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7 Luglio a Napoli: CONVEGNO SULLA CINA

(5 Luglio 2007)

La Cina, inserita nel più ampio contesto delle trasformazioni del mercato mondiale, pur sempre dominato da rapporti imperialistici, con le loro tendenze a mantenere ristretti poli di sviluppo e vaste aree di sottosviluppo.

sabato, 7 luglio 2007 ore 10.00
CONVEGNO SULLA CINA
presso la sede di Red Link
via montesanto 52, Napoli


Cari compagni,

vi comunichiamo che il 7 luglio terremo a Napoli un convegno con inizio ore 10,00 presso la sede di Red Link in via montesanto 52 presso sulla Cina, inserita nel più ampio contesto delle trasformazioni del mercato mondiale, pur sempre dominato da rapporti imperialistici, con le loro tendenze a mantenere ristretti poli di sviluppo e vaste aree di sottosviluppo. Per dirla in breve, a nessuno sfugge che l’analisi delle dinamiche del capitalismo cinese coinvolge immediatamente e presuppone quella sull’imperialismo. La Cina, un continente che contiene il 25% della popolazione mondiale, non è la città-stato di Singapore, che può eccezionalmente dilatare la sua potenza senza mettere in discussione il grande vaso in cui si muove, ma è una parte significativa del vaso stesso.

Il tema è –non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo- di vasta portata e, sicuramente, non esauribile da un piccolo collettivo. Anche per questo motivo, abbiamo scelto di non impostare la discussione con una nostra lunga introduzione, seguita dagli interventi degli invitati e dalla rituale lunga nostra conclusione. Viceversa, 5 o 6 relatori principali si confronteranno in un primo giro di tavola rotonda (mezz’ora a testa), cui faranno seguito interventi brevi (10 minuti a testa) e sollecitazioni dei presenti; seguirà un secondo giro (più breve: 20 minuti a testa) dei relatori che preciseranno le loro posizioni anche in riferimento alle sollecitazioni dei presenti; e si concluderà con altre brevi domande e risposte finali (10 minuti a testa). Il tutto sarà raccolto in un quaderno, che cercheremo di pubblicare.

NOTA BENE.

1)-Ai fini della preparazione del convegno, sarebbe opportuno che i relatori e altri compagni invitati (o che vogliono partecipare) inviino, anche con largo anticipo, considerazioni scritte (che noi provvederemo a far circolare), rinviando alle quali sarà possibile fare interventi più concentrati su alcuni aspetti della questione. In base alle risposte che avremo a questa comunicazione saremo in grado di stabilire (dovendo necessariamente operare qualche selezione) chi e quanti altri vorranno contribuire ai lavori del convegno, nonché se articolarlo su una o due giornate.

2)-Saremmo particolarmente felici, se alcune “realtà” volessero organizzare, prima del detto convegno, riunioni sul tema nelle loro sedi. Esse ci consentirebbero sia di arricchire le nostre reciproche conoscenze, sia di impostare al meglio il convegno.

°°°

Come vedete, si tratta di un convegno alquanto informale. Qualcuno, forse, ci dirà che, senza un chiaro imprinting, si corre il rischio di fare un po’ di confusione. Non lo neghiamo, e accettiamo consigli per evitare o contenere questo rischio. Ad ogni modo, per mettervi meglio in grado di capire con cosa vi confronterete, ove decideste di partecipare al convegno, vi inviamo alcune brevi considerazioni scritte. Esse non vogliono assolutamente impostare tutta la discussione, sia per le ragioni sopra esposte sia perché mancano di qualsiasi riferimento alla parte storica della Cina, ivi compreso il periodo più recente segnato dai “signori della guerra”, dalla lotta di liberazione nazionale e dalla repubblica popolare segnata dall’egemonia maoista. Sono temi che non abbiamo trattato solo per via della brevità dello scritto, ma che riteniamo di estrema importanza. Per fare solo due esempi, non è indifferente ai fini della comprensione degli avvenimenti di tutto il Novecento cinese, assumere il periodo imperiale cinese come stagnazione segnata dal cosiddetto dispotismo asiatico o, al contrario, come vicenda dinamica (almeno fino al 1700) che ebbe a naufragare per mancanza di quegli sbocchi di supersfruttamento e saccheggio offerti all’Europa occidentale dalla conquista dell’America; come pure non è indifferente capire se alcune “servitù” della prima metà del Novecento erano ancora un residuo del passato o soprattutto la conseguenza dell’imperialismo.

TRACCIA DI DISCUSSIONE

“Ogni situazione di catastrofe apre a una biforcazione.
Si può sprofondare in una spirale infernale, se si rimane ostaggio dei dogmi economici dominanti, e si continua nella strada tracciata aumentando gli sforzi nella direzione sbagliata.
O può verificarsi una rottura epistemologica, può emergere un paradigma post-economico e può rivelarsi una
visione del tutto nuova della relazione tra gli esseri umani” ...[1]

Ben detto! Ma, per Bifo solo… “nell'Europa paralitica… nello spazio europeo la catastrofe dell'Occidente apre prospettive imprevedibili” perché “l'Europa è il punto più avanzato della senescenza globale”.

Potenza di un pregiudizio. Gli europei sono i migliori anche quando sarebbero in piena paralisi di senescenza. Ma, non sarebbe il caso di ri-cominciare dal mondo?

Convegno sulla Cina

La Cina è una cosa enorme, non meraviglia quindi che su di essa corrano molte esagerazioni. Alcune per mostrarla come una gigantesca ciambella di salvataggio per il capitalismo mondiale; altre per additarla come l’acerrimo nemico che scalzerà l’Occidente dal suo trono. L’anno horribilis del suo sorpasso sugli Usa era già stato indicato dalla Banca Mondiale, quando si accelerarono i ritmi travolgenti del suo ininterrotto sviluppo, nel 2002. Ora si parla di 2020 con qualche dubbio, ma sarebbe sicuro che la Cina diventerà di nuovo il Centro del Mondo nel 2040. [2]

Astrattamente parlando, la Cina avrebbe molte possibilità di diventare il capitalismo egemone fra alcune decine di anni. In concreto, deve però fare i conti con un “problema” ed un ostacolo quasi insormontabile.

Essa ha stretto, dopo la svolta del 1978, un patto simbolizzato dallo storico incontro di Deng con Carter – e reiterato dopo i fatti di Tienanmen - con gli investitori mondiali di mettere a loro disposizione la più estesa riserva di forza lavoro mondiale nelle terribili condizioni che ricordono la prima “officina del mondo”, quale fu l’Inghilterra. A tal fine – e a differenza dell’Inghilterra che disponeva di riserve lavorative (di risorse energetiche e di materie prime) in Irlanda e nel mondo colonizzato - ha dovuto aggravare lo squilibrio tra campagne e città soprattutto costiere. Ma, ciò che più conta, si trova oggi con una rilevante quota di sovrappopolazione rurale (800 milioni di abitanti) difficilmente assorbile dai meccanismi visti all’opera nelle aree del capitalismo dominante.

E così, è vero che il PIL cinese si sta avvicinando a quello degli Stati Uniti, ma – ed ecco il problema! - dato che la Cina conta un miliardo e trecento milioni di abitanti, il suo reddito pro capite annuo è di 1.040 dollari, quello mensile è di 87 dollari. Forse meno se consideriamo circa altri 200 milioni di abitanti, non dichiarati per via della legge sul figlio unico. E – cosa ancora più grave - circa un miliardo di cinesi sopravvive con poco più di un dollaro al giorno, con una disoccupazione che raggiunge anche nelle cosiddette “zone economiche speciali” punte tra il 14,5% e il 21%.[3] E’ – come sostiene Samir Amin - sovrappopolazione relativa, che è legge generale e permanente dell’accumulazione capitalistica. Sotto questo profilo, la “potente” Cina è ancora al 133° posto (su 206) della graduatoria mondiale, pur mettendosi nel conto le ottimistiche precisazioni di alcuni esperti secondo cui il potere di acquisto degli 87 dollari mensili andrebbe quadruplicato.[4] Se non è abbastanza chiaro, forse è il caso di rammentare che il reddito medio pro capite statunitense è di circa 32.000 dollari l’anno, più di 2.600 mensili. E ciò senza dire che al reddito corrente pro capite statunitense (o anche italiano) va aggiunto quello derivante dal godimento di maggiori infrastrutture, servizi e patrimonio familiare, casa in proprietà innanzitutto.

Non ci sembra quindi un’esagerata reazione emotiva quanto scrive Edoarda Masi e cioè che

“la Cina gigante in ascesa, dal punto di vista del lavoro si trova oggi rigettata nelle condizioni dei paesi del “Sud” del mondo in “crescita” e non, dove la tendenza a ridurre il costo della mano d’opera è particolarmente devastante, e vale come strumento ricattatorio universale e funzionale alle esigenze del capitale globale”.[5] La sua ascesa ci consegna, in altre parole, ancora una volta il nodo immodificabile del sottosviluppo, che era ed è il marchio di infamia dello sviluppo capitalistico. Un sottosviluppo non residuale, mobile e differenziato quanto si vuole, ma pur sempre costante afflizione per due terzi dell’umanità. E’ proprio il caso di dire sottosviluppo come alter ego dello sviluppo.

Prendendo atto che questa è la realtà implacabile e non quella promessa dall’allettante globalizzazione, un intellettuale cinese di cosiddetta nuova sinistra, Huang Ping, in un saggio del 2003,[6] approcciando, con una critica interna, i residui tentativi di imitare lo stesso sviluppo occidentale, ha messo in evidenza il vero limite che li accomuna tutti: quello di non voler capire in che modo l’Occidente ha raggiunto i suoi livelli di benessere:

“Questi progetti non hanno tenuto conto del contesto storico della Cina. Mai abbiamo prestato attenzione al fatto che lo sviluppo dei primi paesi industrializzati – Europa e Stati Uniti in particolare - non era stato oggetto di una ‘scelta razionale’. Se oggi questi paesi si presentano come strenui difensori di un ideale di società e/o governo ridotto alla più semplice espressione, essi sono anche gli Stati-nazione e le unioni di Stati-nazione più avanzati, e dispongono delle forze armate più poderose del mondo. L’Europa e gli Stati Uniti non avrebbero mai conosciuto un tale livello di benessere sociale, di sicurezza, di sistema giuridico e di regime fiscale se la loro storia non fosse fatta di colonizzazione, di sfruttamento e di migrazioni verso altre contrade; se il coloni americani non avessero decimato la popolazione amerindia, se non avessero importato gli schiavi africani e se gli Stati Uniti non avessero tratto succosi profitti da due guerre mondiali...”

Per dare un flash su come sia stata possibile la prima Rivoluzione Industriale, riportiamo che Kenneth Pomeranz,[7] uno storico economico, ha calcolato che l’Inghilterra, senza le colonie “americane”, avrebbe avuto bisogno di altri 35 milioni di acri di terra solo per quella produzione, ottenuta attraverso una durissima coercizione, di cotone, zucchero, tè, legname e tabacco, tanto necessaria per avviare l’economia di scala. Ma, i 19 milioni di acri coltivabili nell’isola erano un limite insuperabile. Naturalmente, questa rapida annotazione si aggiunge a quella riguardante le cospicue ricchezze accumulate precedentemente con il saccheggio, con il traffico dei metalli preziosi e degli schiavi, nonché successivamente con i superprofitti in Asia (in particolare in India) e in Africa.

Ma superare il sottosviluppo per la Cina non equivale a superarlo in un paese come la Corea del Sud.[8] Da qui una prima alternativa che è probabile sia praticata dai ponti di comando di Pechino.

Per portare la Cina ai massimi livelli del capitalismo mondiale si dovrà mettere nel conto la rottura del patto firmato da Deng, perché è chiaro di nuovo che un capitalismo con gli standard occidentali non si realizza pienamente (e mai si è realizzato in tal modo) con le ricette di Adam Smith e con i vantaggi comparati del commercio internazionale. Se fu indispensabile a tal fine la manna coloniale, il mercantilismo (protezionismo) e la violenza statale,[9] è oggi necessario un forte mercato interno, protetto, e una periferia esterna ad esso funzionale con il suo sottosviluppo. Lo scontro sui recenti annunci[10] di aumentare i salari si è verificato soprattutto con gli investitori internazionali, pur tanto sensibili alle violazioni dei diritti umani violati. Se la Cina non vuole rinunciare alla forza del meganumero (quella che in questo momento le conferisce potenza), sarà quindi costretta ad attenuare in limiti sopportabili l’accentuato squilibrio della sua parte blu con quella rurale che funge, con la sua economia di semplice sussistenza, da serbatoio inesauribile di forza lavoro a prezzi stracciati. Non si affronta una sfida mondiale senza un minimo di consenso e di forza interne. D’altra parte, in questa direzione soprattutto, il partito-stato sembra essere costretto ad andare anche perché sempre di più avverte il pericolo della conflittualità sociale. Non potrà però evitare di collidere, sia nel tentativo di limitare una produzione in mano al capitale estero finalizzata all’esportazione sia nella ricerca di periferie esterne a suo buon mercato, con le gerarchie mondiali del capitalismo. Ma – insistiamo nel dire - sarà soprattutto obbligata a forzare i limiti quantitativi del capitalismo.

Molti segnali ci dicono che, dietro la rassicurante diplomazia cinese, il patto con gli investitori internazionali è già in via di rottura, nonostante l’intensa interdipendenza dell’economia mondiale.

Altri segnali ci suggeriscono anche cautela, giacché non è detto che le attuali élites cinesi abbiano intenzione di affrontare uno scontro di portata inimmaginabile. In fin dei conti, lo sprofondamento della campagna cinese non è servito e non serve solo agli investitori esteri, ma anche allo sviluppo di quella Cina che ha l’impressione di vivere con gli standard di vita occidentale. Non è escluso quindi che il governo e una parte del capitalismo cinese si accontentino (sia pure illusoriamente) di gestire l’esistente, anche valutando la maggior forza dei suoi avversari.

D’altronde, una indecisione sulla via da imboccare è del tutto comprensibile, perché qui non si tratta di portare ai massimi livelli del capitalismo un altro late comer dalle dimensioni dell’Italia. Questa volta la posta in gioco è da mozzafiato. Lo è ovviamente, se non si crede alle prospettive di W. Rostow che raccontava un lieto ingresso per tutti nel club aperto da pochi soci anglosassoni. Portare un miliardo e mezzo di cinesi, e a seguire un miliardo di indiani, agli stessi livelli di vita occidentale significa collassare e far implodere il capitalismo mondiale. Quando si è incominciato a punire paesi come l’Iraq per il fatto che volevano un capitalismo alla pari,[11] è probabile che anche la Casa Bianca abbia intuito che il limite del capitalismo è il capitalismo stesso, o peggio, che la sua sopravvivenza dipende dal sottosviluppo da imporre con il terrore.

Lo scenario è certamente allarmante, perché in ogni caso annuncia terrificanti catastrofi: anche l’esistente Cina è già un’eccedenza. Ma non ci induce a scrivere con rassegnazione un’altra utopia negativa. A ben guardare, la crescita degli apparati di potenza, di integrazione e di morte è direttamente, e in contrappunto a-dialettico, proporzionale alla ribellione degli sfruttati e degli oppressi, che continua ad apparire incessantemente da tutte le parti.

Noi siamo tra quelli che non hanno mai creduto che le spese militari, poliziesche e di corruzione siano ispirate dalla pura cattiveria o da una irrazionalità sprecona: a noi sono sempre apparse ben mirate e funzionali a tenere a bada un pericolo, non un’umanità tutta inebetita.

E’ per tale ragione che in questo contesto “cinese” di titubanze verso una crescita capitalistica sempre più insostenibile e catastrofica o un sottosviluppo impraticabile, noi invitiamo a lavorare sull’ipotesi di una nuova imponente insorgenza sociale che potrebbe fare impallidire qualsiasi altra rivoluzione finora vista e nel contempo si diriga dappertutto verso una prospettiva di autoliberazione non “svilupppista” e consapevole di un diverso rapporto metabolico con la natura. Non si tratta di attendere l’avverarsi di un’ennesima profezia, ma di seguire una tendenza di conflitto sociale e di esigenze sempre più consapevoli con una scelta di campo. In tal senso, cercheremo di criticare nel convegno non solo la vecchia “teoria” del dispotismo asiatico, secondo cui i cinesi erano (e sarebbero ancora) pronti solo all’inchino servile, ma anche la nuova pregiudiziale più sottilmente eurocentrica che, costretta a prendere atto delle rivoluzioni contadine susseguitesi nella storia cinese, le ha additate come cicliche rivolte senza programmi di trasformazione. Certo, non hanno realizzato il comunismo e per più di duemila anni hanno finito sempre per confermare la necessità di un apparato burocratico simboleggiato da un imperatore, intermediario tra il Cielo e la Terra. Certo, la loro lunga mobilitazione antimperialista non ha realizzato neppure il socialismo. Ma, a parte che di trasformazioni sociali in Cina ce ne sono state, e tante!, cercheremo di esaminare i limiti delle sue rivoluzioni in un confronto realistico, e non mitizzato, con le rivoluzioni europee, che non ci pare abbiano messo a segno o abbiano avuto obiettivi più liberatori. La schiavitù e la servitù della gleba sono state piuttosto “prerogative” –e fin dentro la modernità - dell’Europa e delle sue diramazioni americane.

Oggi, peraltro, alla ancora enorme popolazione rurale cinese[12] si sono aggiunti 160 milioni di operai, mal pagati, e 120 milioni (e forse molto di più) di salariati precari e fluttuanti da zona a zona, peggio pagati. Nemmeno tutti i proletari dell’OCSE messi insieme si avvicinano a queste cifre. Molti nostri intellettuali fanno esorcismi confuciani sulla docile disponibilità al lavoro, alla frugalità e alle gerarchie di questo imponente esercito di marxiana memoria. Confucio, ora, è meglio di Calvino e di Lutero per il duro lavoro salariato, ha azzardato speranzoso qualcuno.

Intanto, se è sensazionale che il PIL sia cresciuto di circa il 10% l’anno, le grandi rivolte sono aumentate con una progressione sistematica, al passo di circa il 17% di incremento annuo. Nel 1993 ne sono state contate (dal Ministero della Pubblica Sicurezza) 8.700, nel 1995 10.000, nel 2003 58.000, nel 2004 74.000, nel 2005 85.000.

In numerosi casi si è trattato di scioperi illegali di proletari urbani, che hanno sfidato pene durissime. La maggior parte delle rivolte – con morti e feriti - ha visto come protagonisti i “contadini”, ma – come si accennava prima - i contadini cinesi non sono i coltivatori diretti del nostro trentennio democristiano. Sicuramente, oggi, reagiscono in modo isolato e disorganizzato, forse credono ancora agli antenati, ma non ai sermoni dei preti. Non sono socialisti moderni, ma sono pervasi stranamente da un forte senso dell’uguaglianza. Quando il missionario tedesco Gutzlaff, tornato in Europa nel 1849, sentì parlare di socialismo, fece sapere irritato che molto prima era stato perseguitato da questa dottrina malefica proprio in Cina!

Red link

[1] In “L’89 dell’Occidente” http://liste.rekombinant.org/wws/subrequest/rekombinant

[2] Tra i profeti di questo exploit è interessante riportare anche R. Ruggiero, nostro ex ministro ed autorevole tecnocrate di livello mondiale, il quale così scriveva sul “Sole 24 ore” il 18.6.006: “…se proiettiamo nel futuro il tasso di crescita degli Stati Uniti nell’ultima decade (3,3%) e quello della Cina (9,6%), Pechino non supererà l’economia americana prima del 2035. In quell’anno la Cina potrebbe essere la prima potenza commerciale del mondo. La distanza tra il reddito americano e cinese si restringerà nei prossimi 30 anni da 25 a 1 a 4 a 1. Un risultato impressionante”.

Impressionante è invece che Ruggiero affermi con tanta disinvoltura che si possa essere la prima potenza mondiale assicurando ai suoi abitanti un reddito pro capite 4 volte inferiore a quello degli Stati Uniti. E’ come se si dicesse che la Sicilia è la regione economica più forte dell’Italia perché assicura ai suoi cittadini, anziché 32 mila all’anno come in Lombardia, l’impressionante reddito medio pro capite di 8 mila euro l’anno. E ciò a parte ogni considerazione sul fatto che il tasso di crescita cinese del 9,6% l’anno viene in parte mangiato da spese che invece i paesi occidentali riescono ad evitare o ad addossare sulle periferie.

[3] Non sono ovviamente percentuali indicate dal governo di Pechino, che parla di circa il 5%, comunque un’anomalia –anzi un inedito- per economie in sviluppo (anche più limitato) del capitalismo dominante. Le abbiamo ricavate invece dall’inchiesta (comprendente anche città come la sfavillante Shanghai) condotta dall’Ufficio Nazionale sul Lavoro e realizzata mediante gli standard suggeriti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (O.I.L.).

[4] Non è del tutto chiaro perché il reddito cinese dovrebbe essere quadruplicato. Qualcuno ritiene che l’aggancio al dollaro svalutato sarebbe del tutto nominale. Altri richiamano l’attenzione sui prezzi al dettaglio più bassi in Cina e sull’apporto dell’economia di sussistenza. Problemi come questi, però, caratterizzano molte aree del nostro pianeta. E’ il caso invece di far notare che il reddito pro capite cinese è stato ricavato dividendo per 1.300.000.000 di abitanti e non 1.500.000.000 come sarebbe stato più corretto. In ogni caso, a voler tutto considerare, l’Indice di Sviluppo Umano (HDI), il cui Rapporto l’UNDP pubblica regolarmente per attestare la “qualità della vita” nei singoli paesi, si nota che nel 2003 la Cina ha “guadagnato” la 104a posizione (su 177). Quanto alla svalutazione dello yuan, come fa notare Antonio Carlo, non si può sorvolare sul fatto che è proprio essa che favorisce l’esportazione (e quindi l’aumento del pil). In altri termini, se è vero che una rivalutazione della moneta cinese determina una maggiorazione del reddito pro capite, nel contempo lo riporterebbe porterebbe di nuovo verso il basso a causa del blocco delle esportazioni.

[5] In “Assalto al cielo”, manifesto libri, Roma 2006

[6] Riportato in “Il miracolo cinese”, edizioni Punto Rosso, Milano 2006

[7] In “La grande divergenza”, edizioni Mulino, Bologna 2004

[8] La Corea del Sud conta circa 44 milioni di abitanti con un reddito pro capite che si avvicina quello della Grecia. I suoi lavoratori per ottenere un salario che è di circa la metà di quello italiano sono sottoposti ad orari di lavoro più lunghi.

[9] E’ stato calcolato che nel periodo 1688-1815 la Gran Bretagna (che dovrebbe rappresentare il modello della più liberale delle rivoluzioni) è stata in guerra per il 52% del suo tempo e che le spese di guerra ammontavano in quegli anni al 20% del reddito nazionale (23% addirittura nel periodo 1760-1815). Paradossalmente, le più militarista Germania ha speso per la difesa, nella sua fase di ascesa industriale, quote percentuali cinque volte inferiori. Nello stesso periodo, il debito nazionale si attestava al 180% del reddito nazionale e la tassazione era il doppio di quella applicata dalla “dispotica” dinastia Ming nella sua ultima fase. Quanto al mito del libero commercio che avrebbe favorito l’industrializzazione, è il caso di far presente che le tariffe doganali nel 1700-1799 si attestarono intorno al 27%, nel periodo 1800-1845 intorno al 40%.

[10] La reazione degli investitori internazionali è stata molto aspra nonostante si sia trattato solo di un annuncio da parte del governo centrale e nonostante sia già successo che le decisioni del governo centrale non abbiamo avuto spesso applicazione da parte delle autorità periferiche.

[11] Questo non ci porta a sottovalutare che oltre le aspirazioni e le velleità di un gruppo dirigente, come quello formatosi intorno alla figura di Saddam, le masse sfruttate possano esprimere istanze di liberazione diverse ed anche divergenti da un capitalismo indipendente con il quale possono provvisoriamente incrociarsi. Probabilmente, la reazione militare delle “grandi potenze” è maggiore, anche preventivamente, laddove intravede, al di là dei Saddam, una maggiore radicalità delle masse sfruttate ed oppresse.

[12] L’aggettivo “rurale” intende richiamare l’attenzione sul fatto che la maggior parte della popolazione che vive nelle campagne cinesi difficilmente può essere rubricata come contadina. Al riguardo, si tenga presente che l’agricoltura –secondo le stime della Banca Mondiale- contribuisce oggi al PIL con una quota del 15%, pur essendo presenti nelle campagne circa 800 milioni di abitanti, forse 900 milioni, considerando i non dichiarati, cioè più del 60% della popolazione.

Per informazioni: red_link@tiscali.it

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