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La tragedia irachena e il rilancio della pace

(3 Settembre 2003)

Non c’è oramai alcun dubbio: in Iraq il conflitto continua nella forma della guerriglia con una interminabile serie di azioni di guerra da parte di gruppi irregolari, favoriti dalla conoscenza dei luoghi e da un consistente sostegno delle popolazioni locali. Si tratta di gruppi di fedelissimi di Saddam Hussein, di nazionalisti arabi e di fondamentalisti islamici, tutti dotati di autonomia operativa ma al tempo stesso legati da un generale ed unificante disegno rivolto a scacciare dal paese gli odiati “invasori”. Una guerriglia che si salda col terrorismo per il suo costante ricorso a violenze indiscriminate e destabilizzanti con uccisioni, sabotaggi ed attentati dinamitardi. Una guerriglia ed un terrorismo che certamente si collegano, per una crescente contaminazione quantomeno emotiva, ad altri atti similari di tragica violenza che insanguinano la Palestina, l’Afghanistan e, ora qua ora là, diverse parti del mondo.

La guerra “breve” e l’ingresso “vittorioso” delle truppe statunitensi a Bagdad sono stati festosamente salutati dai più o meno mascherati fautori dell’intervento militare nel tentativo di appiccicare in qualche modo ad esso ragioni e finalità positive che quella guerra, come tutte le guerre offensive, non poteva certamente avere e che la “testardaggine” dei fatti ha comunque clamorosamente smentito. Ed ora, di fronte al disastro iracheno, all’aggravarsi della crisi palestinese ed al dilagare del terrorismo su scala mondiale, cosa hanno da dire i Berlusconi ed i Fini, gli amici senza dissensi e senza riserve di Bush e del suo governo, i teorizzatori della superiore civiltà occidentale e dello scontro di civiltà, i lugubri profeti della esportazione con le armi della “loro” democrazia e della “loro” globalizzazione? Guardano altrove o tacciono ovvero perseverano nell’errore commesso muovendosi disinvoltamente fra il tragico ed il ridicolo.

Ma anche tra coloro che, sia pure con molti “se” e con molti “ma”, avevano dissentito dalla decisione statunitense di attaccare l’Iraq si registrano purtroppo sorprendenti incoerenze ed esasperate prudenze. Che senso ha infatti affermare, come fanno diversi commentatori tra i quali Eugenio Scalfari su “la Repubblica” del 24 agosto, che oggi è inutile rivangare su chi ha avuto ragione e chi ha avuto torto a proposito della guerra irachena a condizione di non dimenticare? Ma - c’è da chiedersi - come si fa a non dimenticare per evitare il ripetersi di errori e di disastri se non si denunciano con rinnovato vigore i miopi e torbidi interessi che hanno scatenato il conflitto e se non si rilanciano le grandi ragioni del “no” alla guerra da parte della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica mondiale, di statisti e di leader politici e di tante autorevoli cattedre culturali e religiose? E come è possibile sorprendersi per quanto sta accadendo in Iraq sostenendo che neppure gli osservatori più pessimisti lo avevano immaginato quando da più parti voci innumerevoli e diverse, fra le quali persino quella poverissima di chi scrive (in particolare, “Quotidiano” del 23 aprile), avevano previsto che l’attacco avrebbe tragicamente alimentato guerriglie e terrorismi?

Contro chi vuole dividere il mondo in civiltà superiori ed inferiori e propugna scontri di civiltà occorre riproporre con forza la grande, semplice ed intuitiva verità per la quale “noi tutti siamo essenzialmente esseri umani” e “noi tutti siamo differentemente diversi” a dispetto dei tentativi di separarci gli uni dagli altri per rinchiuderci dentro recinti di civiltà concepite come categorie inconciliabili e fra loro necessariamente in conflitto. C’è bisogno allora di rilanciare il movimento per la pace con i valori di sempre e con gli argomenti che la terribile esperienza irachena ha dolorosamente avvalorato. Le bandiere della pace, che nelle nostre contrade continuano ancora a sventolare sbiadite per gli assalti del sole di questa caldissima estate, devono riacquistare colore e moltiplicarsi come devono riprendere vigore le riflessioni collettive, i raduni e le manifestazioni per dare corpo ad un sogno non diverso da quello che ha riempito la vita di Martin Luther King: la grande speranza che il potere dominante su un intero pianeta riconosca esplicitamente i propri errori e cerchi di porvi urgente rimedio con nuove politiche di solidarietà e di giustizia. E’ questo, e non la guerra, il solo strumento capace di isolare prima e debellare poi guerriglie e terrorismi.

Brindisi, 28 agosto 2003

Michele Di Schiena

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