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(Contratto Metalmeccanici)

I metalmeccanici hanno fatto politica. La politica cosa fa?

(20 Gennaio 2006)

Ce l’hanno fatta. Sono stati i metalmeccanici nelle strade, nelle stazioni, in mezzo al traffico e alle persone che hanno strappato in questi giorni il contratto agli industriali. E’ bene ricordarlo, quando tutti si dicono tranquillamente soddisfatti. Solo dieci giorni fa la Federmeccanica sosteneva ancora che era praticamente lo stesso fare o non fare l’accordo. Il grande mondo della politica, che oggi plaude l’accordo, è stato per tutti questi tredici mesi voltato da un’altra parte. Solo Rifondazione comunista è stata in ogni momento, e con trepidazione, ha seguito la vertenza. Invece, in una delle tante assemblee di questi giorni è stato detto: ci sarebbe piaciuto leggere sui giornali le intercettazioni telefoniche di uno dei capi dell’Ulivo che chiedeva a Montezemolo di fare il contratto dei metalmeccanici.

E invece, come spesso accade nelle vicende contrattuali della principale categoria dell’industria e del lavoro, la posta in gioco era assolutamente politica. Per tutti questi mesi il contratto non si è fatto per due ragioni di fondo. La prima era che gli industriali volevano a tutti i costi ottenere lo sfondamento sulla contrattazione delle flessibilità. Volevano, cioè, che fosse possibile imporre il cambiamento degli orari di lavoro senza l’accordo con i rappresentanti sindacali dei lavoratori. E’ bene ricordare che questa facoltà, in molti contratti nazionali, è già stata conquistata dalle imprese, purtroppo. Ma, è chiaro, se non viene imposta ai metalmeccanici non è un vero risultato consolidato per i padroni. Per questo ci hanno provato, così come hanno tentato di imporre per via contrattuale l’accettazione della legge 30. Su entrambe le cose non sono passati.

L’altro punto centrale dello scontro è stato il ruolo del salario nel contratto nazionale. E’ questo il tema su cui si affrettano oggi a intervenire tutti. In molti casi utilizzando l’accordo per andare nella direzione esattamente opposta a quella che esso indica. Gli industriali metalmeccanici hanno tentato, dopo due accordi separati, di far precipitare definitivamente il contratto nazionale nello stesso gorgo distruttivo che ha frantumato la scala mobile. Hanno tentato di affermare il principio della devolution del salario per cui a livello nazionale si contratta poco o nulla e fabbrica per fabbrica ci si arrangia. I cento euro, per i quali tanto si è lottato, superano i famigerati tassi programmati di inflazione e inoltre l’accordo, per la prima volta, assegna un piccolo aumento a tutti coloro che nelle aziende non hanno la forza di far crescere i propri salari oltre i minimi nazionali. La funzione del contratto nazionale come elemento centrale della distribuzione del reddito, viene così rafforzata.

Questo è il duro e costoso successo dei metalmeccanici. Duro perché questo risultato comunque ancora non cambia una condizione di lavoro sempre più difficile e precaria. E costoso perché un lavoratore ha speso 60 ore di sciopero per arrivare all’accordo. Accordo che, purtroppo, sull’apprendistato non raggiunge tutti gli obiettivi che si era dato il sindacato.
Ora i metalmeccanici decideranno. Con quella pratica democratica, unica in Italia, che assegna ai diretti interessati, con il referendum, il potere di decidere se un accordo va bene oppure no. Ma questo risultato, questa lotta, queste pratiche democratiche che hanno permesso di realizzarla, pongono una questione di fondo alla politica, quella ufficiale e con la P maiuscola. In quest’anno di lotte nel contratto dei metalmeccanici ci si è confrontati sulla legislazione per il lavoro, sugli orari, sulla distribuzione del reddito, sulla natura stessa dello sviluppo industriale.

I metalmeccanici hanno dunque fatto politica, hanno affrontato, a modo loro, quei benedetti temi programmatici che paiono rappresentare l’araba fenice di tutto il confronto tra i partiti.
Ora i lavoratori consegnano il testimone alla campagna elettorale. E’ chiaro che dopo questo accordo si ripropone con più forza la necessità di dire con nettezza cosa si fa sulla legge 30, sui salari, sulle scandalose ricchezze che li derubano. I metalmeccanici in questi mesi hanno fatto politica, mentre la politica ufficiale non si è occupata di loro. Non c’è bisogno di ulteriori considerazioni per dire chi e cosa deve cambiare.

Giorgio Cremaschi (Liberazione 20 Gennaio 2006)

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