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(Imperialismo e guerra)

Ad un secolo dalla fine della prima carneficina imperialista

Una guerra contro la classe operaia

(6 Gennaio 2019)

Da COMUNISMO n.85 Dicembre 2018, rivista del Partito Comunista Internazionale

Quando nel 1871 le truppe vittoriose di Prussia si schierarono assieme al vinto esercito francese per soffocare nel sangue la Comune di Parigi, il primo vero tentativo organizzato di “assalto al cielo”, la lezione che il marxismo ne trasse fu che da quel momento tutti gli eserciti erano confederati contro il proletariato; quella data segna uno spartiacque definitivo per la storia delle classi e del loro scontro, per l’atteggiamento dei partiti comunisti da un lato, per la dinamica imperialista del Capitale dall’altro.

Da quel momento qualunque giustificazione o affermazione di un presunto vantaggio per i proletari derivante dai successi, anche militari, della propria nazione, è una infamia orchestrata dagli agenti della borghesia nel seno della classe, e chiunque, soprattutto se richiamandosi al socialismo, parli di vittorie, di conquiste per la collettività, di “santi sacrifici” per il bene della patria è un traditore, è un nemico di classe.

Quarantacinque anni dopo quella data, trascorso un periodo di pace armata, turbato soltanto da guerre di “sistemazione” nei Balcani, gli Stati imperialistici di Europa scatenarono una “guerra totale” per l’egemonia sul continente e per la riassegnazione e spartizione del ricco bottino delle colonie. Il clima spensierato e gaudente delle classi superiori di tutta Europa, certe di un futuro radioso e per sempre sicuro, mutò nell’inquieta attesa di un evento che scompaginava e rimetteva in discussione l’intero assetto europeo e mediorientale.

Parlare del militarismo tedesco quale detonatore del grande conflitto, presumere che la necessità di tenere unito l’imperial-regia compagine statale sotto il trono degli Adsburgo contro i ricorrenti nazionalismi in uno Stato-mosaico avesse reso necessaria la guerra, è una visione non parziale ma falsa. Se ogni Stato denunciò come necessaria la discesa in guerra “per difendersi”, anche in modo preventivo, dalla minaccia portata dagli altri belligeranti; se Germania ed Austria-Ungheria ebbero nella vigilia del 1914 un atteggiamento formalmente più aggressivo, tutte le altre maggiori potenze non avevano risparmiato provocazioni negli anni precedenti. Gli Stati che scesero in guerra – compreso l’ultimo, l’Italia, che per non mancare al tavolo della spartizione delle spoglie dei vinti si decise l’anno seguente, dopo attenta valutazione dei benefici e dei rischi – tutti vi si impegnarono per la stessa volontà imperialistica di potenza, tutti per aumentare i loro spazi commerciali, territoriali ed industriali che la concorrenza imperialistica tendeva a ridurre.

In tutti i paesi militarismo e nazionalismo furono, all’inizio di quel primo novecento, due modi complementari con cui si determinò e polarizzò la cosiddetta opinione pubblica, l’ideologia delle mezze classi e dei loro partiti. Facendo passare la guerra come “essenzialmente” difensiva si poté influenzare e contaminare i partiti aderenti alla Seconda Internazionale, e disorientare il sentire del proletariato per il fallimento di quell’organismo sovranazionale dei partiti socialisti, che si adattò supinamente, salvo l’eccezione del partito di Lenin e delle frazioni di sinistra, alle necessità politiche del capitale nazionale e delle sue classi dominanti. Il senso patriottico della “nazione minacciata” diventò man mano un consenso diffuso, alimentato da tutto il complesso apparato ideologico dello Stato, consenso che permise alle classi possidenti di portare alla guerra la classe operaia e i contadini. L’illusione di una rapida vittoria, da ottenersi con poco dispendio di energie e vite umane, trascinò anche la piccola borghesia.

I partiti socialisti nazionali docili si accodarono. Nessun partito della classe operaia antivide con chiarezza l’abisso di sfruttamento, rovina e morte che le borghesie nazionali andavano approntando per i proletari in divisa e per le popolazioni, sottoposte ad un immiserimento progressivo ed intollerabile, fame e miseria, fatica e sfruttamento oltre ogni limite. Le forze operaie e contadine si scannavano in nome delle future e prospere sorti della nazione, carne da cannone mandata al macello contro i fratelli di classe in altra divisa. E da controllare sempre, in quanto con le armi in mano, con ogni mezzo, compreso decimazioni e fucilazioni indiscriminate, disciplina feroce e sanguinaria, ma non cieca, mirata a spezzare ogni pur flebile cenno di rivolta, di fraternizzazione tra truppe avversarie.

È, nella sua semplicità sanguinaria e terribile, un lucido esempio di lotta di classe: condotta dallo Stato borghese contro i proletari.

La borghesia, che aveva scatenato per gli interessi del Capitale nazionale una guerra che si stava dimostrando ben più dura e micidiale di quanto preventivato, e che rischiava la reazione di classe dei proletari mandati ad una carneficina di cui non si vedeva la fine, altro non poteva fare che rafforzare sino all’esasperazione i suoi strumenti repressivi.

Poche frazioni di sinistra in Europa tutto questo ben compresero, ed una sola, in Russia, si preparava davvero a mutare la guerra tra gli Stati in guerra tra le classi, e riuscì in questo sommo compito, nella Rivoluzione di classe, sull’onda di una sconfitta sanguinosissima causata anche dall’inefficienza politica e militare dell’impero dello Zar in decomposizione.

I fieri nemici si ritrovarono improvvisamente accomunati contro lo Stato della Rivoluzione comunista. Allora “scoppiò la pace”, anche per l’assoluto sfinimento di tutte le parti in causa. Le borghesie, magari con una devastante sconfitta sulle spalle, ieri in lotta tra loro si ritrovarono unite nel paventare lo sbandamento dei reduci che tornavano al lavoro che non c’è più, alla miseria morale e spirituale.

Gli Stati vincitori o sconfitti preferirono lasciare alla prigionia più dura i soldati che fino ad ieri facevano scannare nelle trincee, dopo averli inchiodati in difese senza speranza su linee di fronte senza alcuna giustificazione strategica, salvo consentire il rientro alle truppe garanti dell’ordine borghese.

I soldati rientrati nei propri paesi e tornati semplici civili chiederanno allora di saldare i conti con la propria borghesia, e cercheranno l’assalto al cielo, ma senza il Partito della Rivoluzione fallirà ogni loro tentativo.

Anche noi comunisti onoriamo le vittime di quel gran primo carnaio, tutti i proletari e i contadini di ogni nazione a cui è stata tolta vita o salute per la folle ferocia dei capitalismi. Li abbracciamo in ogni loro uniforme, nostri fratelli di classe, noi memori delle vittorie delle loro generazioni passate e di quelle a venire che verranno a vendicarli. E additiamo al disprezzo e all’odio dei proletari quanti ancor oggi pretendono il vanto di aver servito gli Stati borghesi e la loro guerra.

PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE

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