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(27 Agosto 2011) Enzo Apicella

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E U R O A S T E N S I O N I S M O!

(18 Marzo 2019)

classe contro classe: logo ridotto

Più alto è l'astensionismo e meno peso politico reale ha il voto della “società civile”, più' forte è il rumore dello sferragliare di truppe elettorali intorno alle prossime europee del maggio 2019. Come funghi marciti all'ombra del loro parassitismo nascono “nuove” aggregazioni e soggetti politici, divisi geopoliticamente o secondo le località topografiche parlamentari, dove neologismi e astrusità dell'ultima ora si fondono tra “partito dei sindaci” o dei “magistrati” nel solito spondismo opportunista.

Apparentemente diversi ma uniti nel servire lobby e congreghe clientelari, uniscono il loro inutile tentativo di ridar credito all' istituzione svuotata del “suffragio universale” con quello di frenare, mitigare, o stoppare, il contraddittorio processo di unificazione continentale europeo.

Al contrario, la realtà dei fatti ci parla di una diserzione elettorale di massa che contiene al proprio interno una cospicua percentuale di astensionismo proletario e metropolitano, certo incosciente e spesso individualista, ma terreno oggettivo di intervento per una soggettività rivoluzionaria attenta e strategica, che sappia coscientizzare, sistematizzare, organizzare questo istintivo ed iniziale rifiuto della delega.
Noi non votiamo non perché non troviamo il nostro candidato, ma perché la rivoluzione non trova posto su nessuna lista!

Pensare in grande, alzare il tiro!

EUROASTENSIONISMO!

Per una campagna politica rivoluzionaria contro l'Europa dei padroni.
Noi siamo contro l'Europa dei padroni, i loro servi euroentusiasti ed euroscettici, le loro ideologie imperialiste e sovraniste.
Noi non possiamo impedire o frenare il movimento sociale reale che spinge, non solo in occidente, verso la costituzione, il rafforzamento e la competizione tra blocchi continentali, ma possiamo lavorare a coglierne ed approfondirne le proprie endemiche ed ineliminabili contraddizioni, per scioglierle in senso rivoluzionario.
La durezza del vincolo unita alle “responsabilità governative” ed all'avvicinarsi delle elezioni europee sta accelerando la “normalizzazione” dei sovranisti, che temperano le loro intemperanze anticontinentali.
La loro politica, borghese o opportunista che sia, è antistorica e reazionaria, determinata dalla paura della globalizzazione vissuta come minaccia a prebende e privilegi di classi e frazioni di classi padronali.

Questo brodo di coltura del sovranismo populista, sia esso declinato al nazionalismo fascistoide che alla “democrazia della rete”, propone la stessa “soluzione”: una impossibile chiusura dentro la gabbia dello stato-nazione che quando non diventa “antagonismo antieuropeo” si tinge dei toni xenofobi e razzisti.

L'altra faccia della medaglia è l'euroimperialismo, che quando non profuma dell'incenso vaticano dell'”Europa sociale compassionevole”, puzza del cadavere del riarmo generalizzato e del respingimento dei lavoratori extracomunitari. Ideologie che rispondono allo stesso interesse, quello di “proteggere” i propri “cittadini” dalle minacce e dalle insicurezze del mondo del caos, cui contrapporre l'Europa potenza o “l'altra Europa”, sempre in ossequio e obbligo al suo essere strumento per la competizione e sparizione del mondo. Sovranismo ed europeismo imperialista: 2 facce della medesima realtà, 2 manifestazioni dell'interclassismo a dividere i lavoratori secondo nazionalità, colore della pelle, religione, per indebolirne la forza.

L'appuntamento delle europee di Maggio arriva dopo anni difficili, segnati dalla crisi del decennio 2018-2018, e dalla conseguente necessità di rinnovare l'intera architettura istituzionale che sta dietro il trattato di Maastricht. Alla sua concezione “regolativa” che si affidava ad una sorta di pilota automatico del buon funzionamento dei mercati figlia di quella epoca, urgono i correttivi oggi all'ordine del giorno.
Rispetto a quella concezione vanno introducendosi alcune discontinuità nel segno dell'adeguamento ai tempi delle “cooperazioni” sempre più rafforzate, alla variabilità dei direttori e dei “cerchi concentrici” di adesione.

Ormai l'Europa, in occidente, si pone come forma politica continentale nuova, capace di oltrepassare l'idea di sovranità e confini moderna, e di dar vita ad una architettura inedita con diversi piani di comando nazionale e sovranazionale all'interno di un'unica cornice e direttrice di movimento.
L'idea di fondo sta nel superamento dell'impostazione esclusivamente economicista di Maastricht, per passare all'Europa-potenza in grado di farsi sentire in tutte le grandi questioni della governance planetaria, e di ergersi come arbitro e competitors ad occidente ed oriente con l'America e l'officina del mondo dell'Est.

In questa direzione si è mosso l'ultimo vertice bilaterale franco-tedesco del 22 gennaio dove si è firmato un nuovo trattato su “cooperazione ed integrazione”. E' l'ufficializzazione dell'asse direttivo tra Merkel e Macron che, nello strizzare l'occhio al terzo polo italiano (che nel 2019 ospiterà l'incontro trilaterale FR-GE-IT in autunno), si propone ufficialmente come “zona economica comune” con l'armonizzazione progressiva di norme fiscali e codici del lavoro.

Il trattato a due di Acquisgrana non vuole essere una rinuncia all'integrazione più ampia ma solo una accelerazione in risposta alla crisi ed al freno euroscettico, oltre che un importante tentativo pratico di realizzare i cerchi concentrici a diversa densità di adesione e partecipazione. Alle 2 facce dei padroni e dei loro servitori europei comunque schierati dobbiamo rispondere studiandone le strategie per coglierne le contraddizioni, rifiutandone tutte le sirene imperialiste, nazionaliste, sovraniste, euroscettiche. Noi come il capitalismo non abbiamo frontiere. Nostra patria è il mondo intero! Siamo contro tutti gli imperialismi per l'unità di classe dei lavoratori.

UNIONE EUROPEA: STATO IMPERIALISTA DELLE MULTINAZIONALI EUROPEE
Le conviviali cenette pre-elettorali tra salviniani e renziani, o come generalmente menzionati, tra sovranisti ed europeisti, hanno dimostrato, per chi fosse ancora duro a capire, che in realtà queste due declinazioni politiche borghesi, altro non rappresentano che le facciate, di comodo, della stessa medaglia capitalista. Unite dall’identico proposito dell’aumento del tasso di profitto, politicamente e tatticamente, interloquiscono con due differenti sezioni del corpo elettorale, da manipolare e chiamare ad apporre il sigillo democratico alla politica unitaria dello sfruttamento, indipendentemente da quale delle compagini elettorali prevalga alle prossime elezioni europee. Due facce, complementari e consociative, dello stesso conio sistemico di dominio capitalista.

Per i fautori dell’euroimperialismo, come già chiaro un ventina di anni fa, il polo capitalistico europeo, giunto contraddittoriamente alla propria uniformazione finanziaria e giuridico-legale, è al contempo uno snodo delle relazioni transatlantiche, nonché un interessato ago della bilancia della competizione tra Capitale anglosassone e asiatico. Il trascorso quarto di secolo di implementazione del processo costitutivo del capitalismo europeo ha visto, infatti, insieme all’imposizione dei vincoli unitari nei patti di stabilità per la riduzione della spesa pubblica corrente, la più gigantesca precarizzazione del lavoro salariato del dopoguerra, favorito con l’allargamento ad Est della UE e l’inserimento di nuove leve operaie, scolarizzate, provenienti dal “socialismo delle miserie”, nel corpo centrale di classe della vecchia Europa occidentale.
Col risultato epocale che, aumentando il peso numerico dei lavoratori europei, sono drasticamente diminuite le loro “garanzie e diritti”; smembrate dalla draconiana ristrutturazione del welfare e sacrificate sull’altare della competizione internazionale, utilizzando cinicamente il fatto che la nuova manodopera si vendeva a prezzi più bassi e convenienti sul “mercato dello sfruttamento”. In questi anni si è dimostrato inequivocabilmente dove realmente mirava l’Unione Europea, con le ipocrite basi dei
Trattati europei, per favorire la cosiddetta pratica “dell'armonizzazione" fra le normative dei singoli Stati, che i fautori dell’UE avevano posto alla base del processo fondativo dell'Unione stessa; che a loro dire avrebbero fatto avanzare il processo democratico legato all’espansionismo continentale, ma che in realtà mascheravano la reale proiezione imperialista europea.

In questa fase in cui lo sforzo imperialista europeo è così manifesto, è quindi un’esigenza concreta quella di denunciarne il ruolo attraverso la nostra proposta per l’euroastensionismo.
Chiaramente non è su una specifica campagna fine a se stessa su cui vorremmo impegnarci, quanto piuttosto in un percorso che a partire da occasioni tipo questa, ci permetta di mostrare perché siamo contro l’UE, perché riteniamo che questa e l’Italia siano parte attiva e non “stracciona” dello schieramento imperialista, e perché valga la pena denunciare il processo elettorale e le sue istituzioni, per rilanciare concretamente una prospettiva di classe anticapitalista e anti-istituzionale.
Per smascherare una politica criminale come quella della borghesia imperialista, che sempre più viene imposta dall'incalzare della crisi che il modo di produzione capitalistico vive. Le guerre, le aggressioni a risorse e aree geopolitiche che sia gli USA che l’UE sviluppano in ambito NATO - o anche separatamente -, altro non sono che il tentativo di mantenere adeguati i propri livelli di competitività in un capitalismo internazionale sempre più in crisi e, al tempo stesso, garantirsi le risorse e un posizionamento favorevole nel processo di spartizione del mondo in corso. Per sviluppare quegli elementi che permettano di modificare il livello di coscienza della classe in questo contesto storico.
E’ proprio rilanciando concretamente anche l’opposizione al capitalismo europeo che potremmo concretamente partecipare con un ruolo indipendente, nel contesto dello scontro inter-borghese, sviluppando concretamente l’analisi dell’internazionalismo, dando nessuna tregua allo sciovinismo, nazionalista, europeista o atlantista che sia. Consapevoli che, come già preconizzato un secolo fa, l’Europa capitalista o è reazionaria o è impossibile; come dimostrano anche le spinte centrifughe manifestate dalla Brexit, dalle derive xenofobe e scioviniste, come quelle italiane e ungheresi, o dall’idealismo sovranista e populista della sinistra opportunista.

Spinte fondamentalmente protezionistiche che riflettono una sgradita saturazione e una “degradazione” del mercato dello sfruttamento, dovuto alla riduzione del travaso di forza lavoro mediamente istruita proveniente “da Est”, ultimamente sostituita da quella proveniente “da Sud”, meno scolarizzata, quindi meno immediatamente impiegabile nei processi di valorizzazione del tardo capitalismo europeo, attraverso la produzione di beni e, soprattutto di servizi.
Al capitale europeo, nella competizione internazionale, infatti, al momento non servono prioritariamente tanto gli operai esclusivamente “manovali” - come raccoglitori, estrattori, pulitori, ecc. -, ma una più flessibile forza lavoro, precaria e ricattabile, in grado di passare rapidamente dal cantiere al call center, dalla fabbrica fordista a quella della logistica.

Una flessibilità che il padronato si ritrova già nella forza lavoro indigena, drasticamente svalorizzata e addomesticata dal Ventennio europeista, costituita dall’enorme esercito industriale di riserva ammassato proprio nelle periferie del Sud e dell’Est europeo, e minimamente disponibile sui barconi e le carovane di disperati provenienti dal Sud e dall’Oriente extraeuropeo, saccheggiato e messo a ferro e fuoco dall’imperialismo stesso.
Il blocco navale del Mediterraneo e la nuova cortina di ferro innalzata ai confini euroasiatici, sono una dimostrazione evidente di questo cambio di necessità industriali del capitale europeo. Rendendo meno paradossalmente di quanto si possa credere e spiegando la sinergia dei cosiddetti europeisti con i sovranisti. Appare chiaro che processi di questo tipo, per cui è richiesto il sigillo notarile del voto “democratico”, mirano in sostanza a legittimare l’esigenza di spartizione al banchetto imperialista, da parte di questa o quella sezione di capitale internazionale e nazionale che costituisce l’Unione Europea. Oggi più che mai il senso comune della lotta all’imperialismo deve essere fatto vivere attraverso il concetto internazionalista della lotta di tutti gli sfruttati contro tutti gli sfruttatori, presupposto reale di una concreta ipotesi di cambiamento. In fondo risulta ancora valida la considerazione del fatto che "il capitalismo è un enorme sanguisuga, che vive succhiando linfa vitale con le sue due ventose: una avvinghiata al proletariato metropolitano e l'altra posta sul proletariato delle colonie. Se si vuole uccidere la bestia, occorre troncare entrambe le ventose. Se ne tagliate una sola, l'altra continuerà a succhiar sangue fino a rigenerare anche l’altra, e la bestia continuerà a vivere".

Attualizzando il principio rivoluzionario che il miglior atto di internazionalismo è quello di combattere contro la propria borghesia qui in Europa, con il compito di troncare la ventosa attaccata dallo stato imperialista delle multinazionali europee alla gola del proletariato metropolitano.

SOVRANISMO: IL NUOVO INGANNO DEL CAPITALE
Il dominio neoliberista dei grossi gruppi multinazionali, anche attraverso l’imposizione di politiche economiche a livello europeo al fine di creare “spazi di mercato”, sta assorbendo enormi fette di mercato vitali per i settori di borghesia rimasti marginali nella competizione globale e, sempre nella stessa ottica, impone di ridurre la spesa pubblica nazionale, elemento vissuto da frazioni di piccola borghesia come una
riduzione di privilegi, mentre dal proletariato come un ulteriore passo verso la povertà. E’ in questo scenario in cui al proletariato è stata sottratta, vituperata e criminalizzata la propria esperienza storica, e che quindi subisce ideologicamente, moralmente ed organizzativamente l’ideologia della borghesia, che s’innesta e si diffonde come un virus il SOVRANISMO .
E’ così che negli ultimi anni da opposti schieramenti si sono coagulate due visioni le quali, partendo da posizioni politiche apparentemente opposte, rappresentano in realtà l’espressione ideologica della stessa frazione di classe: la piccola e media borghesia.
Una medaglia con due facce corrispondenti ai due settori di classe che lo promuovono: la piccola e media borghesia, antieuropeista solo a parole, che cerca spazio facendo la voce grossa nei contesti sopranazionali, e una parte di proletariato che, avendo perso ogni identità di classe, vede nella narrazione dell’”Europa dei poteri forti” l’unica causa del suo impoverimento. Entrambe le visioni aspirano ad uno status quo ante, ad un ritorno totalmente antistorico al Keynesismo.

Anche se nella galassia sovranista si sono delineate due declinazioni, una di destra e una cosiddetta di “sinistra”, entrambe spacciano una visione interclassista della società e dello Stato che, alla visione scientifica della storia delle società umane come storia di lotta di classi, ha sostituito una narrazione che ha dei capisaldi comuni: la PATRIA, il POPOLO e l’IDENTITA’.
Il POPOLO come unità di popolazione di una nazione al di là delle classi, avente come collante, non solo l’appartenenza ad un territorio, ma la comunanza di tradizioni e di una presunta “spiritualità” .
La PATRIA come soggetto immanente e sopra le classi, in nome della quale il popolo deve esercitare la sua lotta contro organismi e poteri sovranazionali che tentano di schiacciare e schiavizzare economicamente e moralmente la nazione svuotandone l’IDENTITA’. Quest’ultima, infine, considerata come unica e derivante da una narrazione culturale basata su fantomatiche mitologie classiche fondative (l’impero romano e le radici cristiano-cattoliche, ecc.) Tralasciamo ora per questioni di spazio l’analisi del sovranismo di destra, che altro non fa se non rispolverare in un linguaggio “postmodernista” una parte del ciarpame nazionalista e xenofobo della destra storica.

Questa narrazione conciliatrice delle classi, come ben sappiamo, non è estranea al patrimonio ideologico di gran parte del proletariato; essa trova radici nella visione riformista patriottica di stampo stalinista e nella conseguente narrazione neoRisorgimentale della Resistenza antifascista diffusa da Togliatti e dal PCI. La suddetta servì a appiattire, per eliminarle, le istanze rivoluzionarie proprie della frazione più conseguentemente comunista della Resistenza. Si eliminarono così le motivazioni di classe che condussero alla guerra rispolverando il concetto di “popolo” che, unito, doveva lottare contro lo straniero invasore e di “traditori della patria”, i fascisti, che con esso collaboravano.
Una narrazione utile ad eliminare il carattere di classe e scongiurare la conseguente guerra civile a cui questa posizione avrebbe portato all’indomani della guerra, narrazione al contempo funzionale a favorire una “riconciliazione nazionale” utile alla ricostruzione.
Si fornì, quindi, un’ideologia per mezzo della quale il proletariato si è nuovamente sottomesso all’esigenze del capitale sotto la narrazione della necessità della Patria e della costruzione della democrazia entro cui, secondo la favoletta raccontata dal gruppo togliattiano sostenuto da Mosca, il proletariato avrebbe raggiunto la sua egemonia e preso il potere sviluppando le Forze Produttive: avrebbe dovuto cioè produrre, zitto buono e ventre a terra, per quella stessa classe borghese che l’aveva represso prima della guerra e che, con questa, l’aveva portato al massacro e alla miseria.
È stata l’estrema conseguenza di quella che, in un primo momento, doveva essere solo una tattica, ma che, alla fine, si delineò come una strategia, quella dei “Fronti popolari”, che fece il paio con il cambiamento della costituzione sovietica da parte di Stalin nel ’36 quando si passò dalla dittatura del proletariato allo “Stato di tutto il Popolo”. La lotta di classe si dichiarava superata a favore di una nuova classe dominante che stava emergendo ed era detentrice del Partito, dello Stato e del suo impianto produttivo: la classe burocratica, futura classe borghese della Russia di oggi.

Oggi a “sinistra” di questa galassia sovranista vari personaggi di scarsa caratura ideologica ma molto attivi mediaticamente (il defunto Costanzo Preve, Fusaro, Mazzei e i loro accoliti) attingono a piene mani da questo venefico lascito del riformismo; mescolando Marx ad Hegel e Nietzsche a teorie complottiste globaliste che fanno il paio col “complotto pluto-giudaico-massonico” mussoliniano, finendo così nelle braccia delle destra più reazionaria. Il problema è che con loro stanno portando settori sempre più ampi di proletariato, il quale ha perso la mappa dei propri riferimenti ideologici e men che meno ha un suo forte rappresentante politico e ,dunque, alla fine sceglierà la versione più conseguente ed intransigente di questo pensiero, che sicuramente non verrà dalla parte “sinistra”.

In altre forme e in un’altra situazione è una storia già vista, e con essa dobbiamo fare i conti, pena il rischio di essere schiacciati tra due posizioni della classe nemica e continuare ad essere ricacciati ai margini della storia.

CLASSE CONTRO CLASSE

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