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Omicidio Gemayel: a chi giova il caos in Libano?

Via subito le truppe italiane!

(23 Novembre 2006)

Dopo la sconfitta militare di agosto il fronte israelo/statunitense è stato costretto ad accettare un ripiegamento tattico e la risoluzione 1701 dell’ONU, sicuramente spostata in favore degli aggressori, ma incapace nell’immediato ed in prospettiva di risolvere il problema di fondo per il quale l’esercito di Tsahal è stato mandato allo sbaraglio: il disarmo e la disarticolazione della resistenza libanese.
Non a caso, mentre la resistenza rispetta rigorosamente il cessate il fuoco (ma giustamente non cede le armi) Israele viola sistematicamente la tregua per mare, terra e cielo.
Ad appena due settimane dall’inizio della tregua scatta la strategia della tensione: viene ucciso a Sidone un alto esponente dei servizi segreti libanesi, si susseguono attentati dinamitardi contro caserme dell’esercito libanese e centrali della polizia (5 nell’ultima settimane nel centro di Beirut).
Intanto si surriscalda il fronte interno con una serie di atti politici della filo americana “coalizione arancione”: si nega un governo di unità nazionale, si accusa la resistenza di aver portato il paese in una guerra distruttiva, si richiede a gran voce l’istituzione del tribunale internazionale per l’omicidio dell’ex premier libanese Rafik Hariri in funzione anti siriana.

La Resistenza libanese, forte di un consenso maggioritario nel paese, ricostruisce il paese, propone il governo di unità nazionale, promuove un processo politico per il superamento del retaggio coloniale che blocca il paese nel sistema confessionale. Le mosse della coalizione nazionalista, uscita vincitrice dagli ultimi confronti con Israele, riflettono la serenità e la determinazione di chi sa di avere potenzialmente e legittimamente in mano le redini del paese.

Sul fronte iracheno intanto la sconfitta militare USA inizia a produrre i suoi frutti: è di ieri l’incontro tra i ministri degli esteri siriano e iracheno, nei prossimi giorni i due ministri saranno a Teheran per un incontro con i massimi esponenti della Repubblica islamica.

I fatti parlano chiaro: Israele e Stati Uniti sono sempre più fuori gioco nell’area ed ecco che scatta, in un impressionante sincronia temporale, l’omicidio di Pierre Gemayel

Sulla base di questa banale elencazione dei fatti avanziamo il fortissimo sospetto che questo omicidio provenga dallo schieramento che non può accettare supinamente il processo in atto: una destabilizzazione riapre i giochi e può determinare un assetto più consono alle strategie colonialiste ed imperialiste. Se sull’altare di questa prospettiva politica si deve sacrificare un rampollo della borghesia cristiana crediamo che la cosa non turbi i sonni di chi pianifica ogni giorno il massacro la distruzione di interi popoli.

Detto questo una domanda sorge spontanea e perentoria: cosa ci stanno a fare le truppe italiane in Sud Libano? Alla luce dei fatti, come scrive Repubblica non più tardi di ieri, le uniche garanzie date ai nostri apparati militari schierate nel sud del paese sono venute da Hezbollah.
Gli “alleati” israeliani, a favore dei quali il ministro D’Alema si espone nonostante il quotidiano massacro di palestinesi, perseguono la loro strategia di guerra, mentre l’esercito italiano fa la guardia al famoso “bidone”, a spese del contribuente italiano.
Quali giustificazioni accamperà ora, di fronte a questo prevedibile scenario, la cosiddetta “sinistra radicale” per il voto favorevole dato a questa infausta “missione di pace”?

I pacifisti che hanno gridato fino ad ieri “Forza ONU” e che oggi non vogliono parlare di Libano saranno probabilmente costretti a riparlarne nel giro di poco tempo.

Il Comitato nazionale per il ritiro delle truppe italiane ed il movimento contro la guerra sceso in piazza il 30 settembre lo ripete oggi con forza: VIA SUBITO LE TRUPPE DAL LIBANO!
info@disarmiamoli.org; www.disarmiamoli.org

Comitato nazionale per il ritiro delle truppe italiane

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