat (del 2005) ogni anno 5.700 persone muoiono a causa di incidenti sul lavoro. L’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) stima che altri 159.500 lavoratori perdano la vita a causa di malattie professionali. Sommando i dati, si stima che ogni 3 minuti e mezzo nell’Unione Europea ci sia un decesso per cause legate all’attività lavorativa.
Anche le malattie professionali non tabellate dall’INAIL sono in aumento: nel 2002 erano il 71%, nel 2006 sono arrivate all’83%, mentre si calcolano in 200mila gli incidenti sommersi e non denunciati.

Questi dati ci dicono che avremmo estremo bisogno di prevenire gli “incidenti”, le malattie professionali e le stragi ambientali, mettendo in sicurezza i luoghi di lavoro ed eliminando le sostanze cancerogene dai processi e dagli ambienti di lavoro.
Serve una medicina preventiva in grado di rintracciare le cause che producono malattie e morte e di eliminarle, ma questo non è nell'interesse di chi ha trasformato la salute e la morte in una fonte di profitto.

In questa società gli esseri umani sono trattati come merce, come cose e la natura è ridotta a qualcosa da saccheggiare selvaggiamente. Da qui la causa delle “catastrofi naturali” che di naturale non hanno niente. Oltre ai governi, ai datori di lavoro, tocca quindi anche alle Associazioni e Comitati delle vittime, ai lavoratori, ai RLS ricordare - anche entrando in conflitto con padroni, governi e istituzioni - che i lavoratori sono esseri umani e non numeri.

Il nostro paese ha il suo fondamento nella Costituzione Repubblicana, che all’art. 32 recita “La Repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e della collettività”, arrivando a dichiarare che la stessa iniziativa privata - pur essendo libera - “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (art. 41 II comma cost.).
Il ruolo delle associazioni e dei RLS consiste proprio nel fare applicare questa norma. Non basta intervenire dopo che il danno c'è stato, bisogna intervenire per prevenirlo.

L’amianto come tutte le sostanze cancerogene provocano danni che sono all’origine di numerosi tumori. Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che non esistono soglie di sicurezza o di tolleranza alle sostanze cancerogene.
Sebbene sia necessario, non basta predisporre dispositivi di protezione individuali o collettivi per la riduzione del rischio, ma bisogna adoperarsi affinché il rischio sia ridotto a zero. L’esposizione alle fibre di amianto riduce l’attesa di vita di chi è stato esposto, facendo inoltre vivere lui e la sua famiglia nel terrore di ammalarsi, e questa situazione è già una malattia.
I lavoratori non devono delegare solo alle istituzioni, al medico del padrone, ai RLS il problema della sicurezza e della difesa della salute, ma essere protagonisti mobilitandosi in prima persona rivendicando il rischio zero, anche se questo può generare contrasti con i padroni e manager, come dimostra il licenziamento del ferroviere Riccardo Antonini cui va tutta la nostra stima e solidarietà. Sulla sicurezza e la salute non si scherza! Non si può accettare, sotto il ricatto del posto di lavoro, di venire meno al principio di solidarietà operaia e umana.
Spesso, nel nostro paese, i diritti sanciti nella Costituzione sono subordinati ai poteri forti e applicati solo se compatibili con essi.
Per noi la sicurezza sui posti di lavoro e la salute dei lavoratori e dei cittadini, viene prima di tutto, anche se questo comporta il rischio di scontrarsi con i datori di lavoro e le istituzioni che spesso sono in conflitto di interesse.
Le nomine dei direttori dei vari Enti - INAIL, INPS, ATS (ex ASL) - e delle aziende pubbliche sono decisi dalla politica cui rispondono, cosi come i manager delle aziende private rispondono agli azionisti, ai quali interessa realizzare il massimo profitto risparmiando anche i pochi euro sulla sicurezza, anche se questo va a scapito della salute dei lavoratori. Basti qui ricordare solo alcune delle innumerevoli stragi, da quelle della ThyssenKrupp a quelle dell’ILVA di Taranto, da quelle dell’amianto di Casale Monferrato, a quelle di Broni, Sesto San Giovanni e altre ancora, fino alla strage ferroviaria di Viareggio.

Ruolo dell’INAIL

L’INAIL
è l’Ente che deve accertare e nello stesso tempo indennizzare le malattie professionali: e quindi è in palese conflitto d’interessi. Generalmente in prima istanza respinge le domande di malattia professionale, anche per casi di mesotelioma.
Per questo noi rivendichiamo che sia un ente terzo (ASL o altri) e non l’INAIL a riconoscere le malattie professionali lasciando all’INAIL (assicurazione pubblica) solo il compito di indennizzare e pagare la malattia professionale o infortunio.

Non si può subordinare la salute e la vita umana alla logica del profitto, ai costi economici aziendali o ai bilanci dello stato. Senza rispetto per la sicurezza sul lavoro, gli operai, i lavoratori continueranno a subire infortuni, ad ammalarsi e morire sul lavoro e di malattie professionali e l'amianto e altre sostanze cancerogene presenti sul territorio, se non si eliminano, continueranno a uccidere gli esseri umani e la natura.
I limiti legali imposti per legge alle sostanze cancerogene non danno alcuna garanzia alla tutela della salute. Alla presenza di cancerogeni la salute è continuamente esposta a rischi.
Lottare per ambienti di lavoro salubri e per un mondo pulito significa lottare contro chi - pur di fare soldi sulla pelle dei lavoratori e cittadini - condanna a morte ogni anno migliaia di esseri umani, anteponendo i suoi interessi privati a quelli collettivi della società su cui, tra l’altro, ricadono i costi di tutte queste malattie e queste morti: vere stragi del profitto.

Vogliamo infine ricordare che sottoscriviamo tutte le richieste del Comitato Nazionale “NOI NON DIMENTICHIAMO”.

La battaglia per ottenere giustizia per le vittime non va mai in prescrizione.

FIDUCIA NELLO STATO NON NE ABBIAMO, MA NON C’ ARRENDIAMO.

LA LOTTA CONTINUA




(*) Presidente del Comitato per la Difesa della Salute nei Luoghi di Lavoro e nel Territorio

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