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Il teatrino delle elezioni regionali 2015: ma a chi interessa? Non si tratta banalmente di “non votare PD”

Occorre ripensare al tema delle legalità (richiamate solo contro il popolo), delle regole (pensiamo al "diritto di sciopero", sorta di ossimoro che di fatto oblitera le ragioni basilari dei bisogni e delle rivendicazioni).

(29 Maggio 2015)

Per intanto il rebus delle elezioni regionali si rivelerà al solo uso e consumo di chi il potere lo detiene all’interno di un sistema che va capovolto. Non si tratta banalmente di “non votare PD” (sorta di slogan che specchia banalmente il più vecchio “anti-berlusconi”), si tratta di fare una scelta politica extra-sistema, ma non certo in veste di maggioranza silente e indifferente: tutt’altro.

Ultime battute per una campagna elettorale che non interessa nessuno.

O meglio: le ragioni per occuparsi di politica sono molte, e riguardano le condizioni materiali dei milioni di disoccupati, precari senza futuro, pensionati al limite della sopravvivenza, ma anche lavoratori che operano nelle strutture pubbliche che dovrebbero erogare servizi indispensabili ad una Società, come la sanità o l’istruzione.
Dovrebbe, la politica, essere il pane quotidiano con il quale accompagnare la decodifica di una Società ormai inabissata nel più devastante individualismo, nella caccia rabbiosa fomentata da media e razzismi verso i più fragili, nella stretta autoritaria che non consente dissenso ma solo manganellate e dileggio, nella corruzione e nella arroganza del potere degli innominabili ed impresentabili comunque. E dovrebbe essere il companatico col quale costruire una ipotesi di futuro.

Invece il progressivo scollamento tra le ragioni della politica e quelle della società ad opera di un ceto uso solo a detenere o far balenare il potere (chi ha tempo da perdere si legga le motivazioni di Civati, che assieme al nulla che lo circonda, Landini compreso, cerca incoronazione scopiazzando e rivelando una autonomia di pensiero pari allo zero) ha squassato e chiuso definitivamente questa fase novecentesca, ricollocandoci a condizioni da ‘800.

Siamo ad un punto di rottura che per rendersi efficace deve necessariamente sorgere e crescere tra chi è stato derubato di tutto (e gran parte della generazione cui appartengo ha fatto la sua parte in questa rapina, facendosi ubriacare da consociativismo, compartecipazione, trasformismo e collaborazionismo camuffato da concertazione, convincendosi della scomparsa del conflitto di classe, della inesistenza della frattura tra Capitale e Lavoro, dimenticando i bisogni e riempiendosi la bocca del concetto di diritti, oggi tutti – ovviamente – scomparsi).

Deve innestarsi in quegli strati giovanili, dentro e fuori il mondo del lavoro, buttando all’aria una serie di schemi rigidi e gabbie nei quali rischiamo d’essere soffocati inesorabilmente.

Occorre ripensare al tema delle legalità (richiamate solo contro il popolo), delle regole (pensiamo al “diritto di sciopero”, sorta di ossimoro che di fatto oblitera le ragioni basilari dei bisogni e delle rivendicazioni).

Per intanto il rebus delle elezioni regionali si rivelerà al solo uso e consumo di chi il potere lo detiene all’interno di un sistema che va capovolto.
Non si tratta banalmente di “non votare PD” (sorta di slogan che specchia banalmente il più vecchio “anti-berlusconi”):
si tratta di fare una scelta politica extra-sistema, ma non certo in veste di maggioranza silente e indifferente: tutt’altro.

Stiamone fuori attivamente e politicamente.

Patrizia Turchi

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