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Libia. Il silenzio della voce del padrone

Libia. Il silenzio della voce del padrone

(5 Ottobre 2011) Enzo Apicella

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Conferme dal retroscena della guerra in Libia

(23 Gennaio 2012)

L’esecuzione sommaria sul posto di Gheddafi in fuga dalla città di Sirte, ultimo suo indifendibile rifugio, chiude ai disegni imperialisti sul nordafrica un capitolo e ne apre un altro.

La presenza di Gheddafi in città era stata rilevata da agenti della Cia e del Mi6. Il convoglio in fuga è stato bombardato da un drone Predator, decollato da Sigonella e teleguidato dall’America, e i “ribelli” che presidiavano le vie intorno alla città hanno trovato Gheddafi ferito. Altrettanto sommariamente sono stati giustiziati sul posto Mutassin, un figlio del rais, e il ministro della difesa Yunes Jaber mentre altri alti funzionari sono stati arrestati. Il figlio Saif al Islam, già prescelto come successore, è stato arrestato pochi giorni dopo.

Il Cnt ha successivamente dichiarato di ricercare gli assassini di Gheddafi per sottoporli a regolare processo; quello che era un terribile torturatore del suo popolo, motivo per cui la Coalizione sarebbe intervenuta in Libia, ora diventa quasi un martire della ferocia popolare, secondo il mito democratico della dignità di ogni essere umano. C’erano allettanti taglie sulla cattura di Gheddafi: una americana, la più ricca, “dead or alive” di 20 milioni di dollari, una di un milione di sterline britanniche offerta da vari imprenditori e una di 1,6 milioni di dollari dal Cnt tramite un anonimo uomo d’affari. Nessuna di queste al momento è stata consegnata ai molti che si sono fatti avanti; sarà il CNT a decidere, segno che la versione ufficiale da consegnare alla storia non è ancora pronta, o forse qualcuno ora vuole risparmiare, visti i costi delle operazioni militari.

Al mosaico della guerra libica, descritto nei nostri precedenti articoli, si aggiungono via via altri pezzi che migliorano la visione complessiva e confermano la nostra iniziale interpretazione: manovre imperialiste nell’area sud del Mediterraneo e non moto democratico del popolo libico.

“Controinformazione”

Un vecchio articolo del 3 agosto 1981, “Un piano per rovesciare Gheddafi” di David Icke, informa che la Cia da oltre 30 anni studiava soluzioni per sbarazzarsi di Gheddafi basandosi su due differenti opzioni strategiche: intervento militare diretto, con sbarco di truppe in Libia, oppure uno indiretto, senza proprie truppe sul campo. Questo a sua volta si sarebbe articolato in tre parti: a) un programma di “informazione” atto a mettere in cattiva luce il rais, la sua famiglia e il suo regime, b) la creazione di un governo di opposizione, composto da esuli e scontenti del regime di ogni matrice, e quindi instabile e bisognoso di aiuti esterni; c) infine una campagna militare a scala ridotta, azioni di guerriglia per mostrare che una forza politica indigena era presente e si opponeva con determinazione. È stata scelta questa opzione, affidando poi la direzione delle operazioni della coalizione dei maggiori imperialismi alla “neutrale” Nato (della quale il maggior finanziatore sono gli Usa): i centri della democrazia e della libertà intervengono militarmente a sostegno delle forze libiche in armi nel volgare tentativo di nascondere i motivi reali che abbiamo descritto.

Si è atteso il momento propizio: far apparire i fatti e gli artefatti libici estensione e conseguenza dei moti, generati dalla crisi economica, e non – come dicono loro – dal bisogno di democrazia, nei paesi confinanti del Maghreb: Algeria, Tunisia e Egitto. E così è stato.

Come sempre è stata messa in moto una campagna di disinformazione, alterazione dei fatti o pura invenzione a uso mediatico. Il fronte interventista poggiava sulle affermazioni della LLHR (Lega libica per i diritti umani) con sede in Francia, che riferiva, tramite “testimoni sul posto”, di una feroce repressione ad opera dei reparti scelti del rais dapprima a Bengasi, poi in tutta la Libia, di carri armati che schiacciavano i dimostranti, di cecchini sui tetti, di giovani mercenari dell’Africa nera pagati mille dollari il giorno per uccidere i libici, fino dell’ordine di Gheddafi di uccidere 6 mila persone a Bengasi in occasione degli scontri del 15 febbraio 2011. Costoro hanno inviato una lunga lettera al segretario generale dell’Onu, al presidente degli Stati Uniti e a quelli delle grandi potenze mondiali, richiedendo un rapido e deciso intervento in favore del martoriato popolo libico. Certamente c’è stata una dura repressione, ma successive lettere della stessa organizzazione ridimensionano la cifra a 400-600 caduti. Mahdi Darius Nazemroaya, riconosciuto esperto sul Medio Oriente e Asia centrale, nel lungo articolo: “La Libia e la grande bugia: usare le organizzazioni umanitarie per lanciare le guerre” sostiene che cinque dirigenti della LLHR sarebbero entrati nel direttivo del Cnt fin dalla sua costituzione, tra cui l’economista libico Ali Tarhouni, formatosi in America e considerato l’uomo di Washington. Costui sarebbe diventato il ministro per il petrolio e la finanza presso il Cnt e in questa veste i suoi primi atti sono stati la privatizzazione e, praticamente, la cessione delle risorse energetiche e dell’economia della Libia ai nuovi padroni.

La disinformazione organizzata si applica anche, e soprattutto, ai combattimenti sul campo: rapide avanzate seguite da incredibile stallo delle operazioni proprio nei momenti decisivi, cittadine prese e perse più volte, Gheddafi e la sua famiglia dati per fuggiti all’estero varie volte, morti e poi resuscitati, presenti in diverse località, tutto nella confusione e indeterminatezza necessaria a confezionare di volta in volta la versione più opportuna a creare consenso alle operazioni. Non sono mai stati mostrati i veri combattimenti ma abbiamo visto ribelli con armi nuovissime di magazzino sparare in aria o a caso da dietro un muro, quasi una esibizione personale e non certo in formazione da combattimento, oppure batterie di lanciarazzi che sparavano nel deserto o nelle periferie delle oasi mentre le distruzioni dei vari bunker del regime erano fatte con sofisticati razzi della Coalizione. Tutto ciò conferma che i ribelli hanno avuto pura funzione di contorno mediatico. Non si costruisce un esercito in poche settimane, e molto scarse sono state le notizie relative alle sorti del precedente esercito libico.

Certo è poca cosa se raffrontiamo questa alterazione della realtà con i falsi documenti e foto della Cia sul possesso di armi chimiche di distruzione di massa illustrati all’Onu dall’allora presidente americano Gorge W. Bush per vincere le ritrosie a scatenare la guerra in Iraq contro Saddam Hussein, per non parlare della figuraccia del primo ministro inglese che nella stessa circostanza esibì un analogo studio, rivelatosi poi copia di una tesi di laurea scaricata da internet, come lo stesso ex studente si affrettò a denunciare.

Islamisti in affitto

Scarse notizie sono circolate sulla “morte in combattimento”, annunciata il 28 luglio scorso, del generale Abdel Fattah al-Younes, comandante in capo di tutte le forze ribelli; già ministro degli interni del governo di Gheddafi, aveva disertato fin dai primi momenti con parte delle forze armate regolari. Il comunicato ufficiale del leader del Cnt, Mustafa Abdul Jalil, dice: «Abdel Fattah al-Yonues e due suoi aiutanti, alti comandanti militari, sono stati uccisi da tiratori scelti il 28 luglio dopo essere stati convocati nella capitale de facto, Bengasi, per comparire dinanzi a un’inchiesta giudiziaria». C’è chi parla di regolamento di conti all’interno del Cnt, di spionaggio, doppio gioco, sparizione di fondi destinati agli armamenti, vendetta e invidia personale, ma non si sa di più.

Bisogna ricordare che la quasi totalità dei membri del Cnt sono di matrice gheddafiana, provengono dalle strutture del regime quasi senza soluzione di continuità, una sorte di golpe sostenuto militarmente dall’esterno, un ambiente quanto mai infido e per niente “rivoluzionario”. In prospettiva possiamo ben immaginare che anche qui, come negli altri paesi del Maghreb, si cambierà tutto per non cambiare niente, in assenza di una, ancora lontana, rivolta proletaria.

Fin dai primi giorni della rivolta Gheddafi denunciò l’intervento tra le file dei ribelli di forze di Al Qaeda, con alcuni dei suoi combattenti arrivati direttamente da Guantanamo e tutti con passaggio aereo a spese del contribuente americano; la denuncia si è dimostrata poi veritiera. In Libia non esistevano gruppi politici di opposizione al regime radicati e organizzati, e tanto meno armati e con una certa esperienza; le azioni di guerriglia a terra, necessarie a completare le azioni distruttive dei bombardamenti aerei, e il compito di costituire un primo nucleo armato che servisse da richiamo e controllo per una parte della popolazione giovanile, dovevano essere affidati, almeno in una fase iniziale, a quanti avessero una specifica esperienza e appartenessero alla stessa etnia, religione, meglio ancora se libici, in modo da non apparire invasori ma liberatori. Il presidente del Ciad denunciò da subito i furti di armi pesanti da loro compiuti negli avamposti libici alla frontiera tra i due paesi.

Uno studio del 2007 dell’Accademia militare di West Point ha dimostrato che la Libia ha fornito da sola il 20% di tutti i combattenti di Al Qaeda che, transitando dalla Siria, passavano in Iraq. Il maggior centro di reclutamento in Libia sarebbe stata la città di Derna (60 mila abitanti) nel nordest del paese. Da quella città provenivano tre terroristi al vertice dell’organizzazione: Abdul-Hakim al-Hasidi, Sufiam bin Qumu e Salah al-Barani. Dopo il loro soggiorno a Guantanamo sono stati riciclati contro Gheddafi. Anche Bengasi ha una forte presenza di membri di Al Qaeda che però non avrebbe il completo controllo delle organizzazioni paramilitari.

Ricordiamo che Al Qaeda fu organizzata, come una speciale Legione Araba, contro l’Urss in Afghanistan nel 1981-82 dal vicedirettore della Cia Robert Gates, attuale segretario alla Difesa. Altro braccio armato della Cia è il Libyan National Salvation Front (Lnsf) con iniziale sede in Sudan e poi in Virginia (Usa) appositamente creato negli anni ’80 con dissidenti esiliati negli Usa per intervenire in Libia. Tra questi Khalifa Hifter, ex colonnello libico, inviato come massimo esperto addestratore dei militari ribelli; a Bengasi il 24 marzo scorso gli è stato assegnato il comando militare; è il sospettato organizzatore della morte del generale al-Younes. Questo gruppo aveva tentato di uccidere Gheddafi, nell’aprile del 1984, con una vera e propria azione militare contro il quartier generale del rais a Bab al Aziziyah: vi morirono in ottanta tra libici, cubani e tedeschi dell’est.

Di osservanza inglese invece è il Lifg (Gruppo Combattente islamico in Libia) creato nel 1995 da mujahedin libici reduci della guerra contro i sovietici in Afghanistan allo scopo di rovesciare il regime di Gheddafi contro il quale nel marzo del 1996 organizzarono un fallito attentato con l’aiuto logistico e finanziario di 100mila sterline dei servizi segreti britannici del Mi6. A capo di questa organizzazione erano Anas al-Liby e Mohammed Benhammedi che hanno trovato rifugio e protezione in Gran Bretagna; di costoro però si sono perse le tracce da anni. Il forte coinvolgimento britannico in Libia è direttamente legato agli interessi della British Petroleum che intende ritagliarsi una grossa fetta delle risorse petrolifere.

Ovviamente non si sa quanti di questi “ex-terroristi” siano presenti in Libia; una stima attendibile indica in quasi mille solo gli uomini sotto il comando di al-Hasadi, un leader del Lifg.

In questo teatrino delle falsità e dell’ipocrisia, Germania e Turchia, entrambi paesi membri della Nato, pubblicamente si sono astenuti dalle operazioni militari; in realtà la prima ha fornito truppe di rimpiazzo a quelle britanniche e anche americane sui fronti asiatici, dirottate verso la Libia. La seconda invece ha giocato su due sponde, come l’Italia: da una parte premeva su Gheddafi e famiglia per una sua uscita di scena “onorevole”, dall’altra forniva le basi terrestri e marittime alle truppe angloamericane. In cambio ha avuto immediatamente la gestione dell’aeroporto di Bengasi.

Usa e Nato

A capo dell’AfriCom, il comando di tutte le forze armate americane destinate ad operare in Africa, è l’ammiraglio Stravridis, il quale è contemporaneamente il comandante della Nato. Il passaggio del comando delle operazioni in Libia dalla Coalizione alla Nato in sostanza ha significato mantenerlo affidato agli americani coinvolgendo altri Stati. La Nato come organizzazione plurinazionale, e ancor più il suo comandante, non devono rispondere a nessuno del loro operato e quindi in questo modo si scavalcano “democraticamente” tutti i vincoli e i limiti posti dall’approvazione dei parlamenti degli Stati che vi aderiscono. Nella fattispecie l’ammiraglio Stravridis può agire in assoluta autonomia e risponde del suo operato solo al Presidente Obama e al Pentagono.

Si legge in una intervista del giornalista cinese Xu Jingjing a Mahdi Darius Nazemroaya l’1 aprile 2011: «Il principale obiettivo di AfriCom è quello di assicurare il continente africano agli Stati Uniti e ai loro alleati. La sua missione è quella di contribuire a un nuovo ordine coloniale in Africa, che gli Stati Uniti e i suoi alleati stanno cercando di stabilire. Per molti versi questo è ciò che l’intervento militare in Libia significa. La recente Conferenza di Londra sulla Libia può anche essere paragonata alla Conferenza di Berlino del 1884. La differenza è che nel 2011 gli Stati Uniti sono al tavolo e, più importante, guidano gli altri partecipanti nella spartizione di Libia e Africa».

Il retaggio tribale

Altro corno del problema è la controversia sull’importanza della questione tribale, che potrebbe costituire un’incognita anche per il dopo Gheddafi. Va precisato che in Libia questo fattore ha un peso diverso da quello nelle alte valli dell’Asia centrale dove le organizzazioni tribali, ultime forme superstiti delle precedenti forme precapitalistiche, hanno un ruolo e controllo economico e politico pressoché totale in quelle società che vivono fisicamente ai margini del mondo moderno. (Un recente studio di un’agenzia dell’Onu stima in un miliardo di esseri umani quanti ancora vivono in società strutturate in maniera precapitalista fino agli ultimi “selvaggi” ancora raccoglitori e cacciatori nelle residue foreste del pianeta.)

In Libia non è così, per motivi economici, demografici, geografici, storici e culturali.

Gheddafi dopo la conquista del potere tramite il colpo di Stato del 1969 ha considerato con attenzione questo problema distribuendo gli incarichi governativi ed economici fra i gruppi tribali, senza nominarli mai, in un preciso ordine gerarchico, secondo una valutazione opportunista che non scontentasse nessuno, allo scopo di mantenere calmo il fronte interno. Questo fu possibile perché le risorse fornite dalla rendita petrolifera erano smisurate rispetto alla popolazione libica – i primi grandi giacimenti nel deserto furono scoperti nel 1959 – e col suo “socialismo islamico”, di puro stampo populista, poteva distribuire un certo benessere a tutti i libici cui bastava sollevarsi un poco dai tradizionali parchi costumi beduini. Va ricordato che la Libia, sia dopo la poco civilizzatrice occupazione coloniale italiana fino alla fine della Seconda Guerra mondiale, sia sotto il successivo protettorato anglo-francese precedente l’indipendenza concessa nel 1951, era considerata come la nazione più povera e arretrata di tutto il Maghreb, con un tasso di analfabetismo intorno al 90% e senza tradizioni di stabili governi autonomi nazionali.

Il governo della Libia fra gli attuali confini fu affidato a Sidi Idris al-Senussi che dal 1916 ricopriva la carica di capo della confraternita religiosa della Senusiyya, che però non disdegnava l’uso delle armi per difendere i territori, con centro di riferimento a Bengasi nella Cirenaica e maggior seguito tra le popolazioni beduine. Nel periodo della colonizzazione dei primi anni del ‘900, gli inglesi prima e gli italiani poi lo indicarono come la figura di maggior importanza sociale e politica riconoscendogli il titolo di emiro della Cirenaica. Durante l’occupazione italiana riparò in Egitto da dove diresse le operazioni di guerriglia contro gli occupanti sostenendo altresì le forze angloamericane. Al termine della Seconda Guerra mondiale gli furono proposti e concessi anche i titoli di emiro della Tripolitania e del Fezzan, passi necessari per costituire in modo artificiale, secondo il consueto sistema del colonialismo inglese, l’entità statale della moderna Libia.

Gheddafi nel suo “Libro verde” del 1975, che già descrivemmo, con i termini di “congressi popolari” e di “comitati popolari”, che poneva a base della sua “democrazia popolare”, non designava altro che quelli che erano i vecchi consigli tribali delle varie comunità, sia che vivessero nelle aree meno urbanizzate, marginali e del deserto, sia in quelle più concentrate dove gruppi tribali diversi già convivevano. Nella sua gerarchia si parte dalla famiglia, poi la tribù, la nazione ed infine la comunità sopranazionale di tutte le nazioni. Nel capitolo “La Tribù” così riaffermava questo ruolo, che sicuramente non poteva disconoscere: «La tribù è un riparo sociale naturale per la sicurezza dell’individuo. In forza delle sue consuetudini sociali tribali essa fornisce ai suoi membri un prezzo di sangue (diyah) di gruppo, un risarcimento (garamah) di gruppo, una vendetta di gruppo, ossia offre una protezione sociale». C’è da chiedersi quanto ancora fossero osservati quei precetti, ma noi ben sappiamo che, radicati da secoli, anche il capitalismo non riesce a cancellarli del tutto, anzi, in parte e spesso ne trae beneficio. Sta di fatto però che ancora nel 1994 veniva istituito il “Comitato dei Capi tribali” per garantire il loro coinvolgimento nei processi decisionali, segno dell’importanza di quelle istituzioni che continuavano a fare da tramite indispensabile per ottenere incarichi statali o per l’accesso a fondi per varie attività.

La questione ora è di sapere come, dopo Gheddafi, verranno spartiti potere e ricchezze, se saranno utilizzate o meno quelle arcaiche organizzazioni e strutture sociali, che in effetti sono l’unico e radicato collante della Libia, e quali saranno i rapporti di forza fra le stesse visto che alcune di queste si sono schierate a favore, altre contro il regime del rais.

Nei piani segreti delle diplomazie americane e britanniche ovviamente sono pronte alcune soluzioni tra cui il ritorno, almeno in un primo momento di transizione, del legittimo erede al trono nella figura di Mohammed Idris al Senussi, che si è reso disponibile; formatosi in Inghilterra è ora importante e riconosciuto uomo d’affari, anche in Italia dove vi sono sedi di alcune sue attività. Il modello ricalcherebbe quello validamente sperimentato con il re della Giordania o come quello di Simeone di Bulgaria che, dopo la caduta del Patto di Varsavia e il crollo del muro di Berlino, è ritornato nel suo paese non più come re ma come presidente eletto della repubblica. Nella politica borghese non si butta via niente, tutto prima o poi può tornare utile per la sua “pace”.

Nel coacervo delle nominate 140 tribù libiche, solo 30 hanno però valenza politica, e la contesa si svolge intorno alle quattro principali. Quella dei Warfalla, di circa un milione di individui, in Tripolitania, nell’ovest del paese, che da subito ha abbandonato Gheddafi facendo di Misurata la propria roccaforte, unica città in mano agli insorti dell’ovest, assediata ma mai riconquistata dai lealisti. Anche gli Zuwayya, nell’est, si sono mossi, dopo un periodo di incertezza, contro Gheddafi. A questi si sono aggiunti parte dei Tuareg, che controllano le piste del deserto sui confini algerini. A sostegno del regime c’era la piccola tribù dei Ghadafa, da cui il rais proveniva, con Sirte città di riferimento, e che non aveva mai contato granché prima del colpo di Stato del colonnello, e quella più potente dei Meqarha che vivono nella parte sud occidentale del paese. Difficile proseguire oltre nel confuso intreccio, anche per le difformi trascrizioni dei nomi che sovente creano confusione. L’assalto finale a Tripoli è venuto principalmente dall’ovest, dalla forte tribù delle montagne, gli Zintan, con il fronte orientale bloccato a Brega, mentre non essendo ancora pronta la versione ufficiale, nessuna tribù può ancora vantare il merito della morte di Gheddafi né si può ancora determinare la nuova linea gerarchica fra le tribù libiche che peserà sul futuro organigramma del potere.

Strategia globale

Riferisce il “Quadriennal Defense Review” appena pubblicato, la più autorevole fonte pubblica del settore, del cambio di impostazione strategica delle forze armate americane, avendo il ministero della difesa completamente abbandonato la precedente, basata sulla necessità di prepararsi a combattere contemporaneamente due conflitti convenzionali su due differenti teatri di guerra. La nuova strategia è alquanto vagamente descritta: fronteggiare più e molteplici attacchi e pericoli per la sicurezza degli Usa, comprendendo il terrorismo su larga scala, con armi chimiche, biologiche e nucleari, gli attacchi informatici, la ricaduta sul piano politico e militare dei “cambiamenti climatici” in atto e futuri (sic). Per questa pochezza, però, è stato stanziato un investimento record di 700 miliardi di dollari. Nella Q.D.R. la Cina viene implicitamente assunta come la principale origine dei più insidiosi e pericolosi “attacchi informatici” verso gli Usa i quali, in aggiunta alle irrisolte e molto meno virtuali questioni di Tibet, Taiwan, Pakistan e Corea del Nord, hanno indotto gli strateghi americani a delineare un conflitto bellico convenzionale a larga scala tra Washington e Pechino. Questi piani possono essere ben altro che fantasie o esercitazioni accademiche dello Stato Maggiore.

È possibile che, controllata pienamente la situazione in Libia, quella imponente e attivata macchina bellica venga spostata verso la Siria, dove si potrebbe applicare la stessa strategia; e attraverso la Siria far pressione sull’Iran.

L’Iran è un altro punto chiave nel gioco imperiale nella regione, ma più complesso per motivi economici, storici, politici e per il più elevato sviluppo industriale. Nel lungo studio “Which Path to Persia? Options for a New American Strategy Toward Iran” (Come arrivare all’Iran? Opzioni per una nuova strategia americana nei confronti dell’Iran) del giugno 2009 ed edito dal Saban Center, finanziato da Wall Street e da Londra, così si afferma in modo esplicito: «Se gli Stati Uniti riuscissero mai ad innescare una rivolta contro il regime dei mullah, Washington potrebbe essere costretta ad intervenire fornendo una qualche forma di sostegno militare per evitare che Teheran la schiacci».

Vanno definendosi dei possibili scenari della prossima Terza Guerra. Non sono ancora chiari gli schieramenti e le future alleanze e quale ruolo rivestirà la Cina. Una nota ufficiale cinese del 19 maggio diffida il governo americano da intervenire militarmente o solo invadere parzialmente il Pakistan per debellare le basi del terrorismo che si annidano ai suoi confini settentrionali, considerando tali interventi come portati direttamente contro il suolo cinese. Sarà il veloce procedere della crisi economica mondiale a scandire la successione degli eventi. Intanto, però, se ne incomincia a parlare: il cancelliere tedesco Angela Merkel, a margine del recente incontro a novembre dei primi ministri dei 17 paesi dell’euro, con un senso della storia che in Germania manca meno che altrove, avverte: ”Se cade l’euro cade l’Europa: nessuno prenda per garantiti altri 50 anni di pace in Europa».

La limitata guerra in Libia va inquadrata in questo più ampio contesto strategico mondiale.

Partito Comunista Internazionale

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