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(28 Maggio 2011) Enzo Apicella
Fincantieri chiude gli stabilimenti di Sestri Ponente e di Castellammare di Stabbia e annuncia 2.500 licenziamenti.

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(Lotte operaie nella crisi)

Primo Maggio 2010

La causa dei disoccupati è quella di tutta la classe operaia!

(5 Maggio 2010)

Disoccupazione, cassa integrazione e licenziamenti sono gli effetti inevitabili della crisi in corso che pesano su una parte sempre più consistente di lavoratori. Per quelli che rimarranno nei luoghi di lavoro, la prospettiva sarà quella di un peggioramento generalizzato delle condizioni salariali e normative e di uno sfruttamento intensificato. In pratica, la “soluzione” che i padroni -col concorso indispensabile dei sindacati asserviti al Capitale, alla Democrazia ed allo Stato- ci prospettano è solamente una: le imprese, per recuperare margini di profitto erosi dalla crisi, si concentrano ed eliminano dal ciclo produttivo i lavoratori eccedenti (FIAT insegna). Pertanto i lavoratori pagano da sempre la crisi del sistema di produzione capitalistico. La disoccupazione è un fenomeno inseparabile dallo sviluppo stesso dell’economia capitalistica, quindi non solo ricorrente in forma epidemica nei periodi di crisi, ma presente endemicamente anche nei periodi di espansione. Le manifestazioni di resistenza operaia, messe in atto dai lavoratori nel corso di quest’ultimo anno e mezzo, hanno risentito dell’indirizzo politico e sindacale disastroso cui li hanno condotti i partiti che dicono di difenderne gli interessi e i sindacati tricolore. Conseguentemente queste azioni si sono totalmente inserite, almeno sinora, nel quadro delle compatibilità padronali e della salvaguardia delle sorti delle aziende e dell’economia nazionale, non già degli interessi esclusivi dei lavoratori.

Questo è il risultato di anni di martellamento continuo durante i quali un coro comune sindacalpadronale ha rintronato gli operai con le litanie sulla “compatibilità con gli interessi dell’azienda”, con le richieste di innovazioni tecnologiche e di una produzione di qualità e con le suppliche anelanti all’aumento della produttività degli impianti e della competitività delle merci; tutte queste richieste sono state sinonimo di auto-castrazione da parte della classe operaia in quanto, non solo hanno alimentato e sostenuto la divisione tra proletari di differenti paesi, ma anche tra proletari di diverse regioni dello stesso Stato quando si è giunti all’estrema aberrazione di reclamare il mantenimento del potenziale produttivo nella propria regione. Un quadro questo, che ha aumentato la concorrenza fra lavoratori di imprese differenti e che spinge molti a credere illusoriamente nelle “soluzioni” individuali. Il tentativo continuo è quello di spezzare i legami che fanno dei proletari una classe dotata di un ruolo e di una funzione storica nella trasformazione sociale, alimentando, nello stesso tempo, il mito degli individui autonomi e dei cittadini indipendenti in feroce concorrenza l’uno con l’altro.

La classe operaia è stata così costretta a subire senza fiatare la ristrutturazione capitalistica; ha visto sfumare ogni residua illusione sulle riforme e sulle proposte “concrete” tanto care agli opportunisti che in tutti questi anni non solo non hanno migliorato di una sola virgola le condizioni di vita dei lavoratori; proposte che non hanno nemmeno fermato la disoccupazione che oggi i proletari sperimentano sempre più sulla loro pelle. La classe operaia oggi sconta la mancanza di una direzione politica di classe che promuova la generalizzazione delle lotte, che la indirizzi al conseguimento di obiettivi coerenti con l’interesse esclusivo dei salariati, imposti la lotta sulla base di metodi insofferenti di qualsiasi restrizione dettata dai “valori” costituzionali e democratici da ossequiare. Solo in questo modo sarà possibile portare i proletari fuori dalle secche delle rivendicazioni corporative e quindi fuori dal ghetto della fabbrica, della categoria o del luogo. La condizione di esistenza del capitalismo e quindi della disoccupazione è il lavoro salariato, vale a dire la compravendita della forza-lavoro. Lo sfruttamento e la disoccupazione possono dunque scomparire solo insieme al lavoro salariato, e cioè la loro scomparsa è tutt’uno con l’abolizione del lavoro salariato.

Come superare la dispersione? Come passare dall’azione diretta su questioni immediate, riguardanti le condizioni di vita e di lavoro dei salariati, al loro affasciamento in un più vasto fronte comune su parole d’ordine immediatamente percepibili dalla massa dei lavoratori? Come andare oltre i balbettii sulle compatibilità sindacali, riannodando il filo spezzato delle rivendicazioni operaie autentiche e quindi idonee a far sì che i lavoratori possano nuovamente decidere del loro movimento e riprendere quantomeno a difendersi dagli effetti della crisi del capitalismo? È chiaro che proprio perché nell’ambito di questo sistema di produzione non esistono soluzioni definitive ai nostri problemi, diventano importanti le rivendicazioni e i metodi di lotta -quindi per che cosa e soprattutto come lottare- in generale ed in particolare su una questione così pressante come i licenziamenti. La “guerriglia quotidiana” della lotta difensiva rappresenta infatti il necessario allenamento grazie al quale il proletariato giungerà infine al superamento della mera difesa dei suoi interessi nell’ambito di questa società e quindi è la premessa perché possa riappropriarsi di una prospettiva politica che la faccia finita con questo sistema.

La lotta contro la disoccupazione e la chiusura di interi rami d’industria non si fa con la richiesta di un lavoro che lo stesso capitale si incarica di eliminare; tanto meno con la richiesta di investimenti per creare nuovi rami della produzione con o senza la partecipazione dello Stato. Si deve lottare per un risultato che tenga conto della condizione di tutta la classe, occupata e disoccupata, infrangendo la barriera storica che oggi impedisce di riprendere la parola d’ordine sul salario ai senza lavoro e della diminuzione drastica della giornata lavorativa a parità di salario. Ciò si ottiene solo abbattendo la quantità di lavoro per cui attualmente si spende così gran parte della vita di un lavoratore e si sciupano enormi quantità di risorse naturali e sociali, abbassando il livello dell’investimento e costringendo la società capitalistica ad una limitazione del profitto -nel grado e nella misura in cui i rapporti di forza fra le classi lo consentano- obbligando il capitalismo ad operare contro la sua propria natura.

La rivendicazione del salario ai disoccupati e a chi ha perso o sta perdendo il lavoro, ha lo scopo di non dividere gli operai, come invece fa la cassa integrazione che diluisce nel tempo gli effetti delle ristrutturazioni, distribuendolo in modo diseguale tra i vari settori della classe. Queste sono parole d’ordine unificanti che permettono ad un più vasto fronte di lavoratori di far saltare i piani di padroni, governo e sindacati per “uscire dalla crisi” a spese della classe operaia. Queste sono rivendicazioni che possono mettere in atto una lotta più generale di tutti i lavoratori che riesca a fronteggiare il nuovo livello dello scontro.

I tempi che verranno saranno molto importanti, non solo per i lavoratori italiani interessati ai processi di ristrutturazione e licenziamenti, FIAT in testa, ma saranno importanti anche per tutti i lavoratori e proletari europei che incontrano dappertutto gli stessi ostacoli politici e che dovranno affrontare ovunque gli stessi attacchi.

In una giornata così densa di significato per il movimento operaio internazionale come quella del Primo Maggio ed in un momento di crisi generalizzata come questa, è quanto mai necessario superare il quadro angusto di una lotta limitata al problema dei licenziamenti o, peggio, del “posto di lavoro”, inserendola in una più ampia lotta di emancipazione di classe. Ma ciò presuppone una situazione in cui l’azione del proletariato torni a svolgersi fuori dalla camicia di forza delle compatibilità cui lo hanno legato decenni di collaborazionismo sindacale. Presuppone un altro sindacato che si muova su un terreno di classe e in cui operino consistenti gruppi di operai inquadrati dal Partito Comunista. Altre strade non ce ne sono.

Partito Comunista Internazionale

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