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(29 Luglio 2019)

Maurizio Ferrera, sulle colonne della “Lettura” del Corriere della Sera del 28 luglio, rilancia il tema della disuguaglianza partendo dall’analisi di quelle che definisce come dirompenti trasformazioni economiche e sociali degli ultimi due decenni.
In questo quadro si ripropongono oggi, a giudizio dell’autore, antichi problemi: la distribuzione del reddito è molto più squilibrata, il rischio di povertà e esclusione sociale è aumentato, la struttura di classe si è riarticolata (Ferrera individua una classificazione in cinque segmenti: dagli iper ricchi agli esclusi) ed occorre immaginare “garanzie sociali” a geometria variabile.
Per la stesura dell’articolo ci si è appoggiati ad una vasta bibliografia: da Arnsperger e Van Parijs a Atkinson, soltanto per citare alcuni esempi fra i tanti.
L’occasione offerta da questo articolo è buona per rilanciare un tema di fondo: senza una riflessione di ciò che oggi, nella nostra società occidentale, rappresenta la nuova determinazione delle fratture sociali e senza l’individuazione dell’elemento basilare che ne caratterizza la natura (quello dell’intensificazione dei meccanismi di sfruttamento) non si riuscirà ad elaborare una progettualità almeno sufficiente per impostare un programma politico in grado di affrontare questo tema che rappresenta sicuramente, sul piano globale, “la madre di tutte le battaglie”.
Il tema dell’insopportabilità delle disuguaglianze deve stare appieno dentro alla proposta che si sta tentando da tempo di avanzare per la ricostruzione della soggettività politica della sinistra italiana.
Una proposta che ha necessità di essere motivata andando “oltre”, per quanto possibile, alle pur evidenti ragioni legate al fallimento dei soggetti esistenti, risultati incapaci di promuovere e realizzare quel livello di presenza politica che sarebbe risultata necessaria per fronteggiare l’emergenza della controffensiva dell’avversario e il mutamento complessivo di scenario verificatosi nell’insieme del sistema politico.
Le sole ragioni di carattere immediato però non sono sufficienti: occorre, infatti è indispensabile andare alle radici del meccanismo dell’aggregazione sociale, recuperandone insieme significati ed effetti aggiornandoli ai cambiamenti culturali, sociali, tecnologici, di costume verificatisi nel tempo.

La richiesta è quella di aggiornare la “teoria delle fratture” alla luce di quanto avvenuto negli ultimi tempi e che evidentemente, nell’insieme della letteratura citata nell’articolo che ha dato origine a questo intervento, viene evocata ma non affrontata.
E’ evidente, in questo, che il riferimento non è soltanto semplicisticamente al sistema politico italiano, ma è a questo che dal nostro punto di vista ci rivolgiamo per inserire la proposta di una vera e propria ricostruzione di soggettività.
Il più importante aggiornamento nella “teoria delle fratture” è avvenuto nel 1967 per opera di Lipset e Rokkan, attraverso la divisione tra “fratture post-industriali” e la “frattura di classe” che aveva assunto assoluta rilevanza durante la rivoluzione industriale alla fine del XIX secolo.
Con la “frattura di classe” gli attori sociali si contrappongono in base a interessi economici divergenti provocando un conflitto di tipo “verticale” tra attori che si guadagnano da vivere con il proprio lavoro e attori che si guadagnano da vivere attraverso lo sfruttamento della proprietà o del capitale.
La definizione più netta e precisa della “frattura di classe” è sicuramente quella di Karl Marx contenuta nel testo “Miseria della filosofia” del 1847 “gli individui fanno parte di una classe in sé in virtù della relazione obiettiva che intrattengono con i mezzi di produzione”.
Si può dire che per gran parte del XX secolo la “frattura di classe” abbia rappresentato un punto di riferimento stabile nelle dinamiche dei diversi sistemi politici, anche oltre le differenziazioni teoriche e ideologiche e del formarsi di “ceti politici” di tipo professionale che, alla fine, hanno potuto perseguire obiettivi distinti da quelli della classe che intendevano rappresentare.
Un fenomeno di divaricazione degli intenti e di obbedienza alla “legge ferrea dell’oligarchia” enunciata da Robert Michels e nelle analisi sulla politica come professione elaborate da Max Weber.
Era emersa un’ipotesi di “congelamento” delle fratture esistenti.
Un congelamento che serviva anche per spiegare perché i partiti politici che dominavano le elezioni negli anni’60 del XX secolo erano gli stessi partiti che avevano dominato le elezioni decenni prima, negli anni’20 o ’30 ed egualmente per spiegare l’accumulo di consenso realizzato, comunque, dai partiti al potere nei regimi dell’Est europeo a cosiddetta “rivoluzione avvenuta” o di “socialismo reale”.
L’ipotesi del “congelamento” è stata messa messa in discussione a partire dalla fine degli anni’80 con l’emergere di nuovi fenomeni sociali quali quelli dell’ambientalismo e dell’immigrazione al punto che Inglehart nel 1997 afferma come si sia di fronte a un mutamento di valori all’interno delle società industriali avanzate, passando da valori “materialisti” a valori “post materialisti”.
Da allora si è assistito ad un declino nella rilevanza delle fratture più tradizionali e all’emergere appunto di una non meglio definita frattura “post-materialista”, in quadro di generale richiesta di espansione della libertà umana.
A questo punto è facile individuare, sotto questo profilo, le ragioni teoriche di ciò che è accaduto nell’ultimo decennio del secolo scorso rispetto allo sconvolgimento di sistemi politici consolidati, alla caduta dei regimi dell’Est europeo, al mutamento complessivo di paradigma nella natura dei partiti politici con il rovesciarsi del rapporto tra gli interessi dei ceti politici professionalizzati (governabilità, personalizzazione) e quelli dei rappresentati in nome delle “fratture sociali” persistenti.
Nel frattempo si è realizzato un altro rovesciamento “storico” sul piano della comunicazione di massa e del rapporto tra questo e il consumo individuale: una novità fondamentale che ha dato vita al fenomeno della cosiddetta “globalizzazione”, esplosa in particolare nella prima parte di questo decennio del X XI secolo.
Su questa base si sono verificati due fenomeni di portata assolutamente epocale: quello del passaggio da un’idea del collettivo sociale all’individualismo di massa (sulla base del quale la democrazia ha assunto le vesti della cosiddetta “democrazia del pubblico” fino alla forma attuale della “democrazia recitativa” che si vorrebbe far sfociare alla fine in una “democrazia illiberale”) e dello smarrimento da parte dei partiti politici dell’idea della rappresentanza.
Due fenomeni che hanno determinato il formarsi di nuove élite e di nuovi intrecci tra economia e politica.
Si stanno così affermando nuovi modelli di governabilità autoritaria in economia come in politica.
Una fase nel corso della quale si sono gettate le basi per l’affermarsi di quella già citata “democrazia illiberale” della quale abbiamo esempi molto evidenti in diversi regimi al potere.
All’interno di questo quadro, sommariamente descritto, l’opposizione è stata affidata, in generale e a prescindere dalla diversa qualità e composizione dei sistemi politici, alla protesta movimentista, all’idea che le “moltitudini” potessero provocare con i loro sommovimenti un mutamento di equilibri, spostando, sul piano teorico, la realtà della “frattura di classe” verso una ricerca di richiesta di restituzione non meglio precisata, generando assieme fenomeni di tipo populistico e di “antipolitica”.
Questo quadro si sta imponendo mentre la globalizzazione sembra essersi arrestata tornando d’imperio sulla scena del mondo il primato della geopolitica e la contrapposizione a livello planetario.
Così non si è riusciti ad invertire la tendenza proprio nel definire un aggiornamento teorico relativo proprio alla realtà delle “fratture” esistenti, sulla base del quale tracciare un progetto di riaggregazione di specifici interessi.
Sembrano due le grandi questioni sul tappeto: quello del rapporto tra consumo del pianeta in termini complessivi di suolo e di risorse e la prospettiva di vivibilità del genere umano e quella della capacità cognitiva, in termini globali di formazione, informazione, capacità di trasmissione di notizie e cultura (e quindi di educazione globale) che le nuove tecnologie hanno prepotentemente messo in campo nel corso degli ultimi anni.
Sono questi i punti di riflessione sui quali soffermarsi: nel momento in cui appare necessario muoversi sul terreno di una nuova dimensione collettiva dell’agire politico da strutturare organizzativamente qui ed ora dove concretamente ci troviamo.
L’interrogativo è come riuscire a far sì che il contesto di interessi che legano la classe che s’intende rappresentare a questo tipo di fenomeni appena descritti attraverso l’assunzione di una veste politica definita, sia sul piano teorico di riferimento sia rispetto ad un progetto di radicale trasformazione sociale e politica.
Non è sufficiente una risposta di semplici garanzie sociali.
A questo punto appare indispensabile lavorare su di un aggiornamento della “teoria delle fratture” del livello di quello che appunto fu elaborato al momento della comparsa dell’insostituibile e comunque fondamentale “frattura di classe” rielaborando adeguatamente un progetto politico di livello sistemico.

FRANCO ASTENGO

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