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Perché la manifestazione del 30 settembre è stato un successo politico

(2 Ottobre 2006)

La manifestazione per il ritiro delle truppe italiane tenutasi sabato a Roma, segna un passaggio di fase per il movimento contro la guerra ma anche nei rapporti tra la sinistra nel nostro paese.

Possiamo affermare che, finalmente, la piattaforma di convocazione è stata in sintonia con quelle del movimento No War negli altri paesi europei e con i movimenti di resistenza ed antimperialisti che hanno concretamente interdetto l’escalation della guerra preventiva in Medio Oriente.

L’obiettivo del ritiro delle truppe dall’Afganistan e dal Libano, il sostegno alle resistenze, la riaffermazione dei diritti storici del popolo palestinese, lo smantellamento delle basi militari, connotano dei punti di non ritorno nel rapporto tra movimento contro la guerra e quadro politico.

La capitolazione del voto sull’Afganistan a luglio e il recente voto bipartizan sulla conformità costituzionale di tutte le missioni militari, avevano decretato la divaricazione politica e morale tra gli obiettivi del movimento in questi cinque anni e il pragmatismo parlamentare che – con l’ultimo voto – ha inteso decretarne la subalternità e l’irrilevanza ai fini della “politica”.

L’anomalia secondo cui in Italia occorreva biodegradare i contenuti per renderli accettabili alle forze moderate della sinistra, deve adesso fare i conti con una autonomia politica ed organizzativa che segna un passo in avanti.

I numeri della manifestazione rivelano che essa è stata all’altezza delle aspettative ma anche come il lavoro di recupero e rivitalizzazione delle soggettività che hanno animato il movimento contro la guerra, vada portato più in profondità. Il doppio colpo inflitto a luglio e poi a settembre, hanno disorientato e demoralizzato migliaia di soggetti attivi.

Per tante compagne e compagni, non è ancora sufficiente sapere di rappresentare la maggioranza reale del paese (che vuole il ritiro delle truppe senza se e senza ma) o di essere finalmente in sintonia con i movimenti nel resto del mondo. Essi non credono ancora che l’efficacia delle iniziative diventa praticabile solo se c’è l’autonomia del movimento e viceversa. E’ dunque un passaggio di cultura e di mentalità politica quello su cui lavorare nelle prossime settimane e a tale scopo non bastano solo le periodiche manifestazioni nazionali nella Capitale.

In tal senso è importante sottolineare che, contemporaneamente alla manifestazione di Roma, a Vicenza si è tenuta una importante assemblea popolare contro la costruzione di nuova base militare USA e che in questa sede maturano condizioni che rendono questa mobilitazione assai simili a quella contro la TAV, operando quindi un tanto atteso salto di qualità nel movimento popolare contro le basi e le servitù militari USA/NATO nel nostro paese.

Ma è importante anche sottolineare l’applauso che ha accolto nella piazza di Roma la richiesta di solidarietà con i Cinque patrioti cubani rinchiusi nelle carceri statunitensi che era uno dei temi della manifestazione nazionale per Cuba che si stava svolgendo contemporaneamente a Milano.

Ciò sta a significare che la giornata del 30 settembre e la manifestazione di Roma, hanno rivelato una autonomia di iniziativa politica contro la guerra di cui si sentiva estrema necessità e che è stata raccolta da migliaia di persone. L’ostilità o la cautela, l’irritazione o lo scetticismo con cui i partiti della sinistra e molte associazionii hanno guardato alla manifestazione di sabato, devono ora fare i conti con un dato di fatto: le soggettività per tenere in piedi il movimento contro la guerra ci sono e possono agire concretamente anche senza la sponda istituzionale. La contraddizione secondo cui alla maggioranza reale del paese si contrappone la maggioranza politica in parlamento, resta obiettivamente un punto di forza per chi è sceso in piazza sabato 30 settembre e un punto di crisi di chi non vi ha voluto partecipare.

1 ottobre

La Rete dei comunisti

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